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Fermiamo le pietre della morte

di

Maria Pirisi
Soffocate dal frastuono delle bombe in Iraq, si consumano altrove altre tragedie. Fra queste il destino appeso ad un filo di Amnina Lawal, una giovane donna nigeriana condannata alla lapidazione per aver avuto un figlio fuori dal matrimonio. La sentenza, se non verrà revocata, sarà eseguita fra meno di venti giorni. A lanciare l’allarme è ancora una volta Amnesty International che sta portando avanti una serrata campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica con la speranza di salvare Amnina, così come tempo fa venne salvata Safyia dalla stessa orribile sorte. Ma sotto la spada di Damocle della corte d’appello della sharia di Funtua (Nigeria) ci sono altri tre nigeriani: Ahmadu Ibrahim (32 anni), Fatima Usman (30 anni) e Mallam Ado Baranda (54 anni), i primi due condannati per adulterio e il terzo per stupro. Amnesty ha già chiesto ufficialmente al governo nigeriano di impedire le esecuzioni. Inoltre, se in appello le sentenze dovessero essere confermate, si batterà per l’annullamento della pena nel caso di Amnina e delle due persone condannate per adulterio e per la commutazione della condanna a morte di Baranda in una pena compatibile con il Patto internazionale sui diritti civili e politici per la salvaguardia dei diritti umani delle persone condannate a morte, patto firmato dalla stessa Nigeria. Orrore fra gli orrori, la lapidazione è una delle forme più barbariche di punizione. Nel caso di una donna condannata, questa viene sepolta fino al collo, quindi imbavagliata e infine uccisa a colpi di pietre lanciate da una folla incitata al massacro. Il grande scalpore che in passato suscitò il caso di Safyia si rivelò uno strumento di forte pressione politica nei confronti del governo nigeriano che le valse la sospensione della pena e la salvezza. Per questo Amnesty chiede di sottoscrivere l’appello che potrebbe salvare anche la vita di Amnina e degli altri tre nigeriani. Occorrono firme per bloccare le pietre della morte.

Pubblicato

Venerdì 28 Marzo 2003

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