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Fenomeni di natura?

di

Libano Zanolari
I vocabolari ci informano che “fenomeno” deriva dal greco “phainomenon” che significa “ciò che si mostra o appare”. Semplicemente. Ma oggi per fenomeno intendiamo qualcosa che è molto al di là della norma; per esempio “la donna cannone” pesante 200 chili che veniva mostrata incerti baracconi di provincia. Il vitello con due code. O certi umani capaci di una moltitudine di atti in contemporanea. Berlusconi. Nello sport il fenomeno è quello che rompe gli schemi sinora conosciuti o che dà un violento strappo a un limite esistente. Non il miglioramento faticoso insomma, ma una specie di salto mortale che merita la nostra attenzione per l’eccellenza umana in generale, fisica e intellettuale. Di questi giorni però la semplice osservazione e poi la giusta celebrazione di ciò che appare “fenomenale” è terribilmente complicata dai progressi della chimica. Per non pensare a possibili “mostri” creati dalla genetica, il vero pericolo dello sport futuro. Ma limitiamoci per il momento alla chimica; non c’è più un sol primato che sia immune da sospetto, nessuna grande prestazione che sia per sé credibile. Ci si può chiedere sino a quando, a queste condizioni, potrà sopravvivere il “fenomeno” sport che è semplicemente la misura di ciò che la macchina umana (biomeccanica) guidata dal cervello e dall’anima o “psyché” greca può fare. Siamo di fronte a una scelta difficilissima: o affrettiamo l’autodistruzione (etica e chimica) dello sport o per un po’ ancora gli concediamo la buona fede e andiamo avanti a dire che la sua “immoralità” fa parte delle vicende umane. Tutto questo preambolo, vagamente da prete, per dire che il problema si sta ponendo per l’ennesima volta in questi giorni in seguito alle imprese dello sciatore austriaco Hermann Maier. Dopo aver rischiato l’amputazione del piede destro nell’agosto del 2001, la scorsa settimana tenta il ritorno nel gigante di Adelboden e fallisce il traguardo di entrare nei 30 dopo soli sei giorni di allenamento sugli sci. Nessuno a questo punto pensa che voglia provarci ancora nella discesa di Wengen, oltretutto la più lunga del mondo. Anche perché non ha più messo sotto i piedi gli sci da discesa. Ma Hermann, facendo finta di voler semplicemente saggiare la neve in ricognizione, decide di partecipare. È prima ventiduesimo e poi settimo. Nessuno ci capisce più nulla. Ma come: e allora che hanno fatto negli ultimi 18 mesi? Che senso ha la loro fatica, il loro allenamento? Hermann è un fenomeno. Naturale? Sì, naturale. Uno che è degno di ammirazione per il coraggio umano e per la fede in se stesso. O così, o si chiude bottega. È così. Lo vogliamo credere, ancora una volta.

Pubblicato

Venerdì 24 Gennaio 2003

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