L’iniziativa delle città per il miglioramento della protezione sociale sottolinea l’importanza di articolare la politica familiare tramite quattro tipi d’intervento: fiscalità, assegni familiari, prestazioni complementari per le famiglie modeste e misure d’accompagnamento. Il testo, presentato lo scorso mese di novembre, evidenzia inoltre come nelle diverse regioni linguistiche le misure attuate a livello cantonale si sono spesso focalizzate solo su alcuni di questi elementi. Abbiamo chiesto a Paola Richard-De Paolis, direttrice dell’Ecole d’études sociales et pédagogiques di Losanna, di presentarci la situazione attuale nel Canton Vaud. Riferendosi al modello di cui sopra, può descrivere i principali assi d’intervento in materia di politica familiare nel Canton Vaud? Se ci si attiene ai quattro tipi di intervento sopra elencati, il canton Vaud non si distanzia in maniera rilevante rispetto alla media dei cantoni svizzeri. A livello fiscale è stato introdotto già da tempo, il quoziente familiare per l’imposizione del reddito. Per quanto riguarda gli assegni familiari di base, nonostante una leggera rivalutazione intervenuta il primo gennaio 2002, l’importo versato da questo Cantone è tra i più bassi in Svizzera. Le prestazioni complementari per famiglie modeste esistono, ma non si può certo dire che la loro elargizione permetta di risolvere radicalmente i problemi: la politica familiare di tipo assistenziale ha mostrato in questo senso i suoi limiti. Certamente queste prestazioni riducono i rischi di povertà, ma solo nella misura in cui le famiglie «accettano» di entrare in una logica assistenziale e questo non è privo di conseguenze sulla percezione che esse hanno sulla loro dignità. E così spesso le famiglie «modeste» preferiscono sbrogliarsela, con una serie di espedienti e di supporti precari, la cui fragilità si manifesta non appena si trovano confrontate ad un problema (finanziario, di coppia, o di salute). La reticenza delle famiglie verso questo tipo di intervento è certa: per anni, nel canton Vaud, le prestazioni complementari richieste erano inferiori al numero di famiglie aventi diritto! Il quarto tipo di intervento, le misure di accompagnamento, merita un’attenzione particolare nella prospettiva dell’Iniziativa delle città, poiché, se la si intende in termini di servizi a disposizione delle famiglie, questte misure possono costituire uno strumento efficace di integrazione e di prevenzione per tutte le famiglie, senza introdurre un carattere assistenziale. A questo proposito il Canton Vaud è risultato un terreno fertile, in particolare nei centri urbani. Il Canton Vaud non può vantare un sistema elaborato e avanguardistico in materia di assegni familiari, ma le misure d’accompagnamento alle famiglie costituiscono un’importante rete di servizi. Personalmente non deploro più di tanto il fatto che il canton Vaud, non abbia focalizzato prevalentemente le sue preoccupazioni su di un sistema di assegni. Un approccio di questo tipo mi lascia perplessa. Sicuramente sono un importante sostegno, e combinati con altri assegni integrativi, possono permettere alle madri di scegliere più liberamente quanto tempo consacrare all’attività lucrativa. Però, malgrado queste considerazioni, gli assegni familiari non risolvono la contraddizione fra l’investimento della collettività nella formazione delle donne e la volontà, (implicita e fortemente radicata nella maggior parte dei sistemi che versano prestazioni di tipo assistenziale), di sottrarre le stesse al mercato del lavoro quando diventano madri. Conciliare il compito di madre con quello lavorativo è un’impresa che resta ancora troppo personale e che la collettività dovrebbe sostenere mettendo a disposizione dei servizi collettivi accessibili, cioè le misure d’accompagnamento alle famiglie. Possiamo parlare di un ruolo pionieristico? Sì. In questo settore, il Canton Vaud si è dimostrato, fin dagli anni ‘80, pionieristico, offrendo un importante impulso alle strutture d’accoglienza diurna per la prima infanzia (asili nido, giardini d’infanzia). Il Cantone ha promosso servizi di qualità attraverso l’elaborazione di criteri di formazione del personale (formazione di tipo terziario) e interviene coprendo i costi del personale di queste strutture proporzionalmente al livello del titolo di studio del personale impiegato. Benché questo sostegno finanziario sia stato per anni inferiore ad un sesto del carico salariale del personale educativo (3 milioni circa nel 1996), si è trattato di un segnale chiaro: «per le strutture, anche da un punto di vista finanziario, è vantaggioso assumere personale qualificato!» Ma non dimentichiamo che in Svizzera, la competenza generale in materia spetta ai Comuni. I più importanti comuni vodesi hanno continuato a sviluppare l’offerta di questi servizi. Ad esempio, a Losanna nel 1999, il 19 per cento dei bambini residenti d’età inferiore ai 2 anni, poteva disporre di un posto a tempo pieno in una struttura d’accoglienza; nel 1992 i posti disponibili erano solo del 7 per cento. L’offerta, benché insufficiente, è stata ampliata anche per le altre fasce d’età, compresi i servizi extra-scolastici. Nel Cantone Vaud, nel 1999, il tasso di copertura complessivo dell’offerta di accoglienza a tempo pieno nelle diverse strutture per la popolazione infantile (0-6 anni) corrispondeva a 7,4 posti per ogni 100 bambini, la media per la Svizzera romanda è di 6,6 posti per 100 bambini, con delle massime di 8,7 posti a Ginevra e un minimo di 2,5 posti a Friborgo. Il confronto con il Ticino è eloquente: 300 posti negli asili nido per i 18’547 bambini sotto i sei anni d’età: 1,62 posti per 100 bambini1). A fronte di cosi pochi posti per i bambini più piccoli, esiste il sistema esemplare della Scuola dell’infanzia per i bambini dai tre anni in su. Come intervengono Cantone e Comuni nel finanziamento delle strutture d’appoggio alla famiglia e quale onere finanziario comporta per gli enti pubblici? Una valutazione cantonale del 1993, mostrava che il 6,3 per cento dei costi era coperto dal sussidio cantonale, quasi un terzo (27,4 per cento) tramite le rette degli utenti e il 60per cento circa dai comuni. Questa valutazione è stata effettuata nell’ambito della Commissione extraparlamentare incaricata di studiare tre mozioni relative alla questione delle strutture d’accoglienza per l’infanzia. Il rapporto redatto proponeva una diversa ripartizione degli oneri finanziari: 35 per cento per comuni, 35 per cento per il cantone, 25 per cento per le famiglie e 5 per cento attraverso fondi propri. A questo proposito, nel 1997, la valutazione del Consiglio di Stato vodese stimava il costo di tale intervento a 12 milioni2). La proposta della Commissione è dunque stata abbandonata, ma un’altra è stata formulata: aumentare del 42 per cento l’importo cantonale destinato a questo settore sociale. Tale importo verrebbe prevalentemente destinato a favorire la coordinazione fra le strutture, migliorare la formazione del personale e attuare misure incitative atte ad ampliare l’offerta dei servizi. Senza dimenticare che molto dipende dall’impegno dei Comuni con i quali il Cantone, dal 1997, cerca attivamente di coordinare gli interventi e creare nuove sinergie. A livello federale, non possiamo dimenticare l’iniziativa parlamentare Fehr, essa domanda un intervento finanziario della Confederazione ogni anno e per 10 anni a favore di queste strutture. La sua accettazione risulterebbe un ulteriore incentivo per quei Cantoni e quei Comuni che già finanziano queste strutture. Quale mandataria dello studio finanziato dal Fondo di ricerca Nazionale Pnr 29, relativo alle istituzioni della prima infanzia in Romandia, è possibile ritrovare un denominatore comune tra i diversi cantoni? Il solo vero denominatore comune fra i diversi cantoni è che in ogni cantone si trova la stessa disparità fra centri urbani e comuni periferici! Una realtà sottolineata dall’Iniziativa delle città, che evidenzia come i centri urbani offrano servizi anche alle famiglie dei comuni limitrofi, permettendo loro di non investire in questo settore e di sottrarsi più facilmente alle loro responsabilità. Da questo punto di vista una perequazione fra città e comuni periferici andrebbe sostenuta, come pure dovrebbero essere privilegiati tutti gli interventi volti ad assistere gli attori locali e ad assicurare la fattibilità dei loro progetti. Ciò non toglie che i cantoni della Svizzera romanda, nonostante le loro disparità intra-territoriali e le loro differenze intercantonali presentano un’immagine di servizi più omogenea rispetto a quella dei cantoni svizzero-tedeschi: una migliore decentralizzazione delle strutture ed un livello di qualificazione del personale più elevato. Uno studio recente (Meyer, Spack, Schenk, 2002) ha aggiornato ed esteso alla svizzera tedesca buona parte dei dati raccolti a suo tempo per la ricerca svolta in Svizzera Romanda per il Fondo Nazionale. Le tendenze indicano il sussistere di una disparità notevole fra le due regioni linguistiche. In Romandia si rileva un’evoluzione importante nei cantoni che ancora nel 1992 risultavano meno dotati su questo fronte. In particolare il Cantone di Neuchâtel, ma anche Friborgo e Vallese hanno incrementato il loro sostegno alle strutture e alla formazione per la prima infanzia: anche i cantoni romandi meno meno equipaggiati stanno recuperando il ritardo accumulato negli anni ’90. 1) Fonte: Ufficio dei giovani, della maternità e dell’infanzia, Repubblica e cantone Ticino, giugno 1999. 2) Rapport du Conseil d’Etat au Grand Conseil concernant ll’accueil de jour de la petite enfance (Chancellerie Etat de Vaud, 240, R.26/96).

Pubblicato il 

03.05.02..

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