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Ginevra

Fallito l'ennesimo tentativo di limitare il commercio dell'amianto

di

Claudio Carrer

Gli interessi economici di pochi paesi (Russia in testa) che ancora fanno affari con l’amianto continuano a tenere in ostaggio la comunità internazionale, ostacolando ogni tentativo di limitare il commercio e la diffusione di questo pericoloso minerale e dunque mettendo gravemente in pericolo la salute di milioni di persone, in particolare nei paesi asiatici dove esso viene ancora usato su larga scala.

 

L’ultimo atto di questo scandalo si è consumato mercoledì 8 maggio a Ginevra nell’ambito della nona Conferenza delle parti della Convenzione di Rotterdam, che per l’ennesima volta si è rifiutata di inserire l’amianto crisotilo (il 95 per cento di quello commercializzato) in una speciale lista di prodotti pericolosi. Determinante è stato come sempre il veto della Russia, il maggior esportatore al mondo sulla cui posizione si sono allineati paesi come Kazakistan, Kirghizistan, Siria, India, Pakistan, Zimbabwe, Iran, Cuba e Venezuela (un ringraziamento per il sostegno di Putin a Maduro?).
E dire che l’iscrizione non comporterebbe la messa al bando totale della fibra killer come da decenni è già il caso in Svizzera e nella maggior parte dei paesi occidentali, ma un semplice obbligo per gli stati esportatori di garantire un commercio responsabile fornendo informazioni preventive sui rischi della sostanza messa in circolazione, secondo il principio del cosiddetto “consenso informato preliminare” su cui si regge la Convenzione. Ma anche questo è troppo per le potenti lobby industriali dell’amianto, sorrette dagli stati amici che da anni esercitano il diritto di veto per impedire un rafforzamento della Convenzione nel senso auspicato.
Per poter inserire l’amianto crisotilo nella speciale lista (chiamata Allegato III) è necessario il consenso unanime e dunque basta il no di un paese per bloccare tutto. In passato a porre il veto era sempre il Canada (che nel 2012 ha però deciso di rinunciare a questo tipo di industria) mentre da alcuni anni è un’alleanza capeggiata dalla Russia (che detiene il 50% della produzione globale) davanti alla Cina (20%), al Brasile (15,6%) e al Kazakistan (con il 10,8%) a impedire una normativa internazionale vincolante contro una sostanza che ogni anno nel mondo continua a mietere centinaia di migliaia di morti. Nonostante le evidenze scientifiche e gli appelli provenienti da ogni dove, gli interessi economici di pochi paesi continuano insomma ad avere la meglio sulla ragionevolezza e sulla salute della popolazione mondiale.


L’inclusione dell’amianto crisotilo nell’elenco delle sostanze pericolose viene raccomandata da un dozzina d’anni dal comitato scientifico indipendente della stessa Convenzione di Rotterdam e in occasione di ogni assemblea vi sono iniziative in questo senso. Anche quest’anno, all’insegna del motto “basta ritardi, basta veti”, è stata trasmessa a tutti i 161
paesi firmatari presenti a Ginevra una lettera aperta sottoscritta dalla Confederazione sindacale internazionale (Csi, la più grande federazione sindacale del mondo rappresentante di 207 milioni di lavoratori), da sindacati nazionali, associazioni delle vittime dell’amianto, accademici, scienziati, organizzazioni non governative. Una lettera (firmata per la Svizzera anche dall’ex co-presidente di Unia Vasco Pedrina e dai rappresentanti di Solidar Berhard Herold e Klaus Thieme) in cui si definisce «inconcepibile» che «interessi economici particolari di pochi paesi possano bloccare quelli della maggioranza di proteggere le popolazioni vulnerabili dalle esposizioni tossiche». «Un numero limitato di paesi abusa del sistema basato sul consenso», si legge ancora nella lettera che tra l’altro indica anche una via per uscire dall’impasse: modificare il regolamento della Convenzione per far sì che possa bastare il 75 per cento di voti favorevoli (e dunque non sia più necessaria l’unanimità) per poter iscrivere un materiale nella lista delle sostanze pericolose. «È tempo di agire», conclude la lettera in cui tra l’altro si tematizza anche la necessità di «salvaguardare la credibilità della Convenzione di Rotterdam».


Ma anche questa volta ogni appello è rimasto inascoltato e «si è persa un’altra occasione di risparmiare almeno alcune delle centinaia di migliaia di vittime attese nei prossimi 50 anni», commenta amareggiato Berhard Herold di Solidar Suisse.
Se ne riparlerà alla prossima conferenza tra due anni.

 

 

Scheda/La Convenzione di Rotterdam

La Convenzione di Rotterdam è un accordo di diritto internazionale, in vigore dal 24 febbraio 2004, che disciplina le esportazioni e le importazioni di alcuni prodotti chimici e pesticidi pericolosi ed è basata sul principio fondamentale del previo assenso informato.
È finalizzata a promuovere la condivisione delle responsabilità e la collaborazione tra le parti interessate agli scambi internazionali di tali prodotti con l’obiettivo di proteggere la salute umana e l’ambiente contro i danni potenziali e di contribuire a farne un uso compatibile con l’ambiente. I paesi firmatari sono attualmente 161. La Svizzera, insieme all’Unione europea e a una sessantina di altri Stati, ha preso parte all’atto di adozione, il 10 settembre 1998 a Rotterdam.

Pubblicato

Giovedì 9 Maggio 2019

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