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Fallimenti bancari a catena

di

Sergio Rossi
Il fallimento di Lehman Brothers e l'acquisizione di Merrill Lynch da parte di Bank of America a prezzo da liquidazione sono soltanto le due più recenti e assordanti scosse di assestamento che seguono i violenti terremoti che da oramai 14 mesi stanno devastando il settore finanziario "globalizzato" sul piano mondiale – di cui l'economia degli Stati Uniti rappresenta l'epicentro, più per l'avidità dei suoi speculatori d'assalto che per il grado di sviluppo raggiunto dal sistema capitalistico a stelle e strisce.
Dopo il salvagente lanciato dal Governo federale statunitense a Fannie Mae e a Freddie Mac, i due colossi dai piedi di argilla nel campo dei prestiti ipotecari "normali" – non i "subprime" basati sui mutui ai "ninja" ("no income, no job, no assets") – era apparso in realtà chiaro a tutti gli addetti ai lavori che la crisi finanziaria in atto non avrebbe potuto risparmiare vari grandi attori della finanza "globale", quali appunto Lehman Brothers e Merrill Lynch, finiti sulle prime pagine dei quotidiani all'inizio di questa settimana per le oramai note vicende e vicissitudini legate alla crisi che il già presidente della Riserva federale statunitense, Alan Greenspan, ha qualificato come "la peggiore crisi dal 1929".
Nessuno può dire quando e in che modo la crisi in atto terminerà. Alcune piste sono ciò nonostante facilmente individuabili per i suoi possibili sviluppi. Anzitutto, vari istituti bancari negli Stati Uniti, soprattutto ma non esclusivamente le piccole banche locali del tipo Indymac Bank, rischiano ancora di fallire, nella misura in cui esse non possiedono le garanzie necessarie per ottenere la liquidità di cui hanno urgente bisogno al fine di soddisfare le legittime pretese dei loro creditori – sia i clienti che hanno affidato loro i propri risparmi sia le banche consorelle che vantano crediti nei loro confronti a seguito delle operazioni concluse nel mercato interbancario. In secondo luogo, oltre alle banche, diversi fondi speculativi palesano grandi difficoltà nella loro strenua caccia agli utili da distribuire ai titolari delle loro quote, vista la tendenza generale al ribasso delle Borse nei paesi economicamente "avanzati" e negli ultimi tempi anche in quelli "emergenti". Inoltre, le maggiori compagnie assicurative saranno chiamate a risarcimenti miliardari dalle banche e dalle altre società finanziarie che negli esercizi di "contabilità creativa" svolti in tempi recenti hanno perso, oltre alla loro nomea, svariate centinaia di miliardi di dollari, che si sono volatilizzati con i venti tempestosi che soffiano su tutti i mercati finanziari dalla primavera del 2007. Infine, diventa sempre più evidente che la crisi in atto contagerà in modo più o meno virulento anche il segmento finanziario legato alle carte di credito come pure quello dei prestiti di studio, mostrando in maniera diffusa e variegata, oltre che con forte drammaticità, l'elevato grado di sovraindebitamento cui è generalmente esposta la popolazione degli Stati Uniti, anzitutto quella classificata nelle categorie di reddito medio-basse (fra cui i "colored" e gli "ispano" svettano per numero e basso livello di istruzione, unitamente alle famiglie monoparentali).
Se il fallimento di grandi e piccole banche non è, in sé e per sé, peggiore del fallimento di aziende attive in altri ambiti economici, il dramma dei terremoti che hanno scosso e scuoteranno ancora per vari mesi la finanza mondiale è che le perdite contabilizzate nei bilanci degli istituti bancari e delle società finanziarie non-bancarie si sommano alle già ingenti perdite dell'insieme delle persone che hanno affidato loro i risparmi accumulati periodicamente e spesso con grandi sacrifici, ignari e illusi che così facendo avrebbero potuto moltiplicare i loro averi attraverso i giochi di prestigio inventati dai maghi della finanza speculativa – sprovvisti del necessario libretto delle istruzioni per l'uso oppure incapaci di leggerlo perché scritto in lingua sconosciuta.
L'amministrazione Bush ha fatto sapere, per bocca del Ministro del Tesoro, H. Paulson, che non interverrà per evitare il fallimento di grandi o piccole banche, giacché queste, a differenza di Fannie Mae e di Freddie Mac, se considerate singolarmente, non inducono rischi rilevanti per la stabilità dell'intero settore finanziario. Ciò che il Governo federale statunitense non ha spiegato, anzitutto ai propri contribuenti, è il motivo per cui esso ha salvato dal fallimento banche come Bear Stearns e Goldman Sachs, mediante intervento "in ultima istanza" della Riserva federale, mentre ha deciso di lasciare fallire altri istituti bancari che non generano alcun rischio "sistemico", trascinando però sul lastrico milioni di persone che del fallimento della banca cui avevano affidato i loro risparmi non sono in alcun modo responsabili ma sono solo vittime sacrificali sull'altare del "Dio denaro".

L'autore è professore ordinario di economia all'Università di Friburgo

Pubblicato

Mercoledì 19 Settembre 2007

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