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Fahim, bambino, Kabul

di

Vauro Senesi
Da lì Kabul non si vedeva. I tornanti ripidi, schiacciati tra le pareti di roccia della montagna e i precipizi, avevano inghiottito lo spettacolo di macerie della città. Ma a Fahim la sua città piaceva, lui l’aveva sempre vista così, era così da quando era nato, cinque o sei anni fa, credeva, lui non sapeva di preciso quanti anni avesse. Del resto nemmeno suo nonno conosceva la propria età. Una volta Fahim gliel’aveva chiesta, non perché gli importasse molto ma così, per parlare. Una sera che tutti e due erano sdraiati sulle stuoie, tra le pareti di fango secco della casa e il buio era così fitto che si era trasformato in silenzio “Da quanti anni vivi nonno?” aveva chiesto per rompere con le parole il buio e il silenzio. “Non lo so Fahim – aveva risposto il nonno – quello che so è che sono vecchio e questo basta”. Poi il nonno era tornato al silenzio e Fahim si era messo a fantasticare che se si fosse messo a contare le rughe che tra la barba e il turbante, segnavano la faccia del nonno ne avrebbe scoperto gli anni, un anno una ruga, un anno una ruga e così via, ma poi si accorse di non conoscere tanti numeri quante erano le rughe del nonno, “è vecchio e questo basta” pensò prima che il sonno risucchiasse il buio ed il silenzio. A volte il nonno gli aveva raccontato di Kabul come diceva che era prima che Fahim nascesse. Il nonno gli raccontava di case e palazzi, della cupola splendente di quello del re, della grande fabbrica del pane che profumava l’aria, di un posto magico dove si potevano vedere, chiusi in delle gabbie, tutti gli animali del mondo e poi di mille luci che si accendevano nella città al calare della notte. Il nonno raccontava anche leggende, forse più vecchie di lui, come quella della Collina delle sabbie che corrono o quella del Drago di Chark. Nella fantasia di Fahim le leggende e il profumo della grande fabbrica del pane si confondevano, non era sicuro di credere né al Drago di Chark né alle mille luci di Kabul. Beh, le luci le aveva viste anche se in casa non le aveva, a parte quella della lampada a petrolio, e ora che gli stranieri erano arrivati, dopo le bombe, gli spari e la paura più fredda della neve che lo aveva accompagnato per tanti giorni, di luci ce ne erano di più, ma mille no, mille era tanto e lui poi non conosceva i numeri per arrivare fino a mille e non avrebbe potuto contarle. Non le aveva contate nemmeno stamattina quando, con il cielo ancora buio, se le era lasciate alle spalle e camminando era venuto qui lungo la strada sassosa che porta fuori da Kabul eppure, prima che la roccia della montagna le spegnesse celandole alla vista, si era girato per dargli un’ultima occhiata. Fahim sbatté i piedi tra la neve gelata per scrollare il freddo che gli si arrampicava sulle gambe. Anche se non sentiva giungere nessun rumore di motore di camion o Pick up dai tornanti della strada decise di impugnare comunque il manico di legno della pala che si era portata dietro e che aveva appoggiato ad una pietra per buttare qualche sasso e qualche zolla indurita dal freddo nella buca che aveva di fronte. Di solito si metteva a riempire le buche della strada con la pala solo quando sentiva arrivare qualche camion o qualche auto e a volte gli autisti si fermavano e gli davano una piccola mancia o qualcosa da mangiare, per questo lui veniva lì quasi tutti i giorni, portandosi dietro la pala più alta di lui. Tanti ragazzi facevano questo lavoro per procurarsi un po’ di soldi e un po’ di cibo per le loro famiglie. Fahim si era picchiato tante volte con gli altri per conquistarsi la sua buca da riempire lungo la strada e alla fine era riuscito ad accaparrarsi il suo pezzetto di strada anche se era il più distante da Kabul. Con Rakmath no, non si era mai preso a botte e non perché Rakmath fosse più grande di lui, almeno di aspetto, ma perché Rakmath era gentile. Una volta, dopo l’arrivo degli stranieri, proprio davanti alla buca di Rakmath si era fermata una grande jeep piena di soldati con elmetti così grandi che quasi non li si vedeva in viso, avevano detto qualcosa in una lingua che Rakmath non aveva mai sentito e uno di loro aveva dato a Rakmath un sacchetto di plastica gialla, poi erano ripartiti. Rakmath aveva raggiunto di corsa Fahim per mostrargli il sacchetto, sopra c’erano delle strane scritte e il disegno di un bambino sorridente che si portava alla bocca qualcosa con un cucchiaio. Fahim non aveva mai visto niente di simile ma Rakmath gli aveva spiegato che quei sacchetti gialli li avevano lanciati gli aerei attaccati a piccoli paracadute, che a volte lui stesso ne aveva trovato qualcuno e che dentro c’erano cose buone da mangiare. L’aveva aperto strappando la plastica con i denti. Avevano mangiato insieme dei biscotti secchi e una cosa burrosa con un sapore dolce che però allappava la lingua. Rakmath aveva diviso con lui il contenuto del sacchetto, era gentile Rakmath. A volte, gli aveva raccontato il nonno, se pensi una cosa quella si avvera. Possibile, pensò Fahim, che quella macchia gialla che si intravedeva, mezzo sepolta dalla neve a mezza costa del pendio fosse proprio uno di quei sacchetti gialli ai quali stava pensando? Corse scivolando lungo la pendenza per raggiungere la macchia gialla, aveva un po’ di fiatone quando le si accovacciò accanto per guardarla meglio, per la corsa, per l’emozione all’idea di poter offrire anche lui a Rakmath i biscotti secchi del sacchetto, perché sì, proprio di un sacchetto di plastica gialla si trattava. Però non c’era disegnato sopra il bambino sorridente con il cucchiaio, Fahim scostò la neve che in parte copriva il sacchetto per vedere se il disegno fosse lì sotto, non c’era, forse era dall’altro lato o forse non su tutti i sacchetti gialli era disegnato il bambino con il cucchiaio. Fahim raccolse il sacchetto sorridendo. Centinaia di migliaia di cluster bomb (bombe a frammentazione) sono state sganciate dai bombardieri americani sull’Afghanistan. Le cluster bomb sono progettate perché una percentuale di esse non esploda all’impatto con il terreno ma resti inerte sino a quando non viene toccata. Le cluster bomb sono contenute in sacchetti gialli simili a quelli degli aiuti alimentari paracadutati dagli stessi bombardieri su alcune zone del paese. Nell’ultimo periodo il Pentagono ha deciso di cambiare in azzurro il colore dei sacchetti delle cluster bomb. ¶ Era il 25 dicembre 2001, ma Fahim non lo sapeva, per lui era un giorno come un altro, l’ultimo.

Pubblicato

Venerdì 20 Dicembre 2002

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