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“Faccio cinema, non politica”

di

Gianfranco Helbling
Il suo cinema da oltre 30 anni è fatto di rigore. Che parli delle privatizzazioni nelle ferrovie inglesi (“The Navigators”), della guerra civile spagnola (“Land and Freedom”), della necessità di una forte presenza sindacale sul posto di lavoro (“Bread and Roses”), della rivoluzione in Nicaragua (“Carla’s Song”), del dramma dell’alcool (“My Name Is Joe”) o di quello dell’Irlanda (“The Hidden Agenda”), Ken Loach sempre abbina il rigore formale a quello ideale, toccando con rara efficacia le corde emotive più sensibili dei suoi spettatori. È questo che rende il sessantasettenne regista inglese così popolare, come dimostra la lunga standing ovation che il pubblico di Piazza Grande gli ha tributato lo scorso 15 agosto alla consegna del Pardo d’onore attribuitogli dal Festival di Locarno per l’insieme della sua opera. L’occasione è stata propizia per un incontro con Loach, nel quale più che di cinema s’è parlato di politica. E di sindacati. Ken Loach, c’è un film del suo passato di cui è particolarmente fiero perché ha contribuito a migliorare in maniera concreta la situazione o le condizioni di vita di persone reali? Preferisco non vedere le cose in questi termini. Certo per quanto riguarda la troupe del film, cerco sempre di creare un ambiente famigliare, e sento una forte responsabilità nei confronti dei miei collaboratori: mi sforzo di essere come un buon padre con i propri figli. Quanto alle situazioni che descrivo nei miei film, vorrei che questi avessero una dimensione atemporale, che non avessero un taglio propagandistico o politico. Un film parla infatti di relazioni personali, famigliari, sociali, e di tutte le contraddizioni che in questa rete di relazioni si vengono a creare. Quando se ne parla si vuole dire qualcosa che non si riferisce solo ad una specifica situazione: se si tocca qualcosa di profondo si finisce infatti per parlare di modelli che si ripetono sempre. Lei conosce molto bene la Bbc perché ci ha lavorato per anni. Come giudica l’attuale braccio di ferro fra la Bbc e il governo di Tony Blair sul caso Kelly? I giornali che oggi attaccano la Bbc appartengono ad avversari economici della stessa Bbc, come Rupert Murdoch. E proprio Murdoch vuole comperare Channel 5, una rete televisiva privata nazionale a distribuzione terrestre. D’altro canto i giornali di Murdoch hanno contribuito in maniera determinante all’elezione di Tony Blair: oggi il governo tende dunque ad essere dalla parte di Murdoch, e sembra stia per far proporre una legge che consentirebbe a Murdoch l’acquisto di Channel 5. Sullo sfondo c’è poi il conflitto permanente fra la Bbc e il governo, con la prima che cerca sempre di riaffermare la sua indipendenza. Nello specifico del caso Kelly, tutti sanno che il governo ha esagerato la portata delle prove contro Saddam Hussein per ottenere l’autorizzazione ad entrare in guerra; il fatto è che la Bbc sembra abbia commesso dei piccoli errori nel denunciarlo, ed è su questi errori che Blair insiste per distogliere l’attenzione dal problema di fondo, che sono le menzogne del governo sull’Iraq. Alla fine le parti ne usciranno facendo l’una qualche concessione all’altra: alla Bbc si farà qualche rimpasto interno, mentre Blair silurerà il suo ministro più incompetente, quello della difesa. Che valutazione dà dell’emergere dei movimenti antiglobalizzazione? Rispondo non da artista ma da cittadino. Mi pare che il movimento antiglobalizzazione sia d’importanza fondamentale per la sinistra, dal quale questa non potrà più prescindere perché ha posto delle domande che mai erano state formulate prima e perché ha portato molta gente nuova ad interessarsi di politica. Ma da solo il movimento non basta, perché la sinistra ha anche bisogno del mondo del lavoro: se la sinistra non affronta i problemi dei lavoratori e dei disoccupati non ha futuro. I tradizionali temi della sinistra non possono essere abbandonati, ma devono essere integrati nel movimento: penso a temi quali le privatizzazioni, la disoccupazione, l’assistenza sanitaria, le pensioni. Oggi il grande problema della sinistra europea è come si possono condurre i milioni di persone che in febbraio si sono opposti alla guerra, e che in parte già sono nei movimenti, a partecipare alla costruzione di una nuova sinistra. È una domanda alla quale francamente non ho risposte. Ma dobbiamo renderci conto che oggi la sinistra ha un’occasione per rafforzarsi che difficilmente si ripresenterà in futuro: con Bush, Berlusconi e Blair lavora infatti per lei il miglior ufficio di reclutamento politico che si sia mai visto. Bush, Berlusconi e Blair: le tre “B”… Sì… i tre bastardi. Conosce il movimento dei “girotondini” di Nanni Moretti? No. Apprezzo comunque che si sia creativi nell’organizzare la protesta. Ma non basta. Ritengo sia giunto il momento di andare oltre la protesta, di passare all’organizzazione. In termini di protesta infatti non potremo mai più fare meglio di quanto fatto a febbraio con le mobilitazioni contro la guerra in Iraq: da ora in poi la parabola non può che essere discendente. Dobbiamo continuare a protestare, ma nel contempo dobbiamo passare allo stadio successivo, che è quello di darci un’organizzazione che ci consenta di essere una forza politica incisiva. Intende un partito? È una questione centrale. Se vogliamo incanalare tutta questa energia per ottenere dei risultati, ecco che un’organizzazione ci vuole. Può anche non essere un partito, ma ci vuole: altrimenti siamo come una macchina a vapore che produce un sacco di energia ma che, non avendo un meccanismo che la collega alle ruote, non ottiene alcun risultato pratico. Se continuiamo a manifestare senza darci un’organizzazione i nostri avversari saranno felici: perché è facilissimo per loro mantenere il controllo della situazione sabotando dall’interno o reprimendo un movimento non organizzato. I Social Forum li considera una tappa intermedia verso la costruzione di una nuova sinistra organizzata? Sì, perché sono luoghi d’aggregazione fra le persone e di strutturazione del dibattito. Ma c’è assolutamente bisogno dei sindacati e del ruolo di contropotere che questi possono svolgere. Il problema è che ci sono molti leader sindacali che stanno in una comoda posizione: salgono applauditi sul palco a fare discorsi contro la guerra e le privatizzazioni, il che va benissimo, ma poi se ne tornano tranquilli a casa. Alle parole non segue l’azione. I sindacati hanno uno straordinario mezzo di pressione che è lo sciopero: il fatto è che lo minacciano spesso ma non lo attuano quasi mai. Bush, Blair e Berlusconi non hanno paura delle manifestazioni, ma degli scioperi sì. I sindacati devono quindi impiegare più spesso la grande forza di cui dispongono, ricorrendo con determinazione allo sciopero su questioni fondamentali come la guerra o le privatizzazioni. Può parlarci del suo nuovo film al quale sta lavorando, “Ae fond kiss”? Ho appena terminato le riprese all’inizio di agosto, e come sempre in questi casi ne ho un po’ fin sopra i capelli, non ho il necessario distacco per parlarne. Anche questo film è stato sceneggiato da Paul Laverty, uno scozzese pazzo che vive in Spagna, che mi ha scritto una love-story fra un giovane dj musulmano di origine pakistana e un’insegnante cattolica irlandese. Il contesto è quello di una famiglia pakistana che vive a Glasgow da oltre trent’anni: la generazione dei genitori si sente ancora in tutto e per tutto pakistana, mentre quella dei figli è ormai scozzese a tutti gli effetti. Nella trama si intrecciano diversi fatti realmente accaduti. Ma non mi va molto di parlarne perché non ne ho rivisto ancora nemmeno un metro di girato. Perché non gira mai i suoi film a Londra, ma preferisce piuttosto la Scozia? Londra è un posto orribile per girare un film: è grande, è sporca, è caotica, è rumorosa. Inoltre tutta la troupe del film dormirebbe a casa propria, per cui non si creerebbe il senso di comunità che si ottiene girando lontano da casa. Ma non mi dispiace lavorare in Inghilterra. Nello Yorkshire ad esempio abbiamo girato “The Navigators”, il film sulle privatizzazioni delle ferrovie: è stata un’ottima esperienza sia per i posti che per la lingua parlata in quella regione, che è molto caratteristica, molto idiomatica. Ha mai avuto occasione di incontrare Tony Blair e di parlargli? Dio me ne scampi!

Pubblicato

Venerdì 29 Agosto 2003

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