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Expo.02 basta e avanza

di

Andrea Ghiringhelli
Che cosa ne penso di Expo.02? Male. Lo reputo – e sono in buona compagnia – un grande monumento all'inutilità e allo spreco. I padiglioni scintillanti e le superbe invenzioni mi fanno pensare a quelle vecchie signore che vogliono nascondere le magagne del tempo con impegnativi maquillages: dissimulano e camuffano ma non cambiano ciò che sta sotto. Credo che la Svizzera e gli svizzeri abbiano bisogno di ben altro. Diceva Umberto Eco che a una mostra si reagisce per istinto. Condivido e così giustifico pure la mia avversione. Alla base confesso un pregiudizio, tutto sommato legittimo: la convinzione che Expo.02 si risolva in uno sperpero un po' scellerato di denaro pubblico e privato e niente di più: centinaia di milioni investiti in un fallimento annunciato. È vero: anche le precedenti mostre nazionali sono state aspramente criticate alla vigilia, ma allora il contesto storico e le sensibilità erano ben diversi. Nel 1914 e nel 1939 incombevano due immani catastrofi e gli svizzeri avevano bisogno di guardarsi in faccia, e forse l'esercizio risultò utile per affrontare la difficile prova. Negli anni 60 la Svizzera cambiava. Con l'esposizione del 1964, a Losanna, si voleva stimolare una presa di coscienza sui problemi del futuro e riflettere sull'evoluzione tecnica e sociale. Il batiscafo di Picard fu il simbolo della nuova frontiera da esplorare. L'idea guida aveva una chiara visibilità e ci si preoccupò di farsi capire. Le ardite innovazioni e le libere creazioni non mancavano ma si sapeva dove andare. Non altrettanto mi pare si possa dire per un evento in cui si è voluto dar libero corso all'estro creativo, ma si è dimenticato che se la fantasia non è sorretta da un solido progetto diventa gratuita e fine a se stessa. Il difetto di Expo.02 è che non si fonda su una consapevolezza chiara dei suoi obiettivi, sulla ricerca dell'immediata percezione di un messaggio forte che deve stimolare poi la riflessione. Un'esposizione nazionale è sicuramente e inevitabilmente il prodotto di scelte, spesso conflittuali a causa del gioco delle esclusioni, attraverso cui gli organizzatori vogliono arrivare a dare un quadro rappresentativo della Svizzera. Expo.02 – ho letto da qualche parte – voleva suscitare la riflessione sulla multiculturalità e, più in generale, sulla ricchezza e la complessità del federalismo, ma l'impressione è che ci si sia persi subito per strada. Non sono una folta schiera coloro che sono usciti dai padiglioni di Expo.02 con qualche idea in più. Un alto funzionario difendeva la mostra – sospetto per doveri di servizio – sostenendo che alcune cose interessanti ci sono e pure c'è lo spazio per qualche arguto sorriso. Non è una grande consolazione e non mi risulta che l'intenzione originaria dei promotori fosse quella di offrire ai visitatori un'occasione di svago. Constato che la mostra in questi mesi non sta suscitando nessuna riflessione, nessun dibattito serio, al di fuori delle polemiche sulle maldestre operazioni finanziarie. Certo 8 cantoni , fra cui il Ticino, hanno lavorato insieme per sviluppare un progetto sul concetto di frontiera, ma invito gli interessati a leggere la traduzione italiana del volume partorito sull'argomento per capire in che misura si continui a tenere in considerazione la lingua e la cultura della minoranza di lingua italiana. Nel 1964 fra i traduttori del Libro d'oro dell'esposizione di Losanna vi era pure Piero Bianconi, oggi l'esercizio è stato affidato a un programma internet che non deve avere molta dimestichezza con la sintassi e l'ortografia. Quale deve essere in sostanza il compito primario di un'esposizione nazionale? La prima esposizione, quella del 1883, voleva dare al mondo l'immagine di uno Stato aperto sul mondo, pronto a sostenere anche psicologicamente il complesso processo di modernizzazione. Agli svizzeri si voleva poi fornire lo strumento per assecondare efficacemente un'azione di nation building, di consolidamento della volontà e dell'identità nazionali. Quindi l'esposizione nazionale come luogo dell'autocoscienza nazionale, il punto d'avvio di una riflessione, di un dialogo aperto, di un dibattito critico e diffuso sul futuro della Svizzera e magari sui ruderi del suo passato. Anche Expo.02 si è proposto logicamente questo obiettivo, ma è mancata totalmente la capacità di comunicare. Insomma sono state create delle forme e dei contenitori ma non si è saputo comunicare delle idee e vincere l'indifferenza diffusa. Mi si dice che nei vari padiglioni imperversano le allegorie ma il loro significato sembra sfuggire anche a parecchie persone intelligenti, e allora c`'è da chiedersi se Diderot non abbia qualche buona ragione quando sostiene che l'allegoria è la risorsa ordinaria a cui ricorrere per nascondere la sterilità delle idee. Servirà alla Confederazione? Servirà al Cantone? Il dubbio è lecito. Il Ticino ha deciso di esibire le sue qualità e le non poche virtù durante cinque giornate. Un garbato omaggio alla fratellanza confederale. Forse l'esibizione attirerà qualche turista in più, ma stiamo pur sicuri che alla retorica dell'embrassons-nous non seguirà miglior intesa. Sarebbe stato auspicabile che il Ticino restasse fuori: perlomeno avrebbe sollevato qualche interrogativo salutare sulla natura dei rapporti federali. Un servizio sicuro, non so se gradito, Expo.02 l'ha già reso alla Svizzera: ha dimostrato che anche gli svizzeri hanno le idee molto confuse e non tutti sono buoni pianificatori e contabili attenti. L'esercizio è di moda di questi tempi, ma che sia proprio un'esposizione nazionale a dare l'esempio mi sembra inopportuno. Un auspicio, che sospetto condiviso: che arrivi presto il 20 ottobre e che ci si convinca che non sempre vale il motto repetita juvant: una volta basta e avanza. *) Direttore Archivio di Stato – Bellinzona

Pubblicato

Venerdì 27 Settembre 2002

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