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Evviva il ceto medio

di

Giuseppe Dunghi
Mastro-don Gesualdo: la definizione di ceto medio sta in quel trattino che spesso viene dimenticato nelle trascrizioni. Il dramma di mastro Gesualdo è di aver passato tutta la vita a mettere assieme un patrimonio immenso e di aver sposato Bianca Trao, una nobile, senza mai riuscire a diventare veramente “don”. Muore disperato e abbandonato nel palazzo della figlia. Oltre a quello di essere diventati materia del romanzo ottocentesco, i ceti medi hanno il merito di aver creato la cultura liberale: dalle realizzazioni artistiche dei liberi comuni medievali allo sviluppo scientifico dei secoli seguenti, dalla lotta contro il potere feudale fino alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo nel 1789. Con tutte le sue luci e le sue ombre è la cultura in cui siamo immersi. Stranamente, oggi, quelli che si autodefiniscono ceti medi non si identificano nella cultura elaborata dai ceti medi lungo la storia. Sembrano essersi dimenticati di Beccaria, Voltaire, Montesquieu. Non si considerano eredi dei riformatori protestanti e della filosofia di Hegel. Non ricordano di essere stati i costruttori dello Stato moderno. Più che nell’epopea di Verga, Balzac e Dostoevskij si riconoscerebbero nel ritratto della borghesia contenuto nel Satyricon di Petronio: durante la famosa cena l’ex schiavo arricchito Trimalchione, dopo aver strabiliato gli ospiti con le portate più bizzarre, sfoggia le sue conoscenze letterarie, inversamente proporzionali alla ricchezza. Chi appartiene al ceto medio – scriveva anni or sono sul Corriere del Ticino un cronista che si era assunto il compito di trasporre nel campo della sociologia una categoria che in realtà pertiene ormai solo all’ambito fiscale – consuma la sua ricchezza, guadagnata con il lavoro, «per acquistare beni e servizi confacenti al suo nuovo status sociale, inclusa la formazione di livello superiore per i propri figli (molto costosa per chi non può contare sui generosissimi aiuti statali elargiti sotto forma di borse di studio a chi non raggiunge un determinato reddito)…». Non potrebbe farsi diminuire un po’ lo stipendio ed entrare così nella categoria dei privilegiati che non raggiungono un determinato reddito? No. Il cetomedista, weberianamente, vuole mantenere il suo posto nella scala sociale. Desidera soltanto pagare meno tasse. I cetomedisti percepiscono se stessi come monadi autosufficienti: sono sinceramente convinti che il relativo benessere di cui godono sia frutto delle proprie capacità. Considerano un furto ogni prelievo fatto dallo Stato sul loro reddito, trovano costosa la scuola pubblica, si arrabbiano per l’aggiornamento delle stime catastali. Sono disposti a scendere in piazza per difendere i loro diritti. La vistosa contraddizione tra il desiderio di preservare a tutti i costi una collocazione sociale privilegiata e la percezione di sé come vittime di un sistema statale iniquo è rivelatrice di un progetto politico lucido: utilizzare tutti gli strumenti di difesa inventati nel tempo dalle classi subalterne, tutte le categorie interpretative della realtà e l’elaborazione teorica della sinistra, per realizzare un disegno conservatore. È questa la vera natura del fascismo. Nonostante che i ceti medi sappiano difendersi benissimo da sé (se avessero bisogno di essere difesi da qualcuno non sarebbero più ceto medio, ma ceto inferiore), l’assunto che “bisogna difendere i ceti medi” – così contraddittorio nei termini da sembrare comico – è divenuto un postulato nei programmi di tutti i partiti ticinesi, anche della sinistra. Forse ciò è dovuto alla mania di uniformarsi alla retorica della classe media imperante nei paesi anglosassoni (in inglese la middle class comprende anche il proletariato), nella convinzione di essere una società “senza classi” in cui è ammessa tutt’al più una underclass di delinquenti, disoccupati e senzatetto. Ma è più probabile un’altra spiegazione. Il capitalismo, dopo aver sconfitto le realizzazioni storiche della classe operaia – “socialismo reale” e socialdemocrazia – cerca di annullarne anche l’esistenza teorica. Di lavoratori e di classe lavoratrice non si deve più sentir parlare, neppure nei manuali di sociologia e nei vocabolari. Devono scomparire dalla nostra mente. Evviva dunque il ceto medio. «M. Valenod [un Bignasca della prima metà del XIX secolo, in Le Rouge et le Noir di Stendhal] avait dit en quelque sorte aux épiciers du pays: donnez-moi les deux plus sots d’entre vous; aux gens de loi: indiquez-moi les deux plus ignares; aux officiers de santé: désignez-moi les deux plus charlatans. Quand il avait eu rassemblé les plus effrontés de chaque métier, il leur avait dit: régnons ensemble».

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Venerdì 10 Gennaio 2003

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