Domani avranno inizio i Campionati europei di calcio, ospitati da Svizzera ed Austria. Un evento nel quale sport e affari vanno a braccetto. E che accanto ad un grande entusiasmo popolare suscita anche un po' di diffidenza per tutte le contraddizioni che il mondo del calcio porta con sé. Una diffidenza giustificata? Lo chiediamo all'allenatore e opinionista della Tsi Roberto Morinini, che alla passione per il calcio abbina un forte impegno politico (è stato tra l'altro fra gli animatori della campagna di Franco Cavalli per l'elezione al Consiglio degli Stati). Morinini è uno degli allenatori svizzeri più quotati, nel curriculum ha squadre del massimo campionato elvetico (Lugano, Yverdon, Servette) e italiane (Fidelis Andria in Serie B, Atletico Catania e Avellino in C1). Con lui in panchina il Lugano ha vissuto il suo ultimo periodo d'oro, con la presidenza di Helios Jermini e l'eliminazione dell'Inter in Coppa Uefa e il secondo posto in campionato.


Roberto Morinini, il suo impegno politico influenza anche il suo modo di intendere professionalmente il calcio?
Indubbiamente. Il mio impegno politico non è legato al partito, ma ad una visione per un futuro etico e sostenibile della nostra società che sappia rispondere alle profonde trasformazioni che stiamo vivendo. Lo sport in generale ed il calcio in particolare non possono sottrarsi ai cambiamenti politici ed economici in atto. Pretendere che la politica con lo sport e con il calcio non c'entri è una grossa bugia.
Per fare discussioni di questo tipo nel mondo del calcio non troverà molte persone disponibili. O no?
Nel calcio ci sono anche imprenditori di grande intelligenza che di questi problemi sono consapevoli. Il discorso etico per l'immagine degli sponsor è ormai fondamentale. Il pericolo di un ritorno d'immagine negativo sta diventando un importante fattore di moralizzazione. Fra gli atleti invece la consapevolezza per certi problemi è molto differenziata. Non sono tutti come Ivan Ergic del Basilea, che dimostra grande sensibilità ed intelligenza. In generale manca una cultura della vittoria e soprattutto della sconfitta. Il problema è duplice. Da un lato gli sportivi arrivano in questo mondo molto giovani e quindi con una scarsa formazione di vita. D'altro canto i media si limitano a celebrare l'evento senza nessuna visione culturale dello sport.
Un ragazzo che a vent'anni gioca in un'importante squadra di calcio ha passato un bel pezzo della sua vita in un club sportivo. Ripensando a quanto accaduto nella squadra del Thun, dove alcuni giocatori sono stati condannati per aver avuto rapporti sessuali con una fan quindicenne, vien da credere che tutti gli anni passati ad allenarsi non sono stati una grande scuola di vita.
Sarebbe sbagliato immaginare lo sport come un'isola felice. Per me chi si occupa della formazione dei giovani calciatori dovrebbe essere definito un educatore, allenatore è solo chi si occupa della prima squadra. Questo perché coloro che fanno crescere calcisticamente i giovani devono avere anche sensibilità educative e mansioni scolastiche: da un lato il calcio moderno richiede sempre maggiori doti mentali ai giocatori, dall'altro essi devono imparare a gestire sé stessi e la loro immagine e a preparare la loro vita alla fine della carriera. Tutte le società hanno capito che questi aspetti sono molto importanti. Quanto accaduto a Thun è un fatto grave, ma sono convinto che sia un fatto marginale.
E che ne è di tutti quegli adolescenti spediti in Europa dall'Africa o dall'America latina a cercar fortuna nel mondo del calcio?
Questo è un aspetto molto delicato. Ancora oggi c'è chi specula sulle qualità intrinseche di ragazzi soprattutto africani che, se non riescono, sono abbandonati al loro destino. Con l'avvento di Michel Platini alla testa dell'Uefa si sta adottando una serie di misure per impedire che persone senza scrupoli facciano della tratta dei giovani a scopo di lucro, fregandosene delle conseguenze umane e sociali per questi ragazzi. Platini è un ex calciatore, e vuole che il calcio non sia soltanto uno spettacolo, ma che sappia preservare anche i valori più profondi dello sport. In lui ripongo una grossa fiducia.
A sinistra c'è una certa diffidenza verso il calcio. Lo si vede associato ad alcuni valori negativi come il capitalismo sfrenato, il nazionalismo, il machismo. È sbagliato vederla così?
Una certa sinistra elitaria ha sempre visto lo sport come l'oppio dei popoli. Ma lo snobismo di chi nasconde la Gazzetta dello sport nel manifesto mi pare fuori luogo. Effettivamente lo sport è uno strumento del capitale che se ne serve sia per realizzare forti guadagni, sia per lavare denaro sporco. E del calcio si può fare un uso politico, come ai mondiali argentini del '78 o ai prossimi mondiali sudafricani. Rifiutare però lo sport perché assimilato al capitale mi sembra banale e superficiale. Piuttosto ci si deve chiedere come un fatto sociale così rilevante possa diventare più democratico e giusto. Ci si deve sporcare le mani con lo sport, altrimenti si consegnano ad altri passioni che sono profondamente sentite dalla gente, ed è un peccato. Credo che questo snobismo la sinistra lo paga anche in termini di voti.
Resta un fatto che la mercificazione sempre più spinta del mondo del calcio sta diventando un problema per il calcio stesso.
Una parte della responsabilità però l'hanno anche i calciatori e i tecnici, che per paura o per ignoranza non formano dei sindacati forti che potrebbero essere un contropotere importante. Maradona ci aveva provato, ma è stato escluso da questo mondo utilizzando la sua vita privata per emarginarlo.
Maradona è una vittima del calcio?
Come George Best, Garrincha e tanti altri Maradona è stato prima di tutto vittima di sé stesso. È vero però che il mondo del calcio non ha saputo preservare una creatura eccezionale dal punto di vista sia tecnico che umano. La sua vicenda dovrebbe indurre a far tornare il calcio ad uno stadio precedente del capitalismo, quando il padrone aveva sì un obiettivo economico, ma anche delle responsabilità sociali. Personalità come Maradona devono essere aiutate a gestire la loro vita anche una volta che si sono spente le luci della ribalta.
Quanto si avverte la mancanza di un sindacato dei calciatori?
Molto. L'insieme dei calciatori non è consapevole della sua importanza. Un po' come i consumatori. La conseguenza è che le regole del calcio sono dettate ignorandone i protagonisti. L'esempio più evidente sono gli orari delle partite: ai mondiali del '94 negli Usa si giocava a mezzogiorno per esigenze televisive, con una canicola insopportabile. Un sindacato dei calciatori dovrebbe servire non solo a negoziare dei salari dignitosi per tutti, ma potrebbe ad esempio aiutare i calciatori a pianificare la loro vita e a riqualificarsi professionalmente al termine della carriera sportiva: questa oggi è un'esigenza molto sentita, perché i calciatori da un giorno all'altro si ritrovano soli a gestire una vita alla quale non sono preparati. Il sindacato potrebbe occuparsi anche dei contratti dei calciatori, dei rapporti con gli sponsor ecc..., sulla base di un contratto collettivo sottoscritto con la Lega.
Lei ad un ragazzo che ha un minimo di talento consiglia di tentare la carriera del calciatore professionista?
Certo, perché è un mondo stupendo. Gli consiglierei però di arrivare almeno fino alla maturità, per avere una cultura di base ampia, poi per 10 o 15 anni potrà vivere benissimo facendo del suo divertimento il suo lavoro, con la certezza di avere gli strumenti poi per riqualificarsi professionalmente. Del resto dover cambiare mestiere nel corso di una qualsiasi vita lavorativa è oggi un'esperienza sempre più diffusa.
Nella Nazionale svizzera degli anni '70 e '80, c'erano calciatori come Lucio Bizzini, Roger Berbig e Claudio Sulser che studiavano all'Università. Il primo oggi è psicologo, il secondo è medico, il terzo è avvocato. Nella Nazionale di oggi di studenti non ce n'è più.
È vero. Però alcuni giocatori del Milan frequentano la Bocconi, uno fra tutti Clarence Seedorf che studia economia. La grossa differenza rispetto ai tempi di Bizzini, Berbig e Sulser è che oggi si gioca nettamente di più. Ogni tre giorni c'è una partita, e frequentare i corsi diventa molto difficile. Peccato, perché non è affatto vero che studiare sia un ostacolo alla carriera sportiva, anzi: è dimostrato che chi riesce a gestirsi e ad organizzarsi fra sport e studio ne trae un chiaro beneficio a livello di prestazioni sportive.
L'esasperato nazionalismo che spesso accompagna le partite non la disturba?
Nei campionati fra squadre di club il razzismo e la xenofobia sono molto presenti in certe frange del pubblico. In competizioni fra squadre nazionali invece l'aspetto festivo riesce quasi sempre a prendere il sopravvento. È una questione di educazione e di repressione. Il primo aspetto deve coinvolgere i media, gli allenatori, i giocatori con il loro comportamento e i dirigenti. Quanto alla repressione, essa non può essere delegata solo allo Stato, ma deve coinvolgere anche le federazioni e i dirigenti delle diverse squadre, che spesso hanno troppe remore a staccarsi dai gruppi più razzisti e xenofobi che ben conoscono. Ammetto però che l'identificazione con la bandiera della propria nazione può travalicare gli aspetti sportivi e diventare un fatto politico, con conseguenze anche tragiche: una partita di qualificazione ai mondiali del '68 fra Salvador e Honduras fu all'origine di una guerra di tre giorni fra i due paesi, e anche la guerra nella ex Jugoslavia ebbe una partita di calcio come detonatore.
Alcuni dei suoi più importanti successi da allenatore li ha ottenuti nel Lugano presieduto da Helios Jermini. A posteriori, conoscendo i reati commessi
da Jermini per finanziare la squadra, ha relativizzato il valore di quei risultati?
No, i successi ottenuti sul campo dai giocatori non vanno giudicati sulla base del comportamento dei dirigenti, perché sono due cose distinte. Io ho tuttora un grandissimo rispetto per il presidente Helios Jermini, che ha pagato a carissimo prezzo gli errori commessi per amore del calcio. Da allora si esige che le società calcistiche siano organizzate come società anonime, in modo da garantire controllo e trasparenza. Il mondo del calcio ha capito che deve darsi delle regole, ma è lo Stato stesso che ne dovrebbe imporre di più severe, sia perché mette a disposizione delle infrastrutture, sia perché poi è chiamato a riparare i danni economici e sociali creati dai fallimenti delle società sportive. Regole chiare sono sempre più necessarie anche per reggere al peso dei grossi capitali che stanno affluendo da Russia, Medio Oriente e Cina. La società del Servette sta per essere comperata da un libanese.
Eppure i tifosi continuano a sventolare le loro bandierine e a credere che i calciatori giochino per la maglia… Come farà l'operaio di Ginevra che s'identificava nel Servette popolare di 30 o 40 anni fa a identificarsi ancora con la sua squadra del cuore se essa sarà il giocattolo in mano ad un facoltoso uomo d'affari libanese?
I tifosi sono i grandi perdenti della trasformazione del calcio da sport a spettacolo. Intanto sono aumentati i prezzi dei biglietti. Poi gli orari delle partite sono stati adeguati non alle loro esigenze, ma a quelle delle televisioni. Infine, pur dando il massimo per la società che li ha sotto contratto, nessuno più gioca per l'amore della maglia, anche se dopo ogni gol tutti la baciano. Oggi il tifoso deve amare la società, non i giocatori, perché altrimenti sarà quasi certamente tradito. Quanto all'operaio che tifava Servette, probabilmente non andrà più allo stadio. Per questo gli stadi si stanno trasformando: perché il pubblico ci va sempre meno per la partita di calcio, come faceva il tifoso operaio del Servette, ma sempre più per assistere ad uno spettacolo inserito nel contesto di tutta una serie di altre offerte da consumare, dallo shopping alla cena.
Lei ha detto che allenare a Catania fu una responsabilità maggiore che altrove. Perché?
A Catania la situazione era molto particolare. Con un elevato tasso di disoccupazione il calcio era uno dei pochi momenti di gioia e di rivalsa per molti catanesi. Io sentivo questa responsabilità ed era giusto sentirla perché più che altrove a Catania i miei gesti e le mie parole avevano un'influenza diretta sui tifosi. Credo che molti allenatori in situazioni analoghe sentano questa responsabilità. Da una decina d'anni ciò accade anche in Svizzera, perché anche da noi i problemi aumentano e la squadra di calcio può dare uno dei pochi momenti di serenità.
Come si appresta a vivere gli Europei?
Con grande piacere, perché sono un modo per incontrare gente proveniente da altri paesi e da altre culture e per condividere con loro delle emozioni e delle passioni. Le partite sono solo una parte di tutto l'Europeo. È un evento che dev'essere una festa, e sarebbe una grossa sconfitta se lo si riducesse alle sole partite di calcio.
E quali squadre seguirà con più interesse?
Oltre alla Svizzera, la Russia (dove c'è la contraddizione dei giocatori che restano in patria mentre i capitali vanno in squadre estere) e l'Italia, perché una parte della nostra storia è legata a questa bellissima nazione.

Pubblicato il 

06.06.08..

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