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Europa a senso unico

di

Generoso Chiaradonna
Gli accordi bilaterali tra Svizzera e Unione europea sono realtà da ormai più di un anno (1° giugno 2002). Da allora, e prima di allora, si è scritto e detto tutto e il contrario di tutto: chi sosteneva che erano una grande opportunità in termini di nuovi potenziali mercati e chi invece affermava, e afferma, che sarebbero stati la rovina della nostra economia, almeno di quella ticinese più debole rispetto al resto della Svizzera. In realtà l’economia ticinese sta rallentando, assieme a quella Svizzera, per motivi congiunturali che nulla hanno a che vedere con i bilaterali in sé. Sono l’instabilità internazionale, la robustezza del franco svizzero, il calo dei consumi e il clima di sfiducia generalizzato i principali fattori che hanno scatenato l’attuale crisi economica. Dei sette accordi stipulati dalla Svizzera con l’Unione europea e ratificati dal popolo, quello che crea maggiori apprensioni è quello relativo alla libera circolazione delle persone. «Libertà che diventerà effettiva dal 1° giugno del 2004», ci dichiara Libero Malandra, responsabile dell’Ufficio della manodopera estera del Canton Ticino. «Fino ad allora varranno ancora le attuali normative che permettono la non concessione di permessi di lavoro se il mercato del lavoro locale non lo permette. Parlo dei permessi per lavoratori distaccati e per coloro che offrono una prestazione di servizio (indipendenti, ndr) sul territorio ticinese». Ma i bilaterali valgono nelle due direzioni. Anche le aziende ticinesi hanno la possibilità di installarsi sul territorio italiano oppure concorrere per gli appalti pubblici. Quante sono le imprese svizzere che lo hanno fatto? Lo abbiamo chiesto ai responsabili di servizi ad hoc (eurosportello) offerti da due camere di commercio italiane: quella di Como e quella di Varese. «Sappiamo dell’entrata in vigore degli accordi con la Svizzera», ci risponde la signora Triulzi della Camera di commercio di Como, «finora però non abbiamo ricevuto nessuna richiesta di assistenza da parte di aziende della Svizzera italiana. Riceviamo, viceversa, tante richieste d’informazione da parte di nostre imprese artigiane per entrare sul mercato svizzero». Segno, forse, che il mercato lariano non è appetitoso? «Tutt’altro – ci risponde la signora Triulzi – negli ultimi mesi sono stati pubblicati sulla Gazzetta ufficiale europea (l’equivalente del nostro Foglio ufficiale, ndr) alcuni bandi di concorso per importanti opere pubbliche. Nessuna ditta ticinese si è però fatta avanti». Ma quali sono i servizi che la vostra istituzione offre a chi opera nella vostra zona? «Consulenza per la costituzione di nuove imprese, pratiche per l’accesso a finanziamenti e appalti pubblici e naturalmente seguiamo anche l’internazionalizzazione delle aziende comasche». Le stesse risposte le abbiamo ricevute pure dalla Camera di commercio di Varese. In definitiva, si può concludere, che pochi attori economici svizzeri tentano di entrare sul mercato italiano sfruttando le possibilità offerte dai bilaterali. Per Fausto Casolini, dell’Aiti (Associazione industrie ticinesi), almeno per quanto riguarda le imprese industriali, il processo di internazionalizzazione è un processo naturale. «Indipendentemente dagli accordi bilaterali, chi vuole insediarsi con attività produttive in Svizzera o in Italia, piuttosto che in Romania, lo fa con o senza i bilaterali», ci dichiara Casolini. «Dal nostro osservatorio, non abbiamo notato che gli accordi bilaterali abbiamo scatenato chissà quale movimento di industrie, di popoli o cose del genere». «È vero che il piccolo artigiano lombardo è sicuramente più motivato ad entrare sul mercato ticinese e cercare di sfruttare determinati differenziali di costo tra Svizzera e Italia. Da questi operatori economici abbiamo ricevuto richieste di consulenza», conclude Casolini. Si intuisce allora che la concorrenza estera non arriva dalle grandi imprese, ma dai piccoli imprenditori o indipendenti. Per sapere come funziona il regime dei permessi per queste categorie professionali abbiamo contattato Libero Malandra dell’Ufficio manodopera estera. Signor Malandra, sono aumentate le richieste di questo tipo di permessi? «È difficile dare una risposta precisa perché bisogna distinguere tra indipendenti e lavoratori distaccati che rientrano nella definizione di prestazione di servizio transfrontaliera» Ci spieghi meglio… «Le prestazioni di servizio possono essere fatte da un indipendente. Un esempio classico è l’elettricista italiano che ha la sua azienda artigiana in Italia e che viene qui per fare un lavoro e poi ritorna in Italia. La stessa prestazione può essere svolta da un lavoratore distaccato dipendente della ditta estera. Si tratta di permessi di lavoro di durata fino a 90 giorni. Prima di concedere l’autorizzazione sentiamo le commissioni paritetiche di categoria e verifichiamo pure le condizioni salariali offerte ai lavoratori. Se invece questi lavoratori entrano in base ad accordi tra nazioni che esulano da quelli tra Svizzera e Ue (perché il loro datore di lavoro ha vinto un appalto pubblico) hanno diritto automaticamente al permesso. Queste imprese devono rispettare comunque le condizioni salariali e contrattuali vigenti in Svizzera». Se invece si tratta di un privato che vuole mettersi, ad esempio, le piastrelle nel suo appartamento cosa deve fare? «Deve chiedere il permesso di lavoro a noi per conto della ditta esecutrice estera. In questo caso i permessi possono essere rifiutati o concessi a seconda del mercato del lavoro locale». «È proprio su questo punto che le camere di commercio italiane reclamano e sostengono che facciamo ostruzionismo, ma applichiamo semplicemente gli accordi». «Comunque posso affermare che le richieste di permessi per autonomi sono in aumento anche se non in modo sproporzionato».

Pubblicato

Venerdì 4 Luglio 2003

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