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Etica senza frontiere

di

Martino Dotta
Al giorno d’oggi, il fondamentalismo del mercato rappresenta per la società aperta una minaccia più grave di qualsiasi ideologia totalitaria, poiché i fondamentalisti del mercato vorrebbero abolire i processi decisionali collettivi e imporre la supremazia dei valori del mercato su tutti i valori politici e sociali. Anzi attualmente, in politica, domina una precaria alleanza tra fondamentalisti del mercato e fondamentalisti religiosi. Pertanto quello di cui abbiamo bisogno è un equilibrio corretto fra politica e mercati, fra compito d’imporre regole e quello di rispettarle. Si tratta di mettere in moto un processo cooperativo e iterativo che definisca l’ideale della società aperta, un processo in cui ammettere apertamente le imperfezioni del sistema capitalistico globale e cercare d’imparare dai nostri errori. Infatti la sfida suprema del nostro tempo è fissare per la società globale un codice di comportamento universalmente valido. È la società che deve mobilitarsi per imporre dei principi di comportamento agli Stati, e i principi che vanno imposti sono quelli della società aperta: la democrazia, il pluralismo, la tolleranza, la flessibilità. A tenere questo discorso non è né un filosofo etico, né un teologo morale, né un esponente ecclesiastico. È invece colui che si è fatto la fama di «mago della finanza», cioè George Soros, finanziere, filosofo e filantropo, noto nel mondo intero per le sue operazioni spericolate ed estremamente redditizie sui mercati finanziari internazionali. Che sia proprio lui a invocare misure di controllo sul cosiddetto «fondamentalismo del mercato globale», dopo averne approfittato a lungo, ha del paradossale o forse più correttamente del profetico. Segnala l’urgenza di regole democratiche e di norme etiche da applicare a un processo complesso e che pretende di abbracciare qualunque aspetto della vita umana individuale e sociale: la globalizzazione dei mercati di stampo neoliberista. Meraviglia una simile richiesta da parte di uno speculatore finanziario? A ben vedere, non dovrebbe più di quel tanto, poiché denota sensibilità sociale e soprattutto profonda conoscenza dei mercati finanziari e delle loro contraddizioni. D’altronde, se ci si rivolge a chi invece dovrebbe essere in un qualche modo esperto di etica, come i filosofi e i teologi, si constata una comunanza di preoccupazioni e prospettive: l’interesse comune è tenuto a prevalere su quello particolare, fosse pure espressione di un gruppo di pressione o di un potentato economico! Alla prova dei fatti, risulta una pura illusione ritenere che il mercato sia in grado di autoregolarsi, imponendosi criteri di comportamento a favore degli individui, dell’intera società e perlomeno idealmente di tutta l’umanità. È una legge fondamentale che le regole morali vengano generalmente determinate all’esterno di un ente (persona, gruppo di persone, società, ecc.) e vadano assimilate per diventare operative e orientative. Il medesimo principio dovrebbe pertanto valere per i mercati globali. Un’attitudine di sospetto A limitarsi alle riflessioni e alle proposte di orientamento etico elaborate in ambito cristiano, va innanzitutto constatato che le Chiese si sono mosse piuttosto tardi rispetto agli sviluppi della società del Medioevo, secondo i quali il comportamento umano andava considerato nella prospettiva della sua finalità. Detto in parole povere: la felicità eterna. In sostanza, era la meta a determinare il cammino da seguire. Nell’epoca moderna, in seguito all’emergere dell’individuo umano in quanto essere di volontà personale (e non più solo collettiva) e oggetto di dignità, la posizione delle Chiese è diventata sovente critica e talvolta anche polemica. Le «rerum novarum» (le novità moderne) come le rivendicazioni salariali, di condizioni di vita e sanitarie degne di un essere umano, la protezione sociale, ecc. erano guardate con sospetto, come fossero espressione di ribellione all’ordine costituito (poco importava se fosse umano o divino). Di fatto, rispetto alla teologia, la filosofia etica moderna ha compiuto passi in avanti considerevoli nel riconoscere la legittimità delle richieste politiche e sociali. Eppure, quando papa Leone XIII pubblicò nel 1891 la famosa enciclica sociale (Rerum Novarum) (Delle cose nuove), sui nascenti movimenti operai, ci fu chi parlò di rivoluzione nel pensiero morale cattolico. In realtà, prima d’allora, nessun pontefice s’era chinato su questioni tanto mondane. Ma la Chiesa era già in ritardo nel prendere coscienza delle gravi situazioni di disagio sociale dovute alla rapida industrializzazione: Marx ed Engel avevano già lanciato i loro proclama per il rispetto degli operai e contro i capitalisti. Una riflessione qualificata Nella Chiesa cattolica, Leone XIII fece comunque scuola e praticamente tutti i suoi successori si occuparono di questioni sociali. A limitarsi ai documenti più significativi, vanno rilevate le seguenti encicliche: la Quadrigesimo Anno di Pio XI (1931), la Pacem in Terris di Giovanni XIII (1963), la Populorum Progressio di Paolo VI (1967) e soprattutto le tre pubblicate da Giovanni Paolo II, Laborem Exercens (1981, sulla dignità del lavoro), Sollicitudo Rei Socialis (1987, sull’attitudine della Chiesa rispetto alle problematiche sociali) e (1991, sulle conseguenze sociali dello sviluppo dell’economia contemporanea). Ovviamente anche le altre Chiese cristiane si sono interessate di economia e società producendo un insieme considerevole di scritti, il cui criterio di base è, in genere, la ricerca del bene comune. Queste riflessioni hanno portato a elaborare dei veri e propri trattati, denominati rispettivamente la dottrina sociale cattolica e l’insegnamento sociale evangelico-riformato. Ma anche le Chiese ortodosse hanno iniziato a occuparsi di questioni sociali, negli ultimi anni. Per la cronaca, limitiamoci a evocare i testi più significativi: la lettera pastorale dei vescovi americani del 1986, Giustizia per tutti, che suscitò una vasta eco; la Lettera pastorale sociale del 1990 pubblicata dalla Conferenza dei vescovi austriaci; i fascicoli Il Dio comune e la dottrina sociale cattolica del 1996, editi dalla Conferenza dei vescovi cattolici d’Inghilterra e Galles; il documento Per un futuro nella solidarietà e nella giustizia, del 1997, elaborato congiuntamente dal Consiglio della Chiesa evangelica e dalla Conferenza dei vescovi tedeschi. È soprattutto a quest’ultima iniziativa, ma indirettamente anche a quelle americana e austriaca che si sono ispirati il Consiglio della Federazione delle Chiese evangeliche e la Conferenza dei vescovi svizzeri nel promuovere la Consultazione ecumenica per il futuro sociale ed economico della Svizzera, di cui riferiremo ancora sotto. Una critica inefficace? Quest’importante sforzo riflessivo e redazionale ha paradossalmente capovolto la situazione: dall’indifferenza e la diffidenza iniziali, i teologi cristiani e le autorità ecclesiastiche sono passati a una superproduzione. Infatti, negli ultimi anni, oltre ai documenti ufficiali delle Chiese sono stati stampati a decine articoli e saggi sull’insegnamento sociale cristiano, mentre si sono moltiplicati convegni e giornate di studio a riguardo. Tuttavia, va pur riconosciuto che non sempre alle parole hanno seguito i fatti, nel senso che la sensibilità etico-sociale delle Chiese solo di rado è giunta a dare origine a vasti progetti concreti di solidarietà e giustizia vissuti nel quotidiano. È forse un caso isolato la cosiddetta «economia di comunione» promossa anche a livello aziendale dal Movimento dei Focolari di Chiara Lubich. Lo stesso Vaticano, che da un paio di decenni a questa parte tanto s’è impegnato nel richiamare i principî etici fondamentali che dovrebbero reggere l’economia di mercato e nello stimolare l’elaborazione di modelli di vita solidali e giusti, ancora nello scorso dicembre è stato criticato per avere aperto un conto speciale presso il Banco di Roma, conosciuto per i cospicui sostegni finanziari accordati al commercio delle armi. E neppure all’interno delle comunità religiose o nelle parrocchie è scontato riuscire a far passare un discorso di giustizia sociale oppure ottenere l’accordo per acquisti responsabili, ispirati al commercio equo. Di certo, da parte delle Chiese, delle collettività cristiane e dei singoli credenti è necessaria una maggiore coerenza tra pensiero e vita, ma ciò nulla dovrebbe togliere al valore della riflessione sociale proposta. Per quanto riguarda la Svizzera, abbiamo fatto riferimento poco sopra alla Consultazione ecumenica. Oltre a essere stato il primo progetto ecumenico di ampio respiro, sull’arco di tre anni e mezzo ha coinvolto diverse migliaia di persone tra discussioni in gruppi ristretti, tavole rotonde e prese di posizione. Il risultato di questo grande lavoro consultivo si trova riassunto nel Messaggio delle Chiese, Insieme nel futuro, reso noto il 1 settembre 2001 a Berna. Libertà e dignità per ogni essere umano, creato come specchio della Divinità, sono le basi etico-teologiche su cui è stato costruito il documento. Principî etici come i diritti umani fondamentali, la solidarietà, la giustizia, lo sviluppo sostenibile, il bene comune e la responsabilità vi fanno da corollario. Di conseguenza, vi si legge ad esempio che «le strutture religiose, politiche, sociali o economiche sono al servizio della persona e non il contrario». Questo sembra il cambiamento di prospettiva che il sistema economico globale dovrebbe fare proprio per contribuire al raggiungimento del benessere per tutti. Per contro, la tendenza che sta seguendo il capitalismo neoliberale è di voler essere un fine in sé, incurante della sua vocazione originale di essere un mezzo. A ragione di questa situazione di perversione dell’economia, le Chiese chiedono con insistenza una globalizzazione dei valori etici. Il cammino da compiere per giungere a tale traguardo è ancora lungo, ma le Chiese sanno di doverlo compiere insieme alle altre religioni e a tutti gli abitanti del pianeta. Anche per loro, l’etica è sempre più una sfida globale da cogliere sul serio, in nome della fede che professano.

Pubblicato

Venerdì 1 Febbraio 2002

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