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Eternit, quel che non si dice

di

Stefano Guerra
Chi si avventura nell’atrio dell’Edificio Canavée a Mendrisio fra i pannelli esplicativi, gli oggetti, le bacheche zeppe di documenti e le gigantografie dell’esposizione “Eternit Svizzera: architettura e cultura aziendale dal 1903”(1), non può fare a meno di provare una certa ammirazione. Vi si può leggere una copia del manoscritto nel quale, agli albori del ventesimo secolo, l’inventore dell’amianto-cemento, l’ingegnere austriaco Ludwig Hatschek, rivelò la formula magica e lodò le virtù del nuovo materiale; si può ammirare un libretto vecchio cent’anni di uno sbiadito color azzurro con gli statuti della Schweizerische Eternitwerke Ag, società fondata a Niederurnen da un gruppo di azionisti glaronesi che acquistò i diritti di fabbricazione del materiale; si può dare un’occhiata a un listino prezzi degli anni ’10 con un’ampia offerta di pannelli lisci e ondulati per il rivestimento di tetti, facciate e pareti interne; è possibile apprezzare il design di una sedia in Eternit ammuffita e scalfita, modello lanciato sul mercato nella prima metà degli anni ’50; e ci si può soffermare davanti a una serie di gigantografie degli edifici, pubblici e privati, costruiti o rivestiti in tutta la Svizzera con lastre in fibrocemento. Nell’atrio dell’Edificio Canavée, è quasi con soggezione che uno si addentra nel capitolo forse più glorioso della storia industriale svizzera del ventesimo secolo: quello della nascita, dei primi passi e dell’espansione della Eternit Sa, sulla cui omonima e sapiente miscela di cemento, amianto e acqua la dinastia Schmidheiny costruì il suo impero facendo della Svizzera la culla mondiale dell’amianto-cemento. Ma si sa, ammirazione, soggezione e riverenza ammansiscono lo spirito critico. Ed è grave, perché è proprio tale spirito che la tragica eredità lasciata dalla Eternit imporrebbe di adottare a chiunque fosse interessato a una storia sociale dei suoi “cent’anni di cultura aziendale”. Maestra nelle public relations, la ditta di Niederurnen lo sa e impiega le sue «migliori forze creatrici» tanto «nel settore dell’innovazione del prodotto» quanto «nel lavoro di relazioni pubbliche» (2) per alimentare ammirazione e soggezione e smorzare sul nascere ogni approccio critico alla sua storia. Così, dosa in modo sapiente ciò che le interessa far vedere e ciò che non vorrebbe mostrare ma che ormai da tempo non può più nascondere. Con l’esposizione del centenario serve in pasto il contenuto di un calderone in cui sono stati rimestati gli ingredienti principali della sua “cultura aziendale” (3) e un secolo di rapporti fra la ditta di Niederurnen e gli architetti svizzeri, un calderone nel quale viene annacquata la sua responsabilità storica nei confronti degli ex lavoratori ammalatisi o deceduti per aver inalato polveri di amianto. L’esposizione che celebra i suoi cent’anni e il lussuoso catalogo patinato che la accompagna sono sì un contributo alla comprensione dell’importante ruolo avuto dall’amianto-cemento nella storia dell’architettura elvetica, ma sono innanzi tutto un’operazione pubblicitaria che ha quale risultato, ancora una volta, di occultare la funesta realtà di una storia sociale della Eternit che finora nessuno ha scritto. «La ricerca storica non è la nostra priorità e un libro di storia sarebbe per noi una cosa poco soddisfacente», ha detto a Mendrisio l’amministratore delegato e presidente della direzione della Eternit Andreas Holte, che ha elogiato invece una mostra e un catalogo che presentano «le possibili soluzioni architettoniche emerse dalla produzione di un materiale specifico [l’amianto-cemento, ribattezzato “fibrocemento” dopo l’abbandono del materiale cancerogeno, ndr]». Per ingombrante che sia, la gloriosa storia architettonica della Eternit non può non lasciar emergere il suo tragico lascito sociale. La ditta di Niederurnen sa pure questo. L’esposizione del centenario rappresenta quindi per i suoi dirigenti anche un’occasione per ribadire la volontà di assumere il proprio «doloroso passato». Anders Holte a Mendrisio non ha mancato di ringraziare tutti i collaboratori che hanno contribuito al successo dell’azienda e del fibrocemento, parlando «di tutti gli anni di esistenza del prodotto, ivi compreso il periodo per noi doloroso dell’amianto». «Il non conoscere ha avuto come effetto la malattia, ma noi – contrariamente a quanto molti affermano – siamo stati i primi a sostituire l’amianto con altre fibre. Questa uscita dall’amianto si è svolta nella massima trasparenza», ha detto il presidente della Eternit facendo eco allo storico Jacques Gubler che poco prima aveva sottolineato come «davanti al problema sanitario e politico dell’amianto» questa mostra giocasse «la carta della trasparenza, della glasnost». In effetti, i pannelli esplicativi nell’atrio dell'Edificio Canavée abbondano di dettagli e date che documentano il passaggio della Eternit dall’amianto-cemento al fibrocemento, una riconversione concepita nel 1976 – un anno dopo l’arrivo di Stephan Schmidheiny alla direzione della società – e avviata nel 1978. Due anni dopo, dallo stabilimento di Niederurnen uscirono i primi prodotti senza amianto, i vasi da fiori. Nell’’84 la metà della produzione (rivestimenti per facciate e pareti, recipienti da giardino, canali di ventilazione, pannelli di protezione anti-incendio, ecc.) era disponibile senza amianto. Alla fine del decennio, quando entrò in vigore il divieto generale dell’amianto, tutti i prodotti Eternit per l’edilizia non contenevano più il minerale cancerogeno (la produzione in amianto-cemento di quelli del settore del genio civile andrà avanti fino al 1994). La ditta di Niederurnen si rammarica del fatto che «circa 50 collaboratori, che lavoravano in maggioranza a Niederurnen negli anni ’50 e ’60, siano morti per un mesotelioma [tumore alla pleura legato all’esposizione a polveri di amianto, ndr]» e afferma che fino all’abbandono totale della produzione in amianto-cemento gli sforzi «a favore di una manipolazione dell’amianto senza rischi» sono stati portati avanti «metodicamente sulla base di uno stato delle conoscenze regolarmente attualizzato». (4) In realtà, la glasnost di cui fa sfoggio la Eternit è una spessa cortina di fumo dietro la quale l’azienda da anni occulta dati e informazioni indispensabili per comprendere appieno sia il significato e la portata della sua tragica eredità, sia le ragioni della fuga dalle sue reali responsabilità nei confronti degli ex lavoratori. Invece di vantarsi del suo “ruolo pionieristico” a livello mondiale nella riconversione dall’amianto-cemento al fibrocemento, la Eternit dovrebbe spiegare perché la decisione di abbandonare il minerale cancerogeno è stata presa più di dieci anni dopo che la relazione fra inalazione di fibre di amianto e mesotelioma era stata dimostrata in modo inequivocabile, in particolare con la pubblicazione degli studi del dottor Irving Selikoff nel Journal of the American Medical Association nel 1964. La ditta di Niederurnen dovrebbe pure indicare le ragioni per le quali il processo di riconversione è durato quasi 20 anni, fino alla chiusura nel novembre 1994 del reparto di fabbricazione dei tubi per canalizzazioni e condotte di acqua potabile dello stabilimento di Niederurnen. «In certi paesi e per certi prodotti, il suo [di Stephan Schmidheiny, ndr] staff trovò materiali sostitutivi. Ma dove gli ingredienti alternativi erano troppo cari o di cattiva qualità, la Eternit continuò ad usare amianto fino alla fine degli anni ’80, molto tempo dopo che i suoi pericoli per la salute erano stati largamente riconosciuti. Anche dopo essersi impegnato ad abbandonare l’amianto entro il 1990, Schmidheiny fece un’eccezione per la produzione di tubi».(5) Spiegando questo approccio graduale, Stephan Shmidheiny ha detto che il problema dell’asbesto «era una cosa che andava gestita e controllata».(6) La Eternit si copre poi le spalle affermando che tutte le possibili misure di protezione erano state adottate nel frattempo, ma i pochi ex lavoratori – quasi tutti immigrati italiani – che finora hanno avuto il coraggio di parlare l’ hanno smentita a più riprese: «È una bugia clamorosa», dice ad area un ex operaio della Eternit che ha lavorato a Niederurnen per quasi due anni fra il 1980 e il 1981. «Cosa vuol dire – prosegue l’uomo che ha chiesto l’anonimato – mettere in sicurezza i lavoratori che vengono a contatto con l’amianto? Nei diversi reparti c’era polvere dappertutto e le misure di protezione erano ridicole. Nessuno usava le mascherine, qualcuno metteva i guanti e su alcune macchine c’erano dei grandi aspiratori. L’unica misura seria di protezione, però, era togliere di mezzo l’amianto». Se credesse fino in fondo alla trasparenza che vanta, la Eternit dovrebbe anche avere il coraggio di guardare oltre «la cinquantina di morti» che riconosce ufficialmente e perlomeno porre alcune domande: quanti ex lavoratori stranieri degli stabilimenti di Niederurnen e Payerne rientrati in Italia, in Spagna, in Turchia, ecc. si sono nel frattempo ammalati o sono morti a causa di un mesotelioma senza cure e senza l’ombra di un indennizzo? Quanti ex lavoratori o dipendenti ancora in servizio hanno sofferto o soffrono di altre malattie respiratorie legate all’inalazione di fibre di amianto? Che fine hanno fatto le migliaia di lavoratori esposti alle polveri del minerale cancerogeno negli stabilimenti di società controllate dalla famiglia Schmidheiny in Europa, Medio Oriente, Africa e America latina? E infine, se giocasse davvero la carta della glasnost, perché la Eternit avrebbe tentato in ogni modo di opporsi – ricorrendo fino al Tribunale federale – alla rogatoria con cui la Procura di Torino aveva richiesto il libro matricola dei dipendenti impiegati a Niederurnen e i loro incarti personali custoditi dalla Suva? La “massima trasparenza” consiste forse nello sperare che le vittime che hanno trovato il coraggio di parlare muoiano mentre si dilatano i tempi di una giustizia vieppiù minacciosa ma che si fa di tutto per ritardare? Non bisogna cercare le risposte a queste domande nell’atrio dell’Edificio Canavée: non ci sono. Insomma, anche la trasparenza ha un limite! ___________________________ (1) Accademia di architettura, Hall Edificio Canavée, Mendrisio. L’esposizione – allestita dal Dipartimento di architettura del Politecnico di Zurigo in collaborazione con la stessa Eternit – fa tappa in Ticino dopo essere stata ospitata a Zurigo, Losanna e Payerne e prima di partire per l’estero. È aperta fino al 28 febbraio 2004 dal lunedì al venerdì (8-18). L’ingresso è libero. (2) Dal pannello introduttivo dell’esposizione. (3) Elogiando la “cultura aziendale” della Eternit, all’inaugurazione della mostra lo storico Jacques Gubler dell’Università della svizzera italiana ha definito la Eternit la «Hollywood di Niederurnen». «C’è l’idea ottocentesca della grande famiglia che si manifesta anche attraverso le canzoni cantate dagli operai», ha detto Gubler prima di intonare una strofa della canzoncina della Eternit composta da Albert Gmür nel 1985. (4) Da uno dei pannelli dell’esposizione. (5) “Moral Fiber: Billionaire Activist on Environment Faces His Own Past”, The Wall Street Journal, 9 dicembre 2002. I tubi sono stati prodotti fino al 1994 in amianto-cemento perché la loro fabbricazione con altri materiali non era redditizia. A dimostrazione di ciò sta il fatto che la produzione di tubi con fibre sostitutive venne interrotta soli tre anni dopo, nel 1997, perché i nuovi prodotti «a seguito del passaggio alla nuova tecnologia senza amianto, erano diventati troppo costosi.» (AAVV, Eternit Suisse: architecture et culture d’entreprise depuis 1903, Zurigo, 2003, p. 17) (6) “Moral Fiber...”, cit.

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Venerdì 6 Febbraio 2004

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