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Esterofobia, identità distorta e razzismo

di

Claudio Origoni
L’esterofobia è da sempre appannaggio esclusivo della Destra. Forse perché la definizione del concetto non necessita di grande lavoro intellettuale. Tuttavia, i terreni di sviluppo dell’esterofobia oggi si allargano. L’avversione per tutto ciò che è straniero sta diventando il nome che diamo al disagio socio-economico. Aumenta la disoccupazione? È colpa degli stranieri. Troppa delinquenza? È per l’assedio degli albanesi (dimenticando che prima si è delinquenti e poi albanesi). I conti del sociale sono un problema? Già, con quel che ci costano gli asilanti! In realtà tutti sappiamo che dietro il disagio economico e sociale c’è la recessione. Ci sono la crisi del modello capitalistico, una finanza sempre più rapace e un’economia senza etica: in una parola, forse, la globalizzazione. Da cui la difesa ad oltranza del locale, di un passato virtuoso (se non virtuale) e l’invenzione di quella che suole chiamarsi “identità nazionale”, i cui elementi fondanti travalicano l’ambito storico per occupare a pieno titolo i territori del comico. Dietro l’esterofobia nasce e si sviluppa un discorso distorto di identità che, da concetto fluido e dinamico, sta diventando elemento organico: come fosse una cosa data una volta per tutte. Da cui la chiusura a riccio e l’esaltazione di tutto ciò che è nazionale. Per ricostruire il passato, per farsi una identità – sostiene Ernest Renan citato in “Eccessi di culture” (Einaudi) – ci vuole una buona dose di memoria e un’altrettanta forte dose di oblio. Nel quale cadono, ma meglio sarebbe dire dovrebbero cadere, le nostre pretese radici cristiane (quanti morti in nome delle religioni!), le nostre guerre intestine e tribali, la fame e la miseria. (Sarebbe altresì opportuno ricordare che la rivalutazione di un passato di povertà è un lusso che si possono permettere solo coloro che quel passato non l’hanno vissuto, scrive ancora Marco Aime, l’autore del saggio di cui sopra, alla p. 68.) E attenzione anche a enfatizzare la multiculturalità, ammonisce l’antropologo Aime. Intanto, e per cominciare, non sarebbe meglio che lo chiamassimo pluralismo? Ci saranno mai delle culture non pluraliste, cioè delle culture che possano vantare una purezza originale? Ogni cultura è frutto di scambi: somma e sottrazione di elementi vari, no? L’esterofobia è anche un fatto percettivo. Saranno troppi, saranno pochi 85 mila stranieri in Ticino? (Non è forse vero che la grande presenza di stranieri nel nostro Paese è sempre stata legata a lunghi periodi di sviluppo economico?) È che troppi appaiono. Soprattutto quando vediamo queste persone a gruppi di tre-quattro ciabattare sul nuovo Corso di Chiasso per andare a sedersi scioperati sul muretto di Piazza della Chiesa. Ma sono in attesa che si risolva il loro legittimo cammino di speranza. Sarà giusto fargliene una colpa? È davvero un brutto male l’esterofobia. È un terreno fertile per lo sviluppo del razzismo: quella strana cosa che colpisce i bianchi ma che uccide i neri, come ha detto Einstein. E non solo i neri.

Pubblicato

Mercoledì 14 Settembre 2005

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