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Esportare armi: un gioco pericoloso

di

Manon Schick

Dobbiamo salvare i posti di lavoro nell’industria svizzera delle armi  allentando la legge sull’esportazione di armi verso paesi che violano i diritti umani? Anche se può sembrare incredibile, a inizio settembre il Consiglio degli Stati ha risposto “sì” a una mozione in questo senso. Il Consiglio nazionale discuterà il tema nel corso di questa sessione del Parlamento, ed è possibile che prenda la stessa identica decisione (data della redazione: 28 novembre 2013).


Questo significa che il Consiglio federale dovrà modificare l’ordinanza sul materiale bellico, sopprimendo il divieto generale di esportazione verso paesi che violano sistematicamente i diritti umani e sostituendola con un esame caso per caso. La Svizzera potrebbe quindi, in tutta legalità, sostenere i regimi più repressivi al comando attraverso le sue esportazioni.


Di fronte all’argomento del mantenimento dei posti di lavoro in Svizzera, quello della sopravvivenza di esseri umani in Arabia Saudita o in Pakistan sembra avere ben poco peso. Ma l’industria svizzera delle armi è veramente minacciata? Come ha rivelato la SonntagsZeitung domenica 24 novembre, le cifre riguardo alle esportazioni di armi parlano di un settore sano, se si sommano le esportazioni di materiale da guerra (armi e munizioni) e quelle di beni militari (simulatori, aerei per le esercitazioni ecc.).


A quanto pare il distinguo tra queste due tipologie di armamenti è una specialità svizzera, che permette di camuffare l’aumento totale delle esportazioni. Nel 2012 le esportazioni totali di armamenti rappresentavano 3,1 miliardi di franchi, ovvero tre volte di più rispetto al 2010.
In questo contesto parlare di discriminazione dell’industria bellica svizzera rispetto ad altri paesi europei, come fa la Commissione delle politica di sicurezza del Consiglio degli Stati, è semplicemente falso. La raccomandazione che chiede di alleggerire le condizioni di esportazione è scandalosa. Ancora una volta l’economia tenta di far passare i propri interessi prima del rispetto dei diritti umani.


Se il Consiglio nazionale seguisse il Consiglio degli Stati, questo cambiamento di politica sarebbe inoltre totalmente contrario al Trattato internazionale sul commercio di armi (TCA) adottato l’aprile scorso, con una maggioranza senza precedenti, dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. La Svizzera ha avuto un ruolo fondamentale nei negoziati che sono sfociati nell’adozione del trattato. Non può ora dare il cattivo esempio ammorbidendo la sua legislazione nazionale.


La legge odierna in materia di esportazioni di armi lascia un margine d’interpretazione sufficiente al Consiglio federale. Nessun bisogno di allentarla. Esempi recenti, come quello delle munizioni svizzere usate in Libia, mostrano come la nostra legislazione abbia delle lacune e che dovrebbe al contrario essere rafforzata in senso restrittivo.

Pubblicato

Giovedì 5 Dicembre 2013

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