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Esercizi di potere

di

Mauro Marconi
A 12 anni mi avevano soprannominato San Bernardo, più per la mole che per l’indole ad onor del vero. A 18 anni mi dicevano (le ragazze, quelle poche che mi degnassero di uno sguardo) che avevo una faccia da assistente sociale (non ho ancora capito se fosse un complimento oppure no). Non so: sarà quella mia faccia un po’ così ad indurre persone estranee che incontro per caso a raccontarmi i casi loro? Ho conosciuto un tale che lavora per una grande azienda che ha delle sedi nei principali centri del cantone. Questo tale appartiene ad un’unità produttiva composta da una decina di collaboratori dislocati nelle varie sedi. Secondo una ferrea logica, i posti di lavoro sono così attribuiti: a) chi abita nel Bellinzonese lavora a Locarno; b) chi abita nel Locarnese lavora a Lugano; c) chi abita nel Luganese lavora a Bellinzona. I collaboratori, dopo essersi consultati ed accordati, hanno proposto/richiesto alla direzione di rivedere l’attribuzione del personale alle varie sedi in modo da favorire un avvicinamento al proprio domicilio. La richiesta è stata respinta “perché non è possibile cambiare perché è impossibile”. Ho incontrato un tale che ha appena terminato una formazione che la sua azienda l’ha costretto a seguire unitamente a diversi suoi colleghi. Mi sono congratulato per il diploma professionale appena conseguito, che, cosa non indifferente, era la condizione per poter continuare a svolgere il proprio lavoro (o, detto chiaramente, per evitare il licenziamento). A pochi giorni dalla consegna del diploma, il direttore gli ha detto che in ogni caso la formazione seguita (durata diversi mesi con un onere di studio tutt’altro che leggero) è inutile. Queste due storie hanno un denominatore comune: l’affermazione del potere. In ogni organizzazione ed a maggior ragione in azienda, assistiamo quotidianamente all’esercizio del potere, che si fonda su due elementi basilari: la legalità e la legittimità. La prima deriva semplicemente dalla posizione occupata; la seconda risulta dal rapporto tra superiori e subalterni, che riconoscono o meno le capacità professionali (saper e saper fare) e personali (saper comunicare, essere carismatici, fungere da riferimento identitario, …) dei propri dirigenti. Ecco quindi che capiamo meglio la genesi dei comportamenti che i miei due interlocutori hanno subìto. Essi scaturiscono dalla fragilità del potere. Un potere è legittimo nella misura in cui chi vi è sottomesso lo riconosce. È un esercizio delicato durante il quale non pochi dirigenti soccombono. Oppure varcano la linea d’equilibrio che separa una leadership dall’autoritarismo. Noi lavoratrici e lavoratori non saremmo così fragili se solo avessimo coscienza della debolezza altrui. Che è poi lo specchio della nostra forza. Dovremmo ricordarcene quando svolgiamo il nostro lavoro e quando guardiamo il nostro collega svolgere il suo. Esercitiamo il nostro potere. Gli scioperanti di Reconvilier l’hanno fatto.

Pubblicato

Venerdì 14 Gennaio 2005

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