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Enti e istituti, siamo alle solite

di

Stefano Guerra
Tra la dozzina di misure di risparmio del “pacchetto” varato in giugno dal Consiglio di Stato sulle quali il parlamento (ed eventualmente la popolazione se verrà impugnato il referendum) ha voce in capitolo, il decreto che limita allo 0,5 per cento nel biennio 2006-2007 l’aumento dei sussidi cantonali a enti, istituti, associazioni e fondazioni è una di quelle che più ha fatto discutere i commissari della Gestione. Emendato dalla maggioranza Plrt-Ppd, bocciato da quelli del Ps, il decreto legislativo è rivelatore a più di un titolo dell’ossessione “risparmista” che è tornata a prevalere nella politica finanziaria cantonale dopo la parentesi della “concertazione” Plrt-Ppd-Ps. La misura infatti è stata avanzata senza consultare i diretti interessati, ripropone – stavolta ammantata di “revisione dei compiti” – la solita logica dei tagli (o contenimenti che dir si voglia) lineari, misconosce l’evoluzione dei bisogni nel settore socio-sanitario, rischia di pregiudicare l’applicazione dei contratti di prestazione e, per il pressapochismo (interessato?) con cui è stata disegnata, si tradurrà in nuovi tagli e riversamenti di oneri sui Comuni nei settori della scuola dell’infanzia e della scuola elementare. Alla luce di un’evoluzione «finanziariamente insostenibile» della relativa voce di spesa, con un decreto legislativo inserito nel “pacchetto” di misure per il riequilibrio delle finanze cantonali (vedi articolo sotto) il Consiglio di Stato ha deciso di contenere l’incremento delle spese per contributi a enti, associazioni, istituti, fondazioni e aziende autonome entro limiti che non superino gli importi di preventivo 2005, aumentati dello 0,5 per cento annuo per il 2006 e il 2007. In questo modo l’ammontare dei sussidi erogati dal Cantone a enti terzi che svolgono compiti di utilità pubblica (Ente ospedaliero, Usi, Supsi, case per anziani, servizi di aiuto domiciliare-Sacd, enti d’appoggio, istituti per invalidi, antenne per tossicodipendenti, ecc., ma anche Comuni e Consorzi) verrà ridotto rispetto al Piano finanziario di legislatura di 14,2 milioni di franchi nel 2006 e di 25,1 milioni nel 2007. Stando ai dati citati nel rapporto di minoranza dai commissari socialisti, il decreto colpisce in particolare il settore ospedaliero pubblico (-2,6 milioni nel 2006; -6,6 nel 2007), quello che raggruppa case anziani, istituti sociali, Sacd, enti d’appoggio, ecc. (-3,2 e -5,4 milioni), il settore della formazione universitaria (-2,2 e -2,7 milioni) e le scuole comunali (-1,4 e -2 milioni). Per far fronte ai contenimenti di spesa proposti gli enti interessati dal provvedimento «dovranno trovare le soluzioni meno dolorose», scriveva nel messaggio il governo citando ad esempio il ridimensionamento dell’offerta (anche in presenza di una domanda crescente), la rinuncia a determinate offerte, nuove soluzioni meno costose alle necessità di presa a carico, il ridimensionamento degli standard qualitativi delle prestazioni e il contenimento delle spese per il personale. Considerazioni generiche, che i commissari socialisti dettagliano nel loro rapporto. Tra l’altro sottolineando come il tetto dello 0,5 per cento non tenga conto né dell’evoluzione oggettiva dei bisogni della popolazione anziana, né dell’aggravamento dei casi degli invalidi, né tantomeno dell’offerta stabilita nelle pianificazioni settoriali (case per anziani, cure a domicilio, invalidi, ecc.). Pur condividendo l’intento di risparmiare anche sugli enti statali e parastatali, anche i commissari Plrt e Ppd nel loro rapporto di maggioranza sollevano dubbi sulle conseguenze che la misura avrà sui contratti di prestazione che legano gli enti sussidiati e il Cantone e sul mantenimento degli standard qualitativi ai quali gli enti sono stati costretti ad adattarsi negli ultimi anni. In particolare, i commissari della maggioranza sottolineano come non sia possibile a medio termine congelare i sussidi senza ridiscutere le prestazioni e i relativi standard, così come le relative pianificazioni settoriali, decisioni che competono all’ente sussidiante. Il Cantone, in poche parole, deve avere il coraggio di dire quali sono le prestazioni da abbandonare, quali quelle da mantenere e, semmai, come e quanto ridurre le retribuzioni del personale. Il decreto legislativo che frena l’aumento dei sussidi a enti e istituti è uno degli aspetti più controversi del pacchetto di misure per il riequilibrio delle finanze cantonali. Almeno sulla carta, è quello più facilmente esposto alla minaccia di referendum. Ricordiamo che nell’autunno 2003 le proteste di responsabili e operatori (anche allora come oggi non coinvolti nell’elaborazione delle misure di risparmio) avevano portato la Commissione della gestione a congelare un sostanzioso pacchetto di tagli nel settore socio-sanitario (uno di quelli toccati dal decreto attuale) inserito nel preventivo 2004 e poi finito in un cassetto del Dipartimento sanità e socialità. Il contesto politico però non è quello di due anni fa. Sin qui dal settore socio-sanitario non sono emerse voci critiche riguardo al blocco dell’aumento dei sussidi deciso dal Consiglio di Stato per il biennio 2006-2007. Al momento attuale le condizioni per una mobilitazione non sembrano date. Anche perché – ad eccezione di quelli lanciati dalla sinistra politica e sindacale – i segnali provenienti dai politici e dai responsabili di riferimento sono scarsi, contraddittori o vanno nella direzione opposta. In Gestione, ad esempio, i commissari del Ppd – partito con un’ampia base nel settore – hanno emendato il decreto assieme ai colleghi liberali-radicali, limitandone la validità al 2006. In realtà la correzione – recepita nell’opinione pubblica come un ammorbidimento rispetto a quanto previsto dal governo – è cosmetica. Infatti, come indica il rapporto di maggioranza, il limite dello 0,5 per cento all’aumento dei sussidi continuerà a valere «come obiettivo di pianificazione finanziaria», non solo per il 2007 ma «a più lunga scadenza». Una sorta di congelamento a medio-lungo termine della spesa, passato inosservato ai più. Sicuramente non ai responsabili dell’Associazione ticinese degli istituti sociali (Atis), che però hanno deciso che salire sulle barricate già adesso sarebbe politicamente inopportuno: «Nel 2006 le prestazioni attuali potranno continuare ad essere erogate», afferma il segretario dell’Atis Daniele Intraina che si dice però «preoccupato» per il futuro, «in particolare a partire dal 2008 quando – per effetto della nuova perequazione finanziaria [che trasferirà dalla Confederazione al Cantone la responsabilità e l’onere del settore invalidi, ndr] – verrà a mancare la parte di sussidiamento federale che finora bene o male ha permesso di contenere gli effetti dei tagli cantonali». Gli operatori del settore socio-sanitario invece hanno buoni motivi per preoccuparsi già oggi. Per restare nell’ambito degli istituti sociali, il contratto collettivo è stato rinnovato tacitamente per un altro anno fino alla fine del 2006, ma con una clausola di salvaguardia che consente alle parti (anche ai singoli istituti) di derogarvi in caso di difficoltà finanziarie legate a fattori esogeni (leggi politica finanziaria del Cantone). Inoltre, preannuncia Intraina, «già nel 2006 con un tasso di crescita della spesa dello 0,5 per cento non potremo riconoscere la compensazione del rincaro né garantire gli scatti salariali».

Pubblicato

Venerdì 16 Settembre 2005

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