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Elettricità a rischio. Il caso di Bellinzona

di

Generoso Chiaradonna
In Ticino ha il sapore della primizia o per lo meno di un anticipo di quelle che potremo definire «prove tecniche di privatizzazione». Parliamo della proposta di vendita dell’Azienda elettrica comunale di Bellinzona, sulla quale gli stessi cittadini bellinzonesi sono chiamati a deciderne le sorti. Nei prossimi mesi, il settore elettrico (almeno per quello che riguarda il suo assetto giuridico), sia quello federale che cantonale, verrà sollecitato a più riprese. Ma iniziamo a districare la matassa che si cela dietro a questo tentativo di svendita dei gioielli di famiglia e come mai si è giunti al referendum. La scellerata decisione di vendere l’azienda elettrica cittadina fu presa, dalla Città di Bellinzona, come un fulmine a ciel sereno il 9 ottobre 2000. Convocati d’urgenza e in seduta straordinaria, i municipali della Città furono convinti, nel giro di poche ore, dai consulenti della società PricewaterhouseCoopers, a dare il loro assenso alla vendita dell’azienda municipalizzata. La votazione, inutile sottolinearlo, fu a maggioranza e non all’unanimità. «C’è da chiedersi quale sia stato l’approfondito esame della situazione e quali siano stati i qualificanti pareri che hanno spinto il nostro esecutivo a prendere in tre o quattro ore tale decisione», si chiede Mauro Tettamanti, consigliere socialista e relatore di minoranza in consiglio comunale. Ed è quello che si sono chiesti i cittadini che hanno firmato il referendum lanciato dal comitato contrario alla vendita dell’azienda elettrica, visto che in pochi giorni sono state raccolte le firme necessarie per fare esprimere la cittadinanza su una decisione che rende alienabile un bene della collettività, quale è l’azienda municipalizzata e privato un servizio, quello della distribuzione di energia elettrica, per antonomasia pubblico. La questione della riorganizzazione delle Aziende municipalizzate di Bellinzona (Amb) si era posta già nel corso del 1997, quando su proposta dell’ex municipale Daniele Lotti, si era proceduto allo studio per la creazione, coinvolgendo i 14 comuni serviti dall’Aecb, di una società ad hoc, la Servizi industriali di Bellinzona Sa (Sib Sa). La motivazione che aveva fatto spingere in quella direzione era l’annunciata liberalizzazione del mercato dell’elettricità europeo e di convesso di quello svizzero. Si trattava di una privatizzazione «formale» nel senso che pur utilizzando lo strumento giuridico della società anonima, il capitale azionario era detenuto dai Comuni del comprensorio. Non si perdeva quindi l’autonomia decisionale e il controllo pubblico su un settore strategico. Nel frattempo, ataviche incomprensioni tra i comuni che dovevano costituire la società e ragioni campanilistiche (e non solo) hanno fatto fallire le trattative. Oltre a queste beghe regionalistiche vi erano anche quelle di ordine tecnico avanzate dai «consulenti bifronti», visto che sono stati consulenti anche per conto dell’acquirente, la Società elettrica sopracenerina (Ses). Non si poteva procedere alla costituzione della Sib Sa poiché ciòcomportava un «regalo» ai comuni e una perdita di patrimonio. Una scusa bella e buona, perchè con la vendita «tout court» alla Ses, diretta guarda caso da quel Daniele Lotti, già capo dicastero per le aziende municipalizzate, si fa a quest’ultima un regalo ben più grande. L’acquisto per poco più di 168 milioni di franchi, di un’azienda florida, che con una cifra d’affari superiore ai 42 milioni di franchi (dati relativi all’anno 2000), rende possibile ammortamenti (visto che per legge le aziende municipalizzate non possono distribuire utili) per circa 10 milioni di franchi. Una forma sostanziosa di distribuzione di utili indiretta. A fronte di questi ammortamenti, a bilancio sono iscritti debiti per soli 50 milioni di franchi. Una situazione aziendale che permette di affrontare, senza difficoltà, qualunque futuro, liberalizzato o meno, del mercato elettrico. Una ragione in più per votare no. A Zurigo due volte picche Da quando l’Assemblea federale ha deciso di legiferare in materia di deregolamentazione del mercato dell’elettricità, pur non essendo ancora entrata in vigore la relativa legge (Lme) e non avendo ancora superato il vaglio popolare; in vari cantoni è un susseguirsi di iniziative tese ad anticiparne gli effetti. In una parola si cerca di essere più realisti del re e dimostrare a tutti di essere i più bravi e i più veloci a privatizzare o smantellare i servizi pubblici essenziali. La votazione popolare sulla proposta di vendere l’Azienda elettrica comunale di Bellinzona della prossima settimana non è, dunque, la prima e non sarà l’ultima della serie. I precedenti svizzeri, comunque, non sono neanche tanto lontani nel tempo. Basta citare il caso della Città di Zurigo che per ben due volte, negli ultimi mesi, ha detto di no a progetti di privatizzazione o di riorganizzazione delle sue aziende elettriche. I cittadini hanno capito che si trattava di beni pubblici inalienabili e hanno risposto di conseguenza. A giudicare dalla velocità con cui si sono raccolte le firme a sostegno del referendum, sembra che il messaggio sia passato anche fra i cittadini di Bellinzona e lascia ben sperare per l’esito dello stesso. Comunque è già un successo che a decidere delle sorti di un’azienda pubblica siano i suoi legittimi proprietari e non dei consulenti profumatamente pagati (circa 3 milioni di franchi) e leggermente interessati che hanno legato il peso della loro parcella al prezzo del bene stesso. Il dibattito lanciato a livello nazionale attorno al tema delle privatizzazioni delle aziende elettriche è stato fatto proprio anche dall’Unione sindacale svizzera (Uss). Infatti sosterrà il referendum contro la legge sul mercato dell’energia a livello federale. Secondo il presidente dell’Uss, Paul Rechsteiner, «le misure di apertura del mercato distruggerebbero un sistema collaudato e metterebbero in pericolo migliaia di impieghi». Inoltre i vantaggi, quali le basse tariffe, la qualità e la certezza dell’approvvigionamento, di cui godono i cittadini (Bellinzonesi inclusi) verrebbero spazzati via dalla stessa liberalizzazione che privileggerebbe innanzitutto i grandi consumatori (industrie, supermercati eccetera e non le famiglie. «La Svizzera – secondo Rechsteiner – non ha bisogno di una liberalizzazione dell’elettricità, ma di una rete di approviggionamento che garantisca un rifornimento di corrente sicuro e durevole». L'opposizione sindacale La parola a Saverio Lurati Il Sindacato edilizia e industria, sezione Ticino (Sei), è stato, tra i sostenitori del comitato contrario alla vendita dell’Azienda elettrica di Bellinzona (Aecb), quello che si è messo maggiormente a disposizione per la raccolta delle firme a sostengno del referendum e quindi per la riuscita dello stesso. I cittadini di Bellinzona potranno, quindi, esprimersi democraticamente sul futuro di un loro bene. Abbiamo chiesto a Saverio Lurati, segretario cantonale del Sei, il punto di vista del sindacato su questa importante votazione popolare e quali sono le strategie di lotta future per tutelare il servizio pubblico in tutti i settori. Signor Lurati, perché il Sei Ticino si è battuto per cercare di evitare la vendita della Aec di Bellinzona? La difesa e la promozione dei diritti dei salariati sono alla base dell’attività sindacale e quindi la possibilità di beneficiare di servizi pubblici efficaci e a prezzo ragionevole sono un tassello centrale per il quale è doveroso lottare. Le tariffe elettriche di Bellinzona sono tra le più basse della Svizzera ed è quindi essenziale poterle mantenere a questi livelli e magari riuscire ad abbassarle. Cedendo l’azienda ci troveremo invece confrontati con una politica di concessioni nei confronti dei grandi consumatori (industrie, supermercati, banche) che beneficeranno di sconti e facilitazioni, mentre i normali cittadini si troveranno ben presto a dover fronteggiare un inevitabile aumento delle tariffe. E ciò perché chi investe nell’acquisto lo fa per garantirsi importanti profitti. La tutela del servizio pubblico è un tema che è entrato ormai nel dibattito politico. Oltre che nel settore dell’elettricità, in quali altri settori il Sei si batterà per evitare lo smantellamento del servizio pubblico e come? Il Sei, in modo particolare nel nostro cantone, ha da parecchio tempo assunto un ruolo sempre più interprofessionale. È pertanto ovvio che ogni volta che qualcuno cerca di sottrarre al controllo pubblico un bene primario, per noi diventa una questione di principio e quindi ci impegniamo in prima fila. Saremo pertanto pronti a batterci per l’elettricità, per l’acqua, per la Posta, per la salute, insomma per tutto ciò che a mente nostra è patrimonio comune e deve quindi essere gestito in modo oculato dalla comunità. Lo faremo attraverso referendum, iniziative, manifestazioni pubbliche che permettano di dar voce a tutti coloro che troppo spesso devono subire le decisioni dei potenti senza neanche comprenderne la portata. Questo referendum è il primo in Ticino del genere e rischia di assumere la stessa valenza di quello sulla scuola pubblica (statalisti e privatisti). In caso di vittoria dei referendisti, secondo lei, molte velleità dei privatizzatori (anche in altri settori) saranno ridotte? Purtroppo no: sarebbe troppo bello! La discussione è appena iniziata e, nonostante una serie di fiaschi enormi, la smania di liberalizzazione è più forte che mai. È però vero che iniziando a batterci a livello locale è spesso più facile far comprendere alle cittadine e ai cittadini le regole del gioco e quindi cercare di sovvertire i rapporti di forza. Nel caso concreto, per esempio, è facile comprendere come la eventuale futura proprietaria dell’azienda elettrica di Bellinzona e cioè la Ses (Società elettrica sopracenerina) che appartiene all’Atel, la quale appartiene alla Motor Columbus che a sua volta appartiene alla Rew tedesca e alla Edf francese, non avrà nessuna particolare attenzione per la comunità bellinzonese e quindi tutte le future decisioni non potranno che tenere conto della necessità di aumentare i guadagni, sempre a scapito di pantalone.

Pubblicato

Venerdì 14 Settembre 2001

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