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La mano invisibile

Einstein e il mollusco

di

Silvano Toppi

Immaginatevi di avere un cosiddetto “portafoglio” ben nutrito di azioni, in franchi, dove avete investito redditi o risparmi. Se (faccio capo a due studi appena usciti) siete stati sul relativamente sicuro e avete rischiato poco, dall’inizio dell’anno avete perso, in media, il 14 per cento del valore del portafoglio; se vi siete esposti un poco di più, rischiando, il 30 per cento. Ci si dice anche che la differenza tra i migliori e i peggiori rendimenti non è mai stata così grande e neppure con un “portafoglio equilibrato” (60 per cento azioni, 40 obbligazioni con interesse fisso) sarebbe meglio.


Chi non ha “portafoglio” si consoli, non ha perso niente, anche se i suoi possibili depositi di risparmio in banca o alla posta non hanno fruttato niente. Di traverso gli entra però anche una brutta notizia se pensa alla propria cassa pensione, che sulla capitalizzazione punta molto della sua salute e ne avrà sofferto.


I gestori di “portafoglio” (banche, società finanziarie, fondi di investimento) attualmente vedono ancora più nero: avanza un anno borsistico “spaventoso”, segnato dal rialzo dei tassi di interesse (ammazza anche il settore immobiliare), dall’inflazione che non si ferma, dai timori che non sembrano più timori di una recessione economica mondiale, da una volatilità (variazioni accentuate e imprevedibili dei valori) che diventa instabilità e perdita.


Ecco che entra quindi in campo la finanza la quale, poiché si vanta di intrattenere una relazione particolare con la conoscenza, diventa quotidianamente punto di riferimento o informazione sul come va e dove si va, perché sa anche anticipare. In realtà l’investitore (il finanziere) sa bene che non sa niente sul come finirà il mercato. Può però fare un discorso intelligente su ciò che non sa, perché pretende di avere la testa di GianoBifronte, che vede dietro e davanti nello stesso tempo. Se guarda dietro fa di solito un discorso tipo “dopo la pioggia, il bel tempo” (il mercato è calato, rimonterà). Se guarda avanti dirà che “nuvole nere arrivano, ci sarà il temporale” (gli utili crolleranno e il mercato pure). Se guarda dietro e avanti nello stesso tempo, come fa ora, dirà: “Il mercato cala e calerà perché anticipa un calo degli utili”.


La realtà, per chi segue attualmente questo famoso punto di riferimento, seguito con apprensione dai media  in cerca di speranza, è che esiste una differenza tra il rischio e l’incertezza. Il rischio è una forma di incertezza addomesticata, quantificabile (si scappa dalla polizia, non dalle statistiche, cantava Goldman). L’incertezza è una forma di possibilità selvaggia, quasi isterica, di cui non si riesce a prevedere la via d’uscita. L’investitore (il finanziere) avversa l’uno e l’altra; ha una preferenza per il primo perché... è più sicuro, ma sa che oggi  domina l’incertezza. E non solo perché non si sa quando finisce una guerra o se la pandemia si rinfocolerà.


Uno spiritoso recente premio Nobel ha commentato che nella finanza esiste la differenza tra Einstein e un mollusco: il primo non sa che esiste una teoria che spiega tutto, ma la cerca, il secondo non sa di che cosa parla il primo; in finanza si mescolano tutt’e due. Avrà ragione quel premio Nobel. Il problema è che per noi, dall’esterno, non si vede una differenza tra i due. Ma forse non lo vedono neppure all’interno se i grossi finanzieri, anche di casa nostra, ci dicono che comunque “il mercato ha sempre ragione”. E quindi, se è così, a rigor di logica, la conoscenza (la ragione) è un accessorio, un ornamento superfluo. E dev’essere proprio così, alla realtà dei fatti.

Pubblicato

Giovedì 27 Ottobre 2022

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