..
< Ritorna

Stampa

 

Ehi, Joe, perché non paghi le tasse?

di

Giuseppe Dunghi
L'uomo, curvo sotto il peso, sta procedendo in salita. Si appoggia con la mano destra al bastone, con la sinistra tiene una delle bretelle che fissano il carico alle spalle. In testa un cappello a tesa per proteggersi dal sole e dalla pioggia, lo sguardo rivolto alla torre che si innalza sull'altro lato della piazza. Siamo a Gondo, ai piedi del passo del Sempione, potrebbe essere il monumento ai someggiatori che percorrevano la mulattiera prima che fosse costruita la strada. Ma la scritta sulla fontana sottostante è inequivocabile: Schmugglerbrunnen 1999. Poco lontano, nella stazione di Iselle, una lapide ricorda i morti durante lo scavo del traforo ferroviario, fra il 1898 e il 1905. Dei 25 mila operai che si avvicendarono all'opera, ne morirono 22 sul versante nord, 20 sul versante sud e 16 nella galleria elicoidale di Trasquera. Come mai accanto ai minatori deceduti si è sentito il bisogno di ricordare i… contrabbandieri? C'è una simpatia diffusa verso questa attività. Viene assolta preventivamente (gente di montagna, dovevano sfamare la famiglia), spesso con entusiasmo (aiutavano i perseguitati a mettersi in salvo, insegnavano i percorsi ai partigiani). Si ripristinano per i turisti i sentieri del contrabbando, nel Museo doganale alle Cantine di Gandria si ammirano le ingegnose invenzioni per eludere i controlli doganali, classi di scuola elementare si esercitano a fabbricare bricolle e pedü, attrezzi di romantici fuorilegge, come canta Davide Van de Sfroos. In realtà i contrabbandieri non eliminano i confini, ma li creano. Hanno bisogno delle dogane e delle guardie di finanza che impongano tributi sulle merci per speculare sul differenziale. Senza i confini non potrebbero vivere. Il grosso pacco sulle spalle del contrabbandiere di Gondo ricorda le valigie dei "viaggiatori" negli anni Cinquanta. Arrivavano nelle zone rurali con la giardinetta, l'automobile con la carrozzeria di legno. Posteggiavano in luogo discosto, entravano nelle case, stendevano lenzuola, copriletti, tagli di stoffa, tovaglie e tovaglioli ricamati sul tavolo di cucina. La padrona di casa chiedeva i prezzi. Lui pronunciava una cifra incredibilmente bassa, accompagnata da un guizzo degli occhi e delle mani assolutamente irriproducibile, simile al ghigno di Berlusconi quando dice che il falso in bilancio non è propriamente un reato. La smorfia significava: "È merce rubata" e la donna pensava: "Meno male, il prezzo è basso non per la cattiva qualità". Oggi si pensa: "Meno male, il prezzo è basso perché il tessuto è fabbricato in Cina, non per la cattiva qualità". I consumatori, la gente, il senso comune sono complici della criminalità nel distruggere il lavoro e creare schiavi. Questo spiega come mai l'Italia è governata da un venditore di lenzuola rubate, perché in Ticino l'omelia domenicale è tenuta da uno spacciatore di droghe più pesanti della cocaina e perché il prossimo presidente degli Stati Uniti non sarà né Obama, né McCain ma un idraulico dell'Ohio che lavora in nero e non vuole pagare le tasse. E spiega anche come mai affidiamo la nostra vita a dei banditi le cui gesta conosciamo in questi giorni.

Pubblicato

Venerdì 24 Ottobre 2008

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

Rubrica

< Ritorna

Stampa

 
..

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Venerdì 22 Maggio 2020
..
..
..