Tutti i paesi arabi attraversati dal vento della rivoluzione stanno conoscendo gli stessi fermenti, la stessa ansia di trasformazione. Dopo che la rivoluzione ha preso avvio in Tunisia ed è divampata in Egitto e degenerata in Libia si sono resi conto di poter cogliere lo spirito del cambiamento e di poterne approfittare per avviare una nuova fase storica.
È l'aspetto sommerso ma decisivo della rivoluzione: le singole categorie professionali tornano a scendere in piazza per rivendicare, ciascuna nel proprio ambito, diritti negati da decenni. Sta succedendo in Egitto – che anche in questa occasione si presenta un po' come capofila del mondo arabo – ma anche in tutti gli altri paesi arabi coinvolti nella transizione verso la democrazia.
Poco importa il livello di organizzazione – politica o sindacale – della categoria in questione. Dai poliziotti ai giornalisti, dagli operai ai funzionari amministrativi, ogni ambito ha ormai conosciuto il vento post-rivoluzionario: la società si è organizzata dal basso per protestare contro i vertici e le maestranze. Manifestazioni si succedono ovunque e a tutti i livelli.
Per quanto riguarda i media – ganglio delle rivendicazioni di libertà e vecchia roccaforte della propaganda di regime – hanno visto un succedersi di proteste e rivendicazioni. Tanto per cominciare è stato arrestato il Presidente della Televisione Egiziana, Ussam el-Sheikh, differito alle patrie galere per corruzione insieme ad altri insigni ladri di regime.
Poi vanno segnalate decine di sit-in in questo o quel settore mediatico. Di fronte e dentro la Televisione continua la pressione degli impiegati contro i residuati dell'antico regime e per un rimpasto totale dei vertici. Chiedono maggiori garanzie contrattuali, trasparenza nei conti, libertà di organizzazione e soprattutto che sia bandita la corruzione, vero cancro delle società arabe. Finalmente la categoria dei "presentatori" – che a differenza dei giornalisti non dispongono ancora di un sindacato – chiede inoltre che venga data l'opportunità di organizzarsi sindacalmente. E tra le altre rivendicazioni pretendono che la Televisione diventi un ente autonomo, una Unione, in-
dipendente dal Ministero dei Media.
Il settimanale "pro-governativo" Rose el-Yussef ha conosciuto lo stesso fermento: il direttore amministrativo Karam Gaber e il capo-redattore Abdallah Kamal sono stati chiamati a dimettersi. Quanto al più "filo-Mubarak" dei quotidiani egiziani, Al-Ahram, ormai da settimane sembra aver magicamente trasformato, sulla scia delle proteste popolari e di categoria, la sua linea editoriale e, per evitare defenestrazioni, aver deciso di riportare i fatti per quello che sono.
Non è una novità di poco conto se pensiamo che la Televisione di Stato – da quella egiziana a quella libica – ha sistematicamente presentato la rivoluzione come un'invenzione di Al-Jazeera o come un complotto straniero. Non dimentichiamo che il Canale Uno della televisione egiziana aveva addirittura assoldato un attore per dichiarare che piazza Tahrir era in mano agli stranieri!
Va inoltre rilevato che la maggior parte di queste sollevazioni di categoria non si avvale di sindacati ma nasce dall'organizzazione spontanea della società civile attraverso sit-in e passa-parola via internet. Le proteste avvengono più azienda per azienda, in modo auto-organizzato, che attraverso rappresentanti politici o sindacali. E la politica gioca per il momento un ruolo relativo: lungi dall'essere sostenute e orientate da formazioni partitiche, le categorie professionali muovono da rivendicazioni basilari – migliori salari, migliori condizioni lavorative, trasparenza nelle gestioni – praticamente senza rappresentanze.
Basti rammentare quello che è accaduto in varie cittadine egiziane, dove da Suez a Ismailia a Port Said a Mahalla si sono mobilitati senza rappresentanza politica migliaia di lavoratori, ausiliari d'ospedale, dipendenti del Canale di Suez, operai e impiegati affinché venissero pagati loro gli arretrati e garantite migliori condizioni salariali.
Insomma, è un cambiamento epocale che a poco a poco – come è avvenuto presso la Egyptian Cement – sta creando le condizioni affinché la possibilità di formare comitati sindacali, per anni negata dalle amministrazioni societarie, diventi una realtà di fatto e non più soltanto un'utopia. La società civile sta infatti giocando il ruolo che la sinistra storica araba non è più stata in grado di svolgere dai tempi di Gamal Abdel Nasser, non solo sul piano salariale ma anche dei premi di produttività e degli incentivi, sempre negati, a tutti i livelli della catena di produzione, dai regimi di turno.
Nascono quindi iniziative spontanee a ogni livello, fra cui quelle che richiedono – e stanno riuscendo a ottenere, pur senza il sostegno di sindacati di categoria – salari minimi di cui sembrava fino a poche settimane fa persino impossibile parlare.
In tutto questo contesto un ruolo ambiguo continua a essere giocato dall'esercito, che da una parte è apertamente schierato con la popolazione ma dall'altra mantiene le sue relazioni privilegiate con i rappresentati del vecchio regime. Infine non va dimenticato che il problema della corruzione, purtroppo, lungi dal riguardare soltanto i "padroni", investe almeno in Egitto anche le stesse organizzazioni sindacali nazionali. La maggiore di queste, la Egyptian Trade Union Federation, per esempio, è ancora ampiamente controllata dal Partito Nazionale Democratico, da trent'anni sotto la tutela di Hosni Mubarak e dei suoi scherani corrotti. Ne è stata chiesta la dissoluzione, ma ancora i rappresentanti della rivoluzione non sono riusciti a farne decadere le funzioni. Lo stesso dicasi per la Trade Union Act, che la società civile chiede di trasformare in un'istanza davvero democratica, partendo per esempio dalla libertà di designarne i rappresentanti. Siamo di fronte a grandi svolte, dunque. Alcune già occorse, altre in fase di svolgimento, altre in stato di stallo. Ma il processo è avviato.

Pubblicato il 

18.03.11..

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