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Educare alla responsabilità

di

Anna Biscossa
Negli scorsi giorni il Gruppo di lavoro "Giovani-Violenza-Educazione", nato in seguito ai gravi fatti che hanno causato la morte di Damiano Tamagni, ha licenziato il suo rapporto. Un rapporto certamente non facile da realizzare in tempi così brevi, che contiene 30 proposte, alcune delle quali scontate, altre interessanti, alcune semplicemente inaccettabili (e non solo «provocatorie» o «indigeste» come è stato detto in sede di presentazione).
Mi aspettavo di più da quel rapporto, anche se magari non così in fretta, nel senso che speravo di trovarvi una visione di fondo, una riflessione sul come sarebbe bene, come società, "tirar su" i nostri giovani, una visione che invece non c'è, che sembra mancare totalmente nel rapporto. In esso infatti non si riesce a leggere (con la premessa che ne conosco solo gli estremi riportati sulla stampa) una scelta educativa di campo. È troppa infatti la contraddizione tra le misure proposte. Alcune presuppongono una forte responsabilizzazione dei giovani (es.: creazione, tra i giovani appunto, di figure di mentori), altre una totale negazione di attribuzione di responsabilità ai giovani in generale (es.: coprifuoco serale o la creazione di zone interdette per tutti).
Per questo il rapporto mi delude: è più un elenco della spesa, piuttosto che una proposta operativa in campo educativo. Ed è di questo che, a mio giudizio, invece hanno bisogno i nostri giovani.
Perché i problemi sono davvero tanti, molti di più di quelli di cui può farsi carico il rapporto. Ne esistono molti altri, spesso ancora legati alla violenza, ma ad una violenza che, con mille espressioni diverse, i giovani rivolgono soprattutto contro sé stessi, una violenza frutto di una disperazione profonda, purtroppo molto più presente e, a mio giudizio, preoccupante della stessa violenza verso gli altri.
Per questo avrei voluto poter leggere tra le righe di quel rapporto una parola fondante, una parola chiave: responsabilità.
Responsabilità della società nei confronti delle future generazioni, responsabilità degli adulti nei confronti dei giovani, responsabilità della scuola, del lavoro, dell'economia, dello sport, del tempo libero, dei mass-media  eccetera nei confronti dei nostri ragazzi. Ma avrei voluto anche vedere in quel rapporto che una preoccupazione forte del Gruppo, per combattere la violenza, era quella di riuscire a far crescere e ad attribuire maggiore responsabilità ai giovani nella loro quotidianità, nei confronti del loro modo d'essere in relazione con gli altri, del loro operato, del loro agire. Non mi sarei certo aspettata che in un simile rapporto si potessero proporre anche misure che negano di fatto, ancor di più di quanto oggi non accada, l'esercizio di una responsabilità piena da parte dei nostri giovani cittadini. E non bisogna essere delle Cassandre per immaginare cosa potrà succedere: neghiamo loro l'accesso a certi spazi o manifestazioni "a rischio", neghiamo loro la possibilità di uscire dopo una certa ora e quando "concederemo" loro di esserci, di partecipare, di uscire non sapranno più come ci si deve comportare, cosa è giusto e cosa non è giusto fare.
E non è un caso che a scuola, oggi si faccia un'enorme fatica per spiegare (e spesso non ci si riesce proprio!) ad un giovane cosa voglia dire concretamente assumersi una responsabilità, a distinguere, ad esempio, con chiarezza che non "dare fastidio" non vuol dire "fare il proprio dovere", a spiegar loro che, per un giovane, "fare il proprio dovere" vuol dire crescere, provare e riprovare, darci sotto, fare fatica, sbagliare, farsi correggere, riprovare, riuscire, sempre e comunque facendosi carico delle proprie responsabilità.
Sono questi i concetti che sembrano mancare nelle conclusioni del Gruppo di lavoro "Giovani-Violenza-Educazione": responsabilità, fatica, partecipazione. Li abbiamo fatti nostri noi quando eravamo giovani, spesso in modo dirompente rispetto a quanto ci circondava; li hanno fatti loro i nostri genitori.
Ma a loro, come a noi, si prospettava un "premio" per queste nostre fatiche, per questi nostri sforzi. Il premio era un futuro possibile, un'opportunità, una prospettiva, una speranza. Ed è questo, oggi, spesso a mancare. Perché combattere, fare fatica, assumersi responsabilità a volte pesanti, se tutto ciò non porta a niente?
Per questo non basta davvero un elenco della spesa. Ci vuole una visione di società o per lo meno un progetto della società che cerchi soluzioni concrete ai problemi concretissimi dei nostri giovani.

* docente, già presidente del Partito socialista, sezione ticinese del Pss

Pubblicato

Venerdì 20 Giugno 2008

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