Un segnale chiaro contro l'emarginazione, la diffamazione e il razzismo. È con questo obiettivo che decine di organizzazioni non governative, comunità religiose, sindacati e associazioni hanno lanciato negli scorsi mesi un appello alla popolazione svizzera in vista delle elezioni federali del prossimo 23 ottobre. Il progetto, denominato "Fair play", mira in particolare a favorire un dibattito sereno, non discriminatorio e lesivo della dignità altrui quando si discutono temi quali la migrazione, l'integrazione e l'asilo. Ma le cose non stanno andando in questa direzione.

L'appello è sinora stato sottoscritto da poco meno di quattromila persone. L'obiettivo fissato di 50 mila firme non verrà verosimilmente raggiunto e la campagna elettorale, ormai agli sgoccioli, è ancora una volta contrassegnata da slogan, discorsi, dichiarazioni e propositi programmatici da toni razzisti e xenofobi. Di questa situazione area ne ha parlato con Manon Schick, direttrice della sezione svizzera di Amnesty International, che figura tra i sostenitori della campagna fair play.
Signora Schick, ogni appello contro il razzismo e la xenofobia sembra cadere nel vuoto nella Svizzera di questo inizio secolo. Qual è il giudizio di Amnesty su questo paese "sordo"?
Non è purtroppo una specificità svizzera: in tutta Europa i partiti della destra populista soprattutto durante le campagne elettorali, strumentalizzano gli stranieri, facendo leva sui sentimenti xenofobi e islamofobici, per conquistare consenso. Rispetto ad altri paesi, da noi succede con maggiore frequenza, poiché la questione è spesso oggetto di votazioni popolari, come sono state quella sull'espulsione dei criminali stranieri o quella sul divieto dei minareti.
Proprio i casi di queste due iniziative, accolte dai cittadini, dimostrano che in Svizzera alla propaganda seguono anche le realizzazioni, oltretutto con l'avallo popolare. Questo non rende la situazione più preoccupante che in altri paesi?
Certamente. Anche se spesso iniziative di questo tipo vengono pensate soprattutto come mero strumento di propaganda, negli ultimi anni si è visto che alla fine possono ottenere anche il consenso popolare. E questo succede soprattutto poiché il Consiglio federale e il Parlamento non hanno fatto il loro dovere, che sarebbe stato quello di invalidare simili iniziative che intaccano valori e principi della Costituzione e del diritto internazionale. Dunque il problema non è l'esistenza di partiti populisti (che non sono certo una bella cosa ma che esistono in tutta Europa), ma la presenza di una falla nel nostro sistema. Essendo infatti il Parlamento l'autorità chiamata a giudicare la validità di un'iniziativa, sono gli stessi politici che l'hanno promossa a decidere. E questo non è più accettabile. Ritengo pertanto urgente un cambiamento delle regole. Altrimenti nei prossimi anni vedremo moltiplicarsi il numero d'iniziative contrarie ai diritti fondamentali che rischiano di essere accolte.
La competenza di valutare la conformità delle iniziative andrebbe dunque trasferita a un altro organo, per esempio al Tribunale federale?
Questa è sicuramente una possibilità, visto oltretutto che il Tribunale federale già svolge questa funzione per le iniziative cantonali. Comunque Amnesty International non formula proposte concrete, ma si limita ad auspicare che nel paese si apra una riflessione seria atta a individuare una soluzione. E con una certa urgenza. Per noi la competenza può anche rimanere del Parlamento federale, ma a patto che sappia svolgere il compito con serietà. Cosa che attualmente non avviene purtroppo. Sulla soluzione concreta da adottare si può discutere. La vera questione è quella di riconoscere che vi sono dei diritti fondamentali inalienabili, che non possono essere messi in discussione, nemmeno da parte di una maggioranza di cittadini votanti.
Negli ultimi anni abbiamo assistito anche a una messa in discussione del valore del diritto internazionale e degli obblighi che esso impone agli Stati in materia di rispetto dei diritti dell'uomo. Questo rende il tutto più difficile, visto oltretutto che tra i primi a fare simili considerazioni ci fu l'ex ministro della giustizia Christoph Blocher...
Effettivamente, mentre in passato i diritti fondamentali erano diffusamente considerati come inalienabili, oggi vengono in parte considerati come un'imposizione che viene dall'estero. Lo stesso Blocher arrivò a definire i giudici della Corte europea dei diritti dell'uomo degli "stranieri" dimenticandosi del fatto che di essa fanno parte anche due magistrati svizzeri. Bisogna inoltre tenere presente che il nostro paese ha partecipato direttamente all'allestimento del diritto internazionale e che decide liberamente se ratificare le singole Convenzioni internazionali che tutelano i diritti dell'uomo. Ma non solo: gli stessi principi sono contemplati anche dalla nostra Costituzione federale. È dunque in primis quest'ultima che viene calpestata dalle iniziative popolari di cui discutiamo.
Ritiene che agiscano in modo corretto i media (in particolare quelli dei grandi gruppi editoriali) che contribuiscono a veicolare messaggi razzisti e xenofobi attraverso gli annunci a pagamento?
È difficile fare una valutazione complessiva sui media svizzeri. Non si può in ogni caso affermare che tutti gli annunci vengano accettati a occhi chiusi: il rifiuto di alcuni giornali di pubblicare un annuncio dell'Udc che attaccava la comunità Kosovara, ha per esempio portato a una modifica del testo incriminato. Detto questo, è evidente che i discorsi xenofobi sono fortemente diffusi in Svizzera e che i media vi contribuiscono in maniera importante. Ma non sono i soli: basti pensare al ruolo delle società di affissioni pubblicitarie. Il vero problema è a mio avviso lo squilibrio che si crea quando vi sono gruppi politici con una grande forza finanziaria (come l'Udc, ndr) con cui nessun altro è in grado di competere.
Da questo punto di vista gioca però un ruolo anche il mancato impegno delle organizzazioni padronali come economiesuisse in certe campagne referendarie...
Economiesuisse è una lobby che interviene quando ne ha l'interesse. Evidentemente nell'ambito delle votazioni sull'espulsione dei criminali stranieri o sulla proibizione dei minareti ha ritenuto che le proposte non rappresentassero, dal loro particolare punto di vista, una minaccia per gli interessi della Svizzera.
L'Udc ha scelto come slogan elettorale "gli svizzeri votano Udc". Come giudica il richiamo al sentimento identitario?
La scelta non è sorprendente, perché in linea con i valori che l'Udc incarna ormai da vent'anni. Trovo molto più inquietante che anche altri partiti riprendono a occhi chiusi questi slogan dell'Udc e in generale il suo linguaggio. Col tempo tutti si sono ritrovati sistematicamente ad associare all'immigrazione termini quali "abuso", "problema" o "criminalità". E questo discorso non vale solo per i partiti di destra o di centro-destra, bensì anche per le formazioni di sinistra, che pure nei loro interventi tendono a considerare l'immigrazione come un problema. Il fenomeno deve inquietare poiché favorisce la formazione delle maggioranze, in parlamento come nel paese.
Commentando uno studio sulla strumentalizzazione della popolazione straniera durante la campagna elettorale del 2007, la Commissione federale contro il razzismo (Cfr) sottolineava la difficoltà diffusa a dare un'immagine sufficientemente differenziata dell'immigrato. «Se i media presentano gli stranieri come dei criminali o, al contrario, come delle vittime del razzismo, in loro noi non riconosciamo i vicini di casa, i collaboratori o i colleghi che frequentiamo quotidianamente». Condivide questa analisi che evidenzia le debolezze del fronte che si batte contro le discriminazioni?
Sicuramente. Penso sia necessaria una certa autocritica: se con le campagne degli ultimi anni non siamo riusciti a dare un'immagine diversa dell'immigrato, non è solo perché disponiamo di risorse finanziarie estremamente ridotte. Penso che troppo spesso abbiamo reagito a iniziative di altri e siamo stati troppo poco proattivi, non siamo cioè riusciti a imporre la nostra visione nel dibattito. Proprio per questo, organizzazioni come Amnesty oggi insistono sull'educazione al rispetto dei diritti umani: di fronte a certi attacchi bisogna guardare al futuro pensando in particolare alla formazione dei giovani, spiegare loro l'importanza di un quadro legale internazionale che garantisce dei diritti, della Corte europea dei diritti dell'uomo e della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Tutti strumenti che non sono una minaccia del nostro sistema democratico ma una garanzia del nostro stato di diritto e che pertanto vanno difesi. Solo così si può, sul medio e lungo termine, sensibilizzare la popolazione e renderla cosciente che la messa in discussione oggi dei diritti di una determinata comunità può portare un giorno a conseguenze simili per altri cittadini. È un lavoro che non porterà frutti immediati, ma che rappresenta un investimento per l'avvenire.

Il Ppd: C'è famiglia e famiglia

"Sostenere le famiglie". È lo slogan che appare a caratteri cubitali sulla prima pagina del sito internet dei democristiani svizzeri e che figura su tutto il suo materiale di propaganda elettorale. Uno slogan azzeccato per il Ppd, che si definisce il «partito della famiglia» e che in ogni suo documento ne ricorda il «ruolo centrale» per la società. In una risoluzione approvata lo scorso agosto dai delegati Ppd si legge: «I figli significano futuro e sono la premessa per la società di domani. Per il loro sviluppo hanno bisogno di amore, protezione, sicurezza e di una vita dignitosa».
Sfogliando però un altro documento programmatico, quello relativo alla politica migratoria, si scopre che il partito dalle radici cristiane fa dei distinguo sulla sacralità della famiglia. Spiegando che la Svizzera ha bisogno di manodopera straniera extraeuropea per sopperire alla carenza di lavoratori svizzeri in determinati settori, il Ppd difende questa forma d'immigrazione, ma al tempo stesso propone di «inasprire i criteri per il ricongiungimento familiare», cioè di impedire che un lavoratore, di cui l'economia elvetica necessita, si porti dietro moglie e figli.
In particolare, il ricongiungimento andrebbe concesso solo se le persone interessate già parlano almeno una lingua nazionale. Il che è una condizione assai difficile da soddisfare per la stragrande maggioranza delle famiglie d'immigrati. Altro dettaglio: a giudizio del Ppd, da questa regolamentazione rigida vanno esclusi i lavoratori «altamente qualificati».
Come dire: il diritto alla famiglia appartiene solo agli svizzeri e agli stranieri benestanti. E se a pensarla così è «il partito della famiglia»...

Quanto sull'origine si tace

«Quando nei giornali leggo titoli a caratteri cubitali che riguardano risse, pirati della strada, omicidi e altri atti illegali, devo constatare che vengono fortemente sottolineate la provenienza e le origini delle persone che hanno commesso tali reati. Al contrario, quando si parla di gente di successo di origini straniere, il tema della provenienza di quelle persone viene trattato di meno». È una riflessione di Admir Mehmedi, 20 anni, nato in Macedonia da genitori albanesi e oggi calciatore della Nazionale svizzera e dello Zurigo con un passato anche in Ticino con la maglia del Bellinzona.
Mehmedi, che oggi è un giocatore di successo con buone prospettive di carriera anche oltre i confini svizzeri, partecipa come testimonial alla campagna di Unia "Senza di noi non c'è Svizzera. Stop alla xenofobia". Una campagna che vuole mettere in risalto l'importanza dei migranti per il nostro paese, nell'ambito del mondo del lavoro, della società, della cultura e dello sport. Una sorta di diga contro la dilagante xenofobia, contro cui Mehmedi si impegna a combattere: «Invece di sottolineare sempre le differenze, noi tutti dovremmo far emergere i punti in comune».   

Pubblicato il 

07.10.11

Edizione cartacea

 
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