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Editori in ginocchio, giornalisti a piedi

di

Claudio Carrer
Circa cinquecento giornalisti licenziati nel giro di un anno, pensionamenti anticipati, entrate pubblicitarie in caduta libera, testate che chiudono e futuro incerto per altre. È il panorama desolante che ci presenta la stampa nazionale in questa fase di crisi economica. Una crisi che ha creato un profondo rosso nei bilanci dei giornali (piccoli e grandi) e che in autunno potrebbe provocare una nuova ondata di licenziamenti, se la Confederazione non intervenisse con un aiuto straordinario.

Stampa svizzera, l'associazione che rappresenta gli interessi degli editori, due mesi fa ha lanciato un primo grido d'allarme sotto forma di un "Manifesto politico dei media", attraverso cui presenta a Berna una serie di rivendicazioni. Esse vanno dall'esenzione dall'Iva per i prodotti dei media, alla deducibilità fiscale degli abbonamenti ai giornali, fino alla concessione di ulteriori sconti sui costi di distribuzione e ad una limitazione delle attività internet della Ssr. Le stesse richieste, che attualmente sono all'esame del Dipartimento federale dell'ambiente, dei trasporti, dell'energia e delle comunicazioni (Datec), saranno ribadite giovedì e venerdì prossimi in occasione del congresso annuale di Stampa Svizzera a Interlaken.
«Il settore non ha mai vissuto una crisi così profonda» e «la sopravvivenza di molte testate è a rischio», non si stancano intanto di ripetere i rappresentanti delle tre organizzazioni (una che raggruppa gli editori della Svizzera tedesca, una quelli della Romandia e una quelli del Ticino) che rientrano sotto il cappello di Stampa Svizzera. «Fortunatamente nei mesi scorsi, non sono stati chiusi giornali, a parte il "Solothurner Tagblatt", ma quelli che abbiamo davanti sono tempi duri», dichiara ad area il presidente di Stampa Svizzera Hanspeter Lebrument, dicendosi convinto che nei prossimi mesi «le redazioni dei giornali dovranno essere ulteriormente ridimensionate se il mercato pubblicitario non si riprendesse». In quali termini non è però in grado di dirlo. Bisogna del resto tenere presente che alla crisi economica vanno sommati i «cambiamenti strutturali in atto da anni, che portano ad una costante riduzione degli spazi di mercato per i giornali e ad un aumento di quelli per i prodotti online e per i gratuiti».
Lebrument si rifiuta di definire le misure proposte dal citato manifesto come "aiuti statali" («chiediamo solo di pagare meno allo Stato», precisa), ma insiste nel definirle «fondamentali» per la sopravvivenza di un settore che negli ultimi mesi ha subito un ridimensionamento preoccupante.
Tutti i grandi gruppi hanno tagliato posti di lavoro, ma le decisioni che maggiormente hanno fatto discutere sono quelle prese dal gruppo Tamedia di Zurigo, il quale ha già deciso la riduzione di un quarto delle redazioni del Tages Anzeiger e del Bund (lasciando a casa quasi cento giornalisti) e  settimana scorsa ha annuciato la chiusura di un'altra testata del gruppo, il Solothurner Tagblatt che impiega 17 redattori (ancora in attesa di decisioni definitive).
Restano però aperti alcuni interrogativi: si tratta di scelte obbligate? Che fine hanno fatto le riserve conseguite negli anni passati e non ridistribuite ai dipendenti? Perché gli editori non rendono pubblici i bilanci delle loro aziende? Non vi sono alternative ai licenziamenti?
«La crisi economica e il crollo delle entrate pubblicitarie sono dati di fatto, ma ritengo che molti editori approfittano della situazione per decidere misure strutturali», commenta Stephanie Vonarburg, segretaria centrale del sindacato Comedia, ricordando come ai tagli di posti di lavoro nelle redazioni si sommi un crescente sentimento di malessere del personale, sempre più sotto pressione e poco informato sulla vera situazione economica della testata per cui lavorano.
Proprio in relazione a questo ultimo aspetto, Comedia ha ripetutamente posto la questione della trasparenza nei confronti dei collaboratori e dei lettori. In quest'ottica la pubblicazione annuale dei bilanci e dei conti economici sarebbe auspicabile, a maggior ragione se gli editori chiedono l'aiuto dello Stato (indipendentemente da come lo chiama il loro presidente).
In quanto alle richieste degli editori, la sindacalista parla di «una miscela di richieste e prese di posizione messe insieme in modo poco serio» ed annuncia che il sindacato sta elaborando un documento strategico con cui si vorrebbe avviare un «vero dibattito» sulla politica dei media per meglio capire le esigenze dei redattori e dei lettori, nonché per lanciare una riflessione sulla qualità dei giornali, sulla loro importanza per la democrazia e, infine, sulle possibilità di intervento dell'organizzazione sindacale.

«Il buon giornalismo costa»
Parola al professor Stephan Russ-Mohl: la sfida consiste nel convincere i lettori a pagare per un prodotto di qualità

«Il licenziamento di giornalisti non può che portare a un peggioramento della qualità del prodotto». Stephan Russ-Mohl, direttore dell'Osservatorio europeo di giornalismo e professore ordinario presso la facoltà di scienze della comunicazione dell'Università della Svizzera italiana (Usi) di Lugano, ne è convinto ed esprime seri dubbi che il fenomeno sia da ricondurre esclusivamente alla crisi economica. «I Giornali – spiega ad area – stanno finendo in una sorta di Triangolo delle Bermude in cui le difficoltà di finanziamento crescono costantemente a causa di tre fattori principali: vi è innanzitutto l'evidente tendenza dei lettori a non più voler pagare, il che spinge gli editori a orientarsi su prodotti gratuiti (sia in internet sia in forma stampata); d'altro canto vi è un travaso di pubblicità verso la rete (molto attrattiva per gli inserzionisti), a cui si aggiungono i problemi delle testate causato dalle pubbliche relazioni».
A cosa è dovuta la reazione del lettorato? A un precedente scadimento della qualità o più semplicemente a un cambiamento di abitudini?
A entrambi i fattori. Credo che gli editori abbiano sbagliato quando hanno iniziato a offrire gratis il loro prodotto su internet con la pretesa di continuare a venderlo anche in forma cartacea. Nessuno infatti paga un giornale per la carta ma per i conteuti e se questi sono disponibili gratis in rete, tutti, ma soprattutto i giovani appassionati di computer, sono portati a ritenere che il prodotto tradizionale sia superato. Ricordo a questo proposito un bell'articolo sul Time Magazine, in cui l'ex direttore confessa di non più essere abbonato al New York Times, affermando che si riterrebbe uno stupido se pagasse per avere informazioni accessibili in modo gratuito.
Perché la rete è divenuta tanto attrattiva per gli inserzionisti?
La presenza di molti siti che si contendono la pubblicità garantisce agli inserzionisti condizioni più facili per raggiungere un determinato pubblico. Con i media tradizionali (i giornali, ma anche la vecchia televisione) c'era sempre un problema descritto in modo esemplare da Henry Ford (imprenditore statunitense tra i fondatori dell'omonima società produttrice di automobili, vissuto tra il 1863 e il 1947, ndr): «Io pago milioni di dollari per la pubblicità e so che la metà li getto dalla finestra senza raggiungere il target voluto». Internet consente invece di controllare chi sta dall'altra parte e di pagare solo per raggiungere chi si vuole. Motori di ricerca come Google sono oggi lo strumento più bello che si potesse inventare per gli inserzionisti. Questa tendenza rende il finanziamento dei giornali sempre più complesso. Una tendenza già molto chiara negli Stati Uniti, dove oggi nelle redazioni è rimasta solo la metà dei collaboratori rispetto a cinque anni fa. Grandi testate come il Chicago Tribune, il Los Angeles Times e il Philadelphia Inquirer sono ormai in bancarotta. La situazione insomma è grave e la sfida è quella di convincere il lettore a pagare per il buon giornalismo, perché attraverso la pubblicità non è più finanziabile.
In entrata evocava problemi delle testate a livello di pubbliche relazioni. Cosa intende?
Le pubbliche relazioni diventano sempre più aggressive e danneggiano la qualità del giornalismo facendo arrivare gratuitamente notizie alle redazioni. Poi c'è internet, uno strumento che può dare l'impressione di essere una fonte gratuita di notizie. Questo ha già spinto diverse testate, soprattutto in Germania, a rinunciare alle agenzie di stampa. Il virus del gratuito non ha insomma colpito solo il pubblico, ma anche gli editori, il che è molto pericoloso per la credibilità del giornalismo: quando si riprendono informazioni "pescate" in rete senza verificarle e senza fare ricerche, le persone intelligenti capiscono che questo tipo di giornalismo è solo pubblicità e la voglia di pagare scema ulteriormente.
A suo avviso, l'unica alternativa per il futuro rimane la creazione di grandi gruppi, come in Svizzera vorrebbero fare attraverso la fusione (ancora al vaglio della Commissione federale della concorrenza) Tamedia e Edipresse?
Anche simili concentrazioni, che dal punto di vista economico fanno una certa presa e danno qualche chance di sopravvivenza in più, non danno alcuna garanzia. Negli Stati Uniti sono falliti anche grandi gruppi come quelli che ho citato. A mio avviso l'unica via d'uscita possibile è quella di cercare di convincere le giovani generazioni che il buon giornalismo costa. E ho l'impressione che i grandi editori l'abbiano capito. Vorrà pur dire qualcosa se Rupert Murdoch (editore, imprenditore e produttore televisivo fondatore e proprietario della News Corporation, la maggior compagnia mondiale nel settore dei mezzi di comunicazione di massa, ndr), che solo un anno fa voleva trasformare il Wall Street Journal in un prodotto completamente gratuito, ha rinunciato al progetto.
I giornali ticinesi, che pure subiscono il tracollo delle entrate pubblicitarie, non hanno sin qui proceduto a licenziamenti. Come spiega questa eccezione?
In Ticino è presente un solo grande editore nazionale, Ringier (che pubblica il Caffè, ndr). Gli altri giornali sono rimasti in mano a editori locali con una forte tradizione e un grande attaccamento al territorio e all'azienda. Operano secondo logiche diverse rispetto a quelle dei grandi gruppi e hanno un rapporto ancora molto personale con i loro impiegati, il che migliora la qualità del lavoro e rende difficili i licenziamenti. Non conosco nel dettaglio la loro situazione economica, ma ho l'impressione che finora abbiano saputo resistere bene alla crisi. Il mio augurio è che continuino a farlo, tuttavia ritengo che il pluralismo dell'informazione che offre oggi il Ticino (come del resto la Svizzera nel confronto internazionale) con i suoi tre quotidiani non potrà essere garantito ancora a lungo. Il modello di business tradizionale non funziona più e anche le grandi testate ticinesi – Corriere del Ticino e Regione – dovranno trasformarsi. Anzi, lo stanno già facendo.  

Pubblicato

Venerdì 11 Settembre 2009

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