Reportage dai cantieri ticinesi in vista del 2 dicembre, giornata di mobilitazione per un contratto .

Meglio del 4 luglio. La parola "meglio" è ovviamente un eufemismo per indicare le ragioni della voglia di riscatto dei muratori in vista della prossima agitazione del 2 dicembre. Gli edili in Ticino, per quanto possibile, appaiono ancor più arrabbiati di quanto lo erano alla vigilia della giornata di agitazione sindacale dello scorso 4 luglio. Una giornata dove il grido d'indignazione e rabbia per il degrado delle condizioni di lavoro sui cantieri cantonali portò in piazza oltre 1'500 edili sostenuti dalla sola organizzazione sindacale Unia. Non sarà così il prossimo due dicembre, poiché anche l'Ocst ha aderito alla mobilitazione.
Una mezza giornata in una decina di cantieri è sufficiente per capire lo stato d'animo dei muratori dopo l'annuncio della rottura delle trattative nazionali per il rinnovo del contratto edile. Ovunque la notizia dell'imminente vuoto contrattuale viene accolta con sgomento. Il sindacalista di Unia, Enrico Borelli, che accompagniamo nel suo giro informativo, misura le parole. «Non vogliamo terrorizzare nessuno. Se il primo gennaio non ci sarà il contratto, nessuno sarà immediatamente licenziato o si vedrà la paga drasticamente ridotta. Nei mesi iniziali non ci saranno modifiche sostanziali. Ma lo scenario dei mesi seguenti senza contratto è evidente. Le ditte estere potranno lavorare in Ticino pagando gli operai quanto vogliono, anche 5-10 euro l'ora. Anche le imprese locali più rispettose dei propri dipendenti, saranno costrette a ridurre i salari per far fronte alla concorrenza. Sarà un processo inevitabile. E l'edilizia cantonale, il vostro lavoro e i vostri diritti, scusate la parola, saranno fottuti». Una pausa e poi riprende: «Per questo motivo dobbiamo dare subito un segnale chiaro: il 25 novembre ci saranno delle mobilitazioni nelle maggiori città del paese, mentre il 2 dicembre i cantieri ticinesi saranno chiusi. Dobbiamo convincere il padronato che rimanere senza contratto a lungo sarebbe una follia. Già ora la situazione è grave, ma senza contratto sarebbe il caos totale». Parla con cognizione di causa il sindacalista. Negli ultimi sei mesi, le segnalazioni di Unia alla procura cantonale hanno dato avvio a ben cinque inchieste penali. Su tutte pesano forti sospetti di gravi casi di sfruttamento delle persone. Caporalato insomma. E non ci s'illuda che sia mala edilizia d'importazione. Le imprese sotto inchiesta sono tutte iscritte a registro di commercio cantonale e hanno collaborato, con subappalti o prestiti di manodopera, con imprese di costruzioni ticinesi. Inchieste sulle quali la Procura e il sindacato mantengono il massimo riserbo per non intralciare le indagini.
Tornando alla decina di cantieri visitati lo scorso martedì, la reazione dei muratori è quasi identica. Gli operai si fermano, appoggiano gli strumenti e si avvicinano al sindacalista per meglio ascoltare. La preoccupazione è evidente. Tra quelli che avevano aderito al 4 luglio, si respira anche rabbia. Quel grido d'allarme contro il degrado del loro lavoro, credevano fosse stato recepito dal padronato. Cinque mesi dopo invece, la Società svizzera degli impresari costruttori (Ssic) si rifiuta di inserire nel contratto delle misure per arginare la pericolosa deriva dei subappalti. L'associazione padronale si limita a opporsi alla proposta sindacale della responsabilità solidale (l'impresa che affida i subappalti è corresponsabile degli abusi praticati da quest'ultima), senza proporre nulla di efficace per arginare la piaga. L'immagine è quella del Titanic che affonda mentre l'orchestra continua a suonare tranquilla.
Oltre la paura per la brutale messa in concorrenza fra operai delle  condizioni salariali al ribasso, un altro sentimento scuote gli edili: l'indignazione. Costruendo nuovi edifici ai ritmi impressionanti dettati dall'ingordigia del boom edile, i muratori non capiscono perché non debbano averne un guadagno anche loro. Lavorano come pazzi e il padronato si rifiuta di concedergli dei benefici materiali. La somma di questi due aspetti, vissuti dai diretti interessati come un pericolo e un'ingiustizia, permette di prevedere con facilità una paralisi dell'attività edile in Ticino il prossimo 2 dicembre.

Impresari: c'è chi dice sì

Uno dei principali mali attuali dell'edilizia sono i gravi casi di abusi salariali e di condizioni di lavoro registrati in tutto il paese col meccanismo del subappalto (si veda scheda riassuntiva in basso). Per porvi rimedio, i sindacati hanno proposto d'inserire nel contratto il principio della responsabilità solidale. In sostanza significa che l'impresa generale è corresponsabile degli eventuali abusi commessi dai suoi subappaltanti. Il ragionamento è semplice: se l'impresa generale ha delle responsabilità su quanto fanno le ditte da lei chiamate, veglierà affinché non ci siano problemi.
I vertici nazionali della Società svizzera degli impresari guidati dal presidente Werner Messmer rifiutano l'entrata in materia per motivi ideologici: la libera impresa non può essere messa sotto tutela e le responsabilità sono individuali.
Non tutti gli impresari però la pensano così. A Ginevra ad esempio, l'associazione locale degli impresari è favorevole al principio di una regolamentazione del mercato degli appalti pubblici attraverso la norma della responsabilità solidale. Nel concreto, nell'enorme cantiere della nuova linea ferroviaria per i pendolari tra Ginevra e la Francia, sindacati e padronato stanno elaborando un modello di responsabilità solidale.
Altro esempio di diversità di vedute del padronato sul tema è l'edilizia secondaria nazionale, dove si sta discutendo del rinnovo contrattuale.
Un gruppo di lavoro paritario sta elaborando delle norme per inserire il principio della responsabilità solidale nel nuovo contratto. Gli accordi saranno ratificati solo a dicembre, ma il principio della responsabilità solidale pare acquisito.
A sostenere l'introduzione della responsabilità solidale sono soprattutto le piccole e medie imprese di costruzione, quelle che si vedono soffiare i lavori dalle ditte "meteore" alle quali le grandi imprese affidano i subappalti. Poiché l'80 per cento delle imprese appartenenti alla Ssic sono di piccole e medie dimensioni, quali interessi difende la dirigenza dell'associazione padronale di Messmer rifiutando la responsabilità solidale?

Va in onda il degrado

«Semplicemente vergognoso! Povera gente! Altro che progresso?!! Regresso! Vergogna! Ma dove andremo a finire?» Sono alcuni dei molti commenti inviati dai telespettatori all'inchiesta giornalistica «Malaedilizia» andata in onda giovedì 17 novembre a Falò, trasmissione della televisione svizzera italiana.
Operai sfruttati a paghe da fame e costretti a vivere in condizioni indegne. Subappalti a cascata diffusi e organizzati da imprese locali.
Un Ticino da brivido, da tuffo nel passato nello sfruttamento delle braccia migranti degli anni '60. Sicuramente istruttivo, perché svela al grande pubblico un degrado conosciuto ma confinato agli addetti ai lavori.
Uno spaccato della realtà ticinese del mondo del lavoro, quello edile in particolare, di cui c'è poco da andar fieri per la classe imprenditoriale e politica cantonale.
Eppure dal filmato emergono le testimonianze di tre impresari costruttori, arrabbiati e indignati per la piega presa dall'edilizia cantonale. Perfino il titolare della più grande impresa di costruzioni cantonale, Carlo Garzoni, dichiara quanto il subappalto sia dannoso per l'intero settore.
«Basta! Decidiamo che di subappalto non se ne fa più. Lavoriamo solo coi nostri uomini. Questa è l'unica strada per una edilizia sana» aggiunge un altro impresario con 80 operai alle dipendenze. Unia lo chiede da tempo. Qualcuno lo spieghi ai vertici della Ssic e ai politici.

Gli ultimi casi della lunga lista di abusi nell'edilizia nazionale

•    Basilea Campagna: Due anni di lavori sottopagati fino al 44 per cento nella costruzione del nuovo "Business center" della farmaceutica Actelion a Allschwil, ideata dalle archistar Jacques Herzog e Pierre de Meuron.
•    Berna: Rifacimento della sede della Posta sopra la stazione. 15 operai slovacchi alloggiati nel bunker del palazzo e pagati 5-10 euro l'ora. 
•    Berna: Cantiere del nuovo inceneritore dell'azienda municipale Ewb. Catena di subappalti che si conclude con una quarantina di operai bosniaci pagati 13 euro l'ora per una settimana lavorativa di 60 ore. Gli operai erano alloggiati in una casa abbandonata e disastrata.
•    Ginevra: Cantiere pubblico di sottostruttura gestito dai Servizi industriali ginevrini (Sig). Catena di subappalti che si conclude con 4 operai pagati 10,50 euro l'ora.
•    Vaud: Catena di subappalti per la costruzione di un salone espositivo di auto. Gli operai vi lavorano 10 ore al giorno, sabato compresi. Paga oraria: 3,15 euro.
•    Varie località svizzere: Costruzione di nuove filiali Ikea in cinque comuni. Catena di subappalti con 27 imprese. Risultato: una quindicina di operai riceve 5 franchi l'ora, altri 9 euro l'ora. 
•    Ticino: sono 5 le inchieste in corso del Ministero pubblico per casi di estorsione e falsità in documenti, comunemente definiti "caporalato".

Pubblicato il 

25.11.11

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