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Ecco un'accoglienza da lager

di

Loris Campetti
C’è voluto uno scoop dell’Espresso per far cadere dal pero le “anime belle”: i Cpt – un acronimo per nascondere la macabra ironia contenuta nella dicitura completa: centri di permanenza temporanea – assomigliano più a dei campi di concentramento che a dei luoghi civili dove trattenere gli immigrati il tempo necessario per appurare il loro status, prima di decidere se dar loro una mano (quasi mai), o il foglio di via. In tutto e per tutto simili ad Abu Ghraib e a Guantanamo, persino negli ingredienti utilizzati per far capire ai migranti che l’Italia non è il paese di Bengodi; non c’è posto per gli straccioni e dunque, se ne tornino da dove sono arrivati: c’è l’umiliazione, la privazione persino della possibilità di assolvere alle principali funzioni fisiologiche, la violenza con tanto di sberle e insulti, il sesso usato in chiave antislamica. Un bravo giornalista del più noto settimanale italiano si è “vestito” da migrante kurdo facendosi pescare davanti alle coste di Lampedusa. È Fabrizio Gatti, già noto in Svizzera per essersi finto clandestino in entrata da Chiasso e per questo condannato dalle autorità elvetiche: in questo caso diventa Bilal, uno tra i tanti disperati che quasi quotidianamente tentano di arrampicarsi sulle rocce della “fortezza Europa” dopo essere stati scaricati da gommoni e barche – le cosiddette carrette del mare. Il reportage pubblicato dall’Espresso è la cronaca impietosa di una settimana trascorsa nel Cpt di Lampedusa che racconta le condizioni disumane e i soprusi sopportati dai dannati della terra in fuga da guerre, miseria, malattie e dittature. Le anime belle cadute dal pero sono i tanti politici del centrosinistra che per anni hanno minimizzato, se non rimosso, il comportamento fascista – sì, fascista – e respingente legalizzato oggi dalla Bossi-Fini ma avviato dal governo precedente grazie alla legge Turco-Napolitano. Ai tempi del centrosinistra le latrine dei Cpt erano un po’ meno fetide di quelle raccontate da Fabrizio Gatti e magari i poliziotti cantavano o facevano cantare alle vittime “Faccetta nera” con meno frequenza e spudoratezza. Usavano guanti di seta e non di pelle per schiaffeggiare i migranti. Ma la cultura della non-accoglienza era la stessa di quella berlusconiana. Ancora oggi, dopo lo scandalo della Guantanamo italiana, una parte dell’opposizione democratica insiste nella difesa dei Cpt che andrebbero “umanizzati” ma non chiusi. Quando qualche mese fa il governatore della Regione Puglia Nichi Vendola convocò i presidenti di regione di centrosinistra (cioè quasi tutti) per decidere insieme la chiusura dei centri di accoglienza temporanea, verificata la loro irriformabilità, molti politici della stessa area storsero il naso, al punto che la chiusura dei Cpt non è nel programma con cui l’Unione si prepara a sconfiggere le destre alle elezioni di primavera. Le reazioni dei boss della Casa delle libertà si dividono tra la rivendicazione persino delle torture e la negazione, con il solito ritornello “è la stampa comunista che mente”. In nome di un malinteso bisogno di sicurezza l’Italia, come il resto d’Europa, si blinda, alza muri, apre lager per “difendersi” dall’invasione, dall’Islam, dal terrorismo. In realtà per difendere non i suoi valori ma il suo livello di vita, mentre fa a pezzi il modello sociale europeo con la Bolkestein. L’Occidente usa e alimenta le paure nei confronti dell’altro e resta sostanzialmente impotente di fronte ai drammi sociali che esso stesso ha provocato con le guerre e le rapine ai danni dei paesi poveri dell’Africa e dell’Asia. L’esportazione della democrazia, la chiamano a Washington e a Roma. L’illusione di poter fermare l’esodo dalle sponde meridionali del Mediterraneo con il filo spinato assomiglia al tentativo di arginare il mare in tempesta con uno scoglio. Così si tenta di imprigionare i migranti là dove tentano lo sbarco: ieri in Albania, oggi in Libia, attraverso accordi bilaterali capestro che impongono l’apertura di lager nel deserto dove rinchiudere i fuggiaschi. L’impotenza e l’inettitudine di una politica respingente in nome della sicurezza è testimoniata dallo stesso racconto del finto kurdo Bilal: quando le forze dell’ordine gli prendono le impronte digitali scoprono che corrispondono a quelle di un rumeno finito in un altro Cpt, quello di via Corelli a Milano. Sarà un caso, devono aver pensato i solerti poliziotti. Effettivamente Fabrizio Gatti aveva fatto lo stesso scherzetto un po’ di tempo fa, con altro nome e diversa nazionalità. C’è da stare tranquilli, noi cittadini italiani, siamo ben protetti. Se sbarcasse bin Laden potrebbero comportarsi allo stesso modo. L’Italia non rappresenta un caso a parte in Europa, è la normalità. La democratica Spagna di Zapatero alza gli stessi muri in difesa del suo territorio nazionale che guarda caso si trova in Africa, in Marocco, a Ceuda e Melilla. Spara contro chi tenta di scavalcare i sei metri di recinto che proteggono le due città “spagnole” dal Terzo mondo, dalla disperazione. Meglio, fa sparare i militari marocchini che è più politicamente corretto. Fa rastrellare i migranti assiepati intorno al filo spinato che vengono poi deportati in pieno deserto e ivi abbandonati, come denunciano da tempo Amnesty international e Medici senza frontiere. Più aumenta la pressione dei migranti, più si incattiviscono le leggi con progressivi giri di vite. Così a Madrid come a Londra. Nei centri di detenzione inglesi si usano bastoni e manganelli per intimidire i profughi, costretti a vivere in condizioni igieniche e sanitarie intollerabili, bambini compresi. Quando non vengono divisi i nuclei familiari: genitori deportati e minori affidati ai servizi sociali. In Francia il ministro dell’interno Sarkozy annuncia leggi ancora più restrittive, per esempio rendendo praticamente impossibili i ricongiungimenti familiari. Fili spinati, militarizzazione delle coste e dei mari, prigioni, espulsioni dei migranti nei paesi d’origine. Ma siccome tutto questo non basta, bisogna costruire fortezze fuori dall’Europa, bastioni, stati vassalli a cui viene lasciato il lavoro sporco in cambio di trattati economici e qualche spicciolo (Marocco), o di sdoganamento internazionale (Libia), o di promesse di promozione in Europa, come nel caso della Turchia. L’Unione europea, insomma, tenta di fermare l’esodo a monte, nascondendosi le ragioni e le sue stesse responsabilità in quell’esodo.

Pubblicato

Mercoledì 14 Settembre 2005

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