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Ecco perché i ticinesi hanno paura

di

Franco Cavalli

Diversi miei conoscenti d’oltralpe mi hanno chiesto come si poteva spiegare che il Ticino nella recente votazione sull’iniziativa disumana dell’Udc detta “per l’attuazione” sia risultato la pecora nera per la proporzione dei Sì, battendo chiaramente, ed è tutto dire, addirittura i cantoni della Svizzera primitiva. È molto facile scandalizzarsi per questo risultato, meno ovvio è cercare di analizzarlo. Cercherò di farlo, anche se in modo sommario, per necessità di spazio.


Comincio facendo un salto indietro di una ottantina di anni: durante la seconda guerra mondiale il Ticino si è dimostrato molto solidale con tutti coloro che sfuggivano dal nazi-fascismo o con coloro, come i partigiani, che lo combattevano. In quel momento fra i cantoni svizzeri probabilmente siamo stati la pecora bianca: come mai siamo ora invece diventati i peggiori? Riassumendo all’osso, direi che la spiegazione è da cercare in quella particolarità quasi unica della nostra storia, per cui da una società fondamentalmente ancora agricola siamo passati, dopo la seconda guerra mondiale, improvvisamente ad una struttura di tipo quasi post-industriale, senza mai essere transitati attraverso quell’era industriale che ha caratterizzato lo sviluppo a nord delle Alpi.
La borghesia ticinese non è mai stata molto intraprendente e come fanno ancora oggi le borghesie compradore negli ex-stati coloniali (da noi i tre secoli di baliaggio hanno provocato un’onda lunga…) è vissuta soprattutto con lo svendere tutto lo svendibile: dalle acque ai terreni. Poi, dopo il secondo conflitto mondiale, l’improvviso boom turistico e soprattutto l’afflusso di enormi capitali trafugati dall’Italia hanno dopato il sistema.


Un mio conoscente riassume quella situazione dicendo “a quei tempi, bastava saper o leggere o scrivere e già diventavi procuratore di banca”. Si è così creata una struttura economica caratterizzata da facili guadagni e da un’ipertrofia del settore bancario, mentre nel settore industriale prevaleva una struttura a basso valore aggiunto e a salari ancora più bassi.


La scomparsa del segreto bancario e l’improvvisa rivalutazione del franco sono gli ultimi tra i diversi elementi che stanno mettendo in crisi questo modello, che da sempre era costruito sulle sabbie mobili, anche per l’assenza di un piano economico del Cantone che meritasse questo nome. L’enorme dislivello salariale tra il Ticino e la Lombardia in crisi (ben diverso da quello tra Basilea o Ginevra e le rispettive zone frontaliere) ha enormemente accelerato i processi di dumping, per cui il mercato ticinese del lavoro assomiglia sempre di più al Far West. Da qui nasce quel sentimento di paura del futuro che attanaglia buona parte della popolazione ticinese.


E come dimostra la storia del secolo scorso, in interi strati sociali possono facilmente irrompere posizioni xenofobe e addirittura razziste, quando il sentimento di insicurezza raggiunge livelli parossistici. Quindi che fare? Non possiamo aspettarci granché dai partiti storici, che come ha ben detto Dick Marty, “hanno oramai l’encefalogramma piatto”. Penso sia compito della vera sinistra cominciare ad analizzare seriamente la situazione per mostrare ai ticinesi che non sono i frontalieri ma bensì i padroni del vapore, i responsabili della situazione. E forse allora il Ticino tornerà nuovamente ad essere la pecora bianca.

Pubblicato

Giovedì 17 Marzo 2016

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