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Lo studio

Ecco come Big Pharma si assicura sempre guadagni stratosferici, anche con i vaccini

Public Eye: La pandemia ha crudelmente messo in evidenza il modello d’affari dell’industria farmaceutica

di

Francesco Bonsaver

Tremila pubblicazioni scientifiche scandagliate per individuare le strategie dei giganti della farmaceutica finalizzate a massimizzare i profitti e sfruttare l’attuale crisi sanitaria a loro vantaggio, a discapito dell’interesse generale. È un lavoro d’inchiesta e d’analisi approfondito quello condotto da Public Eye, Ong elvetica, i cui risultati sono stati pubblicati a marzo nello studio Big Pharma si prende tutto” (disponibile nella versione integrale solo in inglese, in tedesco e francese una sintesi). Nello studio, sono state riassunte le principali dieci strategie implementate dalle grandi industrie farmaceutiche a difesa dei loro interessi.  

«La pandemia ha crudelmente messo in evidenza non solo le carenze strutturali, ma pure il modello d’affari problematico grazie al quale l’industria farmaceutica genera da decenni margini di profitto astronomici» scrive nell’introduzione Public Eye. Nell’anno della pandemia planetaria, più di 93 miliardi di euro di fondi pubblici sono stati investiti nello sviluppo dei vaccini, diagnostica e trattamento del Covid-19. Un’occasione persa dai governi per imporre l’accessibilità a questi fondi pubblici in cambio di trasparenza sulle condizioni di accesso e dei prezzi dei farmaci prodotti, rilevano gli autori dello studio. Così facendo, in un processo totalmente opaco, prevale la logica della massimizzazione dei profitti delle industrie private a detrimento dei bisogni della salute essenziali della popolazione. Le aziende riescono così a imporre dei prezzi elevati ingiustificati, ma non contestabili in assenza di dati trasparenti. Ed è proprio l’opacità uno dei pilastri delle strategie utilizzate dalle grandi aziende del ramo che impediscono la  discussione democratica sui farmaci. Senza dati certi, i giganti dell’industria farmaceutica gonfiano sistematicamente le stime dei propri investimenti nella ricerca e lo sviluppo dei nuovi medicinali, minimizzando invece il contributo dei fondi pubblici. I nuovi medicamenti vengono poi brevettati dalle grandi aziende per garantirsi i profitti derivanti. Alla radice del problema, l’accordo sui diritti di proprietà intellettuale relativi al commercio (Adpic), in vigore dal 1995. Quest’ultimo conferisce il diritto alle multinazionali di approfittare della loro posizione monopolistica per fissare dei prezzi eccessivi, malgrado gli ingenti fondi pubblici di cui sono state beneficiarie. A farne le spese sono soprattutto le popolazioni dei Paesi più poveri, escluse dai vaccini Covid-19 per ragioni economiche. Per questi motivi, Public Eye e Amnesty International hanno lanciato una petizione affinché anche la Svizzera sostenga la possibilità di derogare agli Accordi internazionali sui brevetti (si veda l'articolo allegato).


Ma le norme sui brevetti si ripercuotono pure nei Paesi ricchi dove si assiste all’esplosione dei costi della salute. In questi Paesi, i cittadini pagano due volte la fattura, dapprima sovvenzionando la ricerca privata coi soldi delle loro tasse per poi essere successivamente costretti a pagare i medicamenti a prezzi spropositati.


Ma l’attuale legislazione internazionale dei brevetti nel campo della salute produce altri effetti nefasti. Eloquente è il caso della pandemia, afferma l’Ong, annotando che già nella primavera dello scorso anno vi erano segnali evidenti che la procedura dei brevetti dei vaccini avrebbe generato difficoltà di approvvigionamento. Seppur segnalati, quegli appelli rimasti inascoltati hanno poi portato alla penuria mondiale che oggi conosciamo, creando al contempo un’accumulazione futura delle riserve dettata dal panico di rimanerne senza.


La radice del problema, scrivono gli autori, è considerare la salute come un prodotto commerciale qualsiasi da cui ricavare il massimo del guadagno. La ricerca del massimo profitto  spinge le grandi case farmaceutiche a concentrarsi quasi esclusivamente sui trattamenti medici delle malattie croniche quali il cancro o il diabete, particolarmente redditizie ai loro portafogli in ragione della durata d’impiego. Le terapie delle malattie infettive, particolarmente presenti nei Paesi poveri, sono state quasi ignorate perché non lucrative. «Fino a poco tempo fa, le società farmaceutiche si disinteressavano delle malattie trasmissibili o dei vaccini. L’avvento della pandemia Covid-19 ha parzialmente cambiato le cose. Le grandi imprese farmaceutiche fiutandone l’affare, hanno acquistato o stretto collaborazioni con piccole imprese nascenti impegnate nella ricerca in questo campo». È il caso del colosso americano Pfizer, la più grande società del mondo operante nel settore della ricerca, della produzione e della commercializzazione di farmaci. Negli ultimi decenni la Pfizer aveva condotto una politica aggressiva di acquisizione di piccole aziende farmaceutiche per assumere un ruolo dominante nel mercato farmaceutico mondiale. È in questa logica che nel 2018 si associò alla tedesca BioNTech già, azienda promettente nella ricerca e lo sviluppo di vaccini anti-influenzali con la metodologia innovativa RNA, da cui nacque poi il primo vaccino anti Covid-19. Albert Bourla, amministratore delegato della Pfizer, il giorno dell’annuncio al mondo della scoperta del vaccino anti Covid-19, vendette il 62% delle sue azioni guadagnando in un sol colpo oltre 5 milioni e mezzo di dollari.


La Pfizer è solo un esempio di un sistema generalizzato tra le grandi imprese farmaceutiche, annota Public Eye. «Negli ultimi venti anni, il settore della farmaceutica si è progressivamente trasformato in un’industria d’investimento. Le grandi aziende impiegano i propri fondi per acquisire ditte concorrenti e piccole imprese innovative, speculando sui guadagni derivanti dai brevetti diventati di loro proprietà. Lo scopo finale è versare dividendi astronomici ai loro azionisti».


Per tutelare i propri vantaggi, le Big Pharma non lesinano fondi per l’attività di lobbismo, rileva la Ong con sede a Losanna. Negli Stati Uniti, 39 dei 40 rappresentanti del potere legislativo che hanno ricevuto i più importanti contributi delle società farmaceutiche, siedono nelle commissioni sulla salute. In Svizzera, l’intensa opera di lobbing verte a bloccare ogni tentativo di ridurre i prezzi dei farmaci, tra i più alti del mondo intero.

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Mercoledì 17 Marzo 2021

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