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Calcio malato

«È ora di fare piazza pulita»

Il penalista Marc Pieth: il sistema giudiziario elvetico, macchiato dal Fifagate, necessita di una «ramazzata», indipendentemente dall’esito del processo sulla Federazione internazionale di calcio

di

Federico Franchini

Professore di diritto penale all’Università di Basilea, Mark Pieth è da poco in pensione. Esperto riconosciuto a livello mondiale e voce critica della giustizia elvetica, era stato chiamato dalla Fifa per riorganizzare la sua governance interna. Ma quando ha visto che non era ascoltato se ne è andato sbattendo la porta.  Lo abbiamo intervistato a margine del processo in corso al Tribunale penale federale e che vede alla sbarra due protagonisti dello scandalo di corruzione legato alla Federazione internazionale di  calcio: Jérôme Valcke, ex segretario generale et Nasser Al-Khelaifi, patron del Paris Saint Germain e del colosso mediatico qatariota Bein Media. La sentenza dovrebbe arrivare domani.


 

Professor Pieth, quale è l’importanza di questo processo legato all’affare Fifa per la giustizia svizzera?

 

Il Ministero pubblico della Confederazione (Mpc) è sotto grande pressione. Una pressione che si ripercuote anche sul Tribunale penale federale (Tpf). Quello che è successo in primavera, con il processo legato alla Federazione di calcio tedesca (Dfb) finito in prescrizione, è stato qualcosa di molto grave. Senza contare il fatto che le indagini non hanno toccato i due principali protagonisti, Beckenbauer e l’ex vicepresidente della Fifa Bin Ammam, la Procura federale ha impiegato cinque anni per rinviare a giudizio quattro persone e il Tribunale ha impiegato troppo tempo per convocare il dibattimento. Oggi, con il processo Valcke, c’è la pressione di dimostrare al mondo che la giustizia svizzera non è del tutto incompetente. 


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Lei ha citato la prescrizione, la cui ombra plana  anche su questo processo e che ha interrotto quello precedente. Sono i termini di prescrizione che sono troppo corti in Svizzera, o è la giustizia che è troppo lenta?

 

I termini sono corretti in Svizzera. La prescrizione è molto più estesa che in altri Stati, come l’Italia, dove la si applica anche all’ultimo grado di giudizio. Non è quindi un problema di legislazione, ma di competenza nel perseguimento penale. Tanto che ora, anche nella vicenda Valcke, si arriva di corsa all’ultimo momento. Ciò che mette ancor più sotto pressione i giudici del Tribunale penale.

 

 

 

Proprio il Tpf che è finito di recente anche lui nell’occhio del ciclone. Che cosa sta succedendo a Bellinzona? 

 

Il primo aspetto è quello legato alla confusione interna. Ho letto il rapporto del Tribunale federale in merito alla procedura di vigilanza su quanto accaduto a Bellinzona e ho trovato che questo rapporto non è di nessun aiuto per risolvere i problemi. Resta il fatto che la situazione sembra insostenibile. L’altro punto è quanto avvenuto con l’affare della Dfb. Le difficoltà interne del Tribunale non giustificano il fatto che ci hanno messo oltre sei mesi a convocare il dibattimento. Su questo grave ritardo non sono state fornite giustificazioni. L’effetto indiretto è che la pressione è molto forte per portare a casa un risultato con il caso Valcke. Anche se ciò non basterà.

 

 

 

In che senso?

 

Anche se il processo si chiuderà con una condanna, occorrerà dare una ramazzata alla giustizia svizzera. È ora di fare pulizia. E per farlo non basta un nuovo procuratore generale. Michael Lauber era onnipotente: poteva licenziare e assumere le persone a suo piacimento. È successo che i bravi procuratori, soprattutto quelli attivi nella criminalità economica, sono stati costretti ad andarsene. Gran parte di chi oggi occupa ruoli importanti, a partire dai due vice ora in carica, Jacques Rayroud e Ruedi Montanari, o dal responsabile affari di riciclaggio, Patrick Lamon, sono persone dipendenti da Lauber. Occorre fare piazza pulita e assumere gente nuova e competente. Lo stesso discorso va fatto per quanto riguarda il Tpf. Per la Svizzera e la sua immagine internazionale è indispensabile avere istituzioni giudiziarie credibili.

 

 

 

La vicenda degli incontri non protocollati con la Fifa è stata usata dalle difese degli imputati oggi a processo per chiedere – invano – il rinvio del dibattimento. Qual è la sua opinione sulla vicenda?

 

Questo sistema delle riunioni  non protocollate tra la Procura e la Fifa è un grave problema. Ha creato ritardi, con i ricorsi e le ricusazioni dei procuratori. È inevitabile che il processo si inserisca in questo contesto. Tanto più che la Fifa è accusatrice privata nella procedura contro Valcke. La stessa Fifa che ha invece siglato un accordo con Al-Khelaifi e ritirato la denuncia nei suoi confronti. Ciò che ha fatto cadere l’accusa di corruzione passiva per il qatariota dato che, all’epoca dei fatti, questo reato – punito fino al 2016 nell’ambito della legge sulla concorrenza sleale – poteva essere portata avanti solo se c’era una denuncia privata. È stato un accordo politico. Ma se fossi il procuratore mi chiederei fino a che punto sono strumentalizzato dalla Fifa che fa accordi alle mie spalle. 

 

 

 

Lauber è stato costretto a dimettersi e ora c’è un’inchiesta penale. Quale sarà l’impatto di questa inchiesta?

 

In questa triste vicenda, l’inchiesta in sé è un fatto positivo. Chiarire cosa è successo è necessario. Quello che apprezzo di meno è sentire Gianni Infantino che dice che non ha niente da nascondere, ma poi critica l’inchiesta additando al complotto. Se non gli piace il diritto svizzero, allora che se ne vada altrove. Magari in Qatar. Con l’inchiesta penale nei confronti di Infantino, il Comitato etico della Fifa dovrebbe agire. Ma non ha fatto nulla.

 

 

 

Lei era stato chiamato a riformare interamente la Fifa, a partire proprio dal comitato etico. Qualcosa non ha funzionato?

 

Quando abbiamo riformato il comitato etico della Fifa il punto essenziale era che doveva essere indipendente dal Presidente. All’inizio è stato un successo, tanto che il Comitato aveva sospeso Sepp Blatter e Michel Platini. Ma oggi constato che non c’è nessuna imparzialità. E che Gianni Infantino ha usato la sua mano per mettere persone a lui vicine nei posti chiave. Gli organi di controllo che abbiamo riformato avrebbero senso, se non fossero occupati da persone non qualificate.

 

 

 

Per questo se ne è andato dalla Fifa?

 

Me ne sono andato perché volevamo introdurre un limite di mandati per il presidente e un limite di età. Ma la Fifa, con il blocco della Uefa guidata da Infantino, ha bloccato questa e altre riforme. Quando poi, nel 2014, Blatter si è ricandidato ho capito che non era più possibile lavorare e ho detto addio. 

 

 


Pubblicato

Giovedì 29 Ottobre 2020

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