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È la più amata che se ne va

di

Silvano De Pietro
«Non intendo perdere tempo a pensare al “dopo”. Nel prossimo trimestre mi attende un lavoro intenso: spero di portare alcuni dossier, se non a termine, almeno fino al punto di non ritorno». Queste parole, pronunciate lunedì 30 settembre da Ruth Dreifuss subito dopo aver annunciato le dimissioni per fine anno dalla carica di consigliera federale, ben riflettono il carattere e lo stile di questa donna, socialista, sindacalista e ministro delle opere sociali. Costretta ad operare in un governo dominato da tendenze neoliberiste stimolate da impulsi verso il meno Stato e persino antisociali, e dovendo rispettare il principio della collegialità (per cui una decisione presa a maggioranza diventa una decisione di tutto il governo, e come tale tutti i ministri la devono difendere verso l’esterno), Ruth Dreifuss ha fatto ampiamente ricorso alle doti che tutti, sostenitori ed avversari, le riconoscono: la combattività e l’ostinazione. Senza queste sue qualità, probabilmente avrebbe lasciato un segno diverso, forse meno incisivo, nella politica sociale elvetica degli anni Novanta, con alcune cose ben fatte e con altre meno riuscite. Nata nel 1940 a San Gallo da famiglia ebraica, Ruth Dreifuss è tuttavia di madrelingua francese (ma parla correntemente tedesco, inglese, italiano e spagnolo) ed è rimasta nubile. Ha fatto studi di sociologia a Ginevra, dove si è poi laureata nel 1970 in scienze economiche (menzione matematica). Nel 1964 ha aderito al Partito socialista svizzero. È stata segretaria d’albergo (in Ticino), giornalista, assistente universitaria, responsabile di progetto alla Direzione dello sviluppo e della cooperazione (presso il Dipartimento federale degli affari esteri), finché non è stata eletta nel 1981 segretaria centrale dell’Unione sindacale svizzera, dove si è occupata di assicurazioni sociali, diritto del lavoro, questione femminile e relazioni con l’Organizzazione internazionale del lavoro. In tale funzione, Ruth Dreifuss è divenuta membro di diverse commissioni federali extraparlamentari, a contatto delle quali ha potuto maturare una certa conoscenza dell’amministrazione federale e degli ambienti politici. Per il resto, l’unica sua esperienza diretta in politica, prima di accedere al Consiglio federale, è stato il mandato di consigliera comunale a Berna dal 1989 al 1992. La sua elezione quale membro dell’esecutivo federale, il 10 marzo 1993, è avvenuta quasi per caso: grazie alle proteste suscitate dalla scelta dei borghesi di preferire Francis Matthey alla candidata ufficiale del Pss, Christiane Brunner. Matthey, già eletto, rinunciò alla carica, lasciando libero il campo ad una donna socialista diversa dalla Brunner. Quale responsabile politica del Dipartimento federale dell’interno, nei suoi nove anni di governo Ruth Dreifuss s’è dovuta occupare di assicurazioni sociali; sanità; politica della droga; educazione (politecnici federali), scienza e ricerca; cultura, musei, archivi; ambiente e sviluppo sostenibile; politica sociale (pari opportunità, lotta alle discriminazioni ed al razzismo). E sono stati anni contrassegnati dalla recessione, dalla disoccupazione, dal deficit galoppante delle finanze federali, dalle crescenti tensioni tra Confederazione e cantoni, dalle insistenti sollecitazioni verso il meno stato, meno socialità, più risparmio, più efficienza, meno costi, più privatizzazione. In questo quadro, Ruth Dreifuss s’è dovuta impegnare in dossier spinosi ereditati in gran parte dal suo predecessore Flavio Cotti. In primo luogo la Lamal, entrata in vigore nel 1996. La prima conseguenza di quella legge nata (e fatta) male, è stato il costante aumento dei premi delle assicurazioni malattie, rimproverato ovviamente alla signora Dreifuss. Una prima riforma da lei promossa nel 1998, ha incontrato un parlamento ostile che gliel’ha dimezzata. La seconda revisione è ancora in corso, e finora ha raccolto soprattutto l’ostilità dei medici. I suoi sforzi per mitigare i premi dell’assicurazione malattia delle famiglie a basso reddito, le hanno procurato amarezze ed una mezza (umiliante) sconfessione dei suoi colleghi di governo. Un altro tormentone è stato il dossier Avs. In omaggio alla collegialità del Consiglio federale, ha dovuto difendere l’innalzamento dell’età di pensionamento delle donne da 62 a 64 anni, e in prospettiva a 65, senza ottenere in cambio adeguate contropartite sulla flessibilità della stessa età di pensionamento. Altra pillola amara che Ruth dreifuss ha dovuto ingoiare, anzi la sua sconfitta più cocente, è stata la bocciatura popolare, nel 1999, dell’assicurazione maternità: un progetto ambizioso, apparentemente sostenuto anche dalle donne dei partiti borghesi, che soltanto ora, forse, potrebbe rinascere in seno al parlamento. Per finire con l’ultima delusione procurata (ancora per il rispetto della collegialità?) alla sinistra: l’aver difeso la scelta di abbassare il tasso d’interesse sui capitali del “secondo pilastro”. Ma Ruth Dreifuss ha anche messo a segno un successo di risonanza internazionale: l’aver riformato la politica della droga facendo passare – primo ed ormai imitatissimo esempio in Europa – la prescrizione medica di eroina come strumento di controllo e di disaffezione, la solidarietà umana verso i tossicodipendenti e la depenalizzazione del consumo di marijuana (attualmente al vaglio del parlamento). Da ricordare anche il suo apprezzabile lavoro svolto nel campo della promozione della cultura (tra l’altro: non ha mai mancato un Festival del film di Locarno). Ora, dopo essere stata la prima donna ad esercitare, nel 1999, la funzione di presidente della Confederazione, Ruth Dreifuss se ne va lasciando dietro di sé l’impressione di una donna che ha fatto ogni sforzo per far passare le proprie idee e le proprie convinzioni. Ma che ha anche dovuto, nel corretto rispetto delle regole del gioco, accettare limitazioni (e a volte anche imposizioni) apparse spesso come ingiuste, o che quanto l’hanno privata di quei giudizi obbiettivi e riconoscimenti di merito che probabilmente le spettavano. Merito suo, per esempio, è se la manovra di smantellamento dello stato sociale non ha fatto danni più gravi: bene o male, nel governo è stata un sicuro baluardo della sinistra. E l’ha fatto – cosa importante – con l’intelligenza e con il cuore.

Pubblicato

Venerdì 4 Ottobre 2002

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