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È il piatto dove mangio

di

Mauro Marconi
Ed io ci sputo dentro. Scusate l’inizio, ma nella vicenda de La Posta e del progetto di riorganizzazione Rema, voglio dire anche io la mia. E credo di averne buon diritto, non solo come cittadino, ma come membro di una famiglia di postini. Mia nonna, mio padre, i miei zii e cugini, io stesso: tutti quanti abbiamo lavorato e/o lavoriamo tutt’oggi per il gigante giallo. Il mio primo lavoro è stato presso La Posta, o meglio presso le Ptt. Prendevo dodici franchi e novanta centesimi l’ora. La mia funzione era quella di ausiliario postale. Allora non se ne parlava ancora nei termini in cui se ne parla oggi, ma i miei primi passi nel mondo del lavoro li ho fatti come lavoratore atipico: non avevo garanzie né per il posto, né per l’orario di lavoro, né per il salario. Nel frattempo La Posta è cambiata. Nel 1997 partecipai alla raccolta di firme per il referendum (se la memoria non mi inganna) contro la Legge sulle Poste (Lpo). Per questo referendum sacrificai una serata di Piazza Blues: mi persi tutti i concerti discutendo con un conoscente socialista che predicava a favore della legge. Abbiamo assistito alla chiusura di numerosi uffici postali ed all’annuncio della soppressione di altri (ottanta uffici dovrebbero essere semplicemente soppressi, mentre numerosi altri verrebbero sostituiti con servizi alternativi). Il progetto Rema è un nuovo tassello della trasformazione continua che La Posta ha conosciuto in questi anni e trascina con sé la polemica. E alla polemica s’aggiunge anche l’ipocrisia. L’ipocrisia di Moritz Leuenberger ad esempio. Leuenberger intende rassicurarci quando ci dice che ha chiesto garanzie affinché Rema non causi licenziamenti. Già, perché per la sinistra il licenziamento è l’anatema. La soppressione di posti di lavoro invece no. Licenziare non è bello, lo fanno solo i padroni. Sopprimere posti di lavoro è invece una necessità, un’imposizione oggettiva, che non dipende dalla volontà di nessuno. Poco importa allora come si raggiunge l’obiettivo: l’importante è (credere di) salvare la faccia. Ancor più ridicola è l’ipocrisia di chi professa quotidianamente la propria fede nel mercato, per poi indignarsi e promettere battaglia quando viene punto nei suoi interessi. Questa è stata la reazione di diversi politici della destra nostrana, convertiti per espresso ed improvvisamente al più stato. Si offendono, si arrabbiano, perché la Confederazione si ritira dalla periferia. Si arrabbiano perché la direzione de La Posta decide seguendo criteri economici e non politici. Tutta questa vicenda mi fa pensare a quando io e Marco andavamo “di sfroso” a mungere le capre. Le aspettavamo lungo la strada, le avvicinavamo e mentre Marco stringeva le mammelle io accostavo la borraccia da riempire. Ne abbiamo bevuto di latte in quel modo. Un giorno però, con nostro grande stupore, ci accorgemmo che a furia di riempirla di latte, la nostra borraccia puzzava di capra ed era ormai inservibile.

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Venerdì 1 Novembre 2002

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