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E Schröder si libera dell'Spd

di

Tommaso Pedicini
Che il barometro segnasse tempesta sulle sorti della socialdemocrazia tedesca si era capito ormai da tempo, e non solo per i sondaggi che, da oltre un anno, danno il partito del cancelliere in progressiva caduta libera, distaccato di oltre 20 punti percentuali dall’opposizione cristianodemocratica. Ciò nonostante la decisione presa da Gerhard Schröder nei giorni scorsi ha lasciato a bocca aperta anche i più acuti analisti della politica federale. La scelta di rinunciare alla carica di presidente dell’Spd e di concentrarsi esclusivamente sul ruolo di capo del governo è giunta del tutto inattesa per un uomo politico con la marcata tendenza a collezionare incarichi di potere. Ma cosa c’è alla base di questo colpo di scena? Il cancelliere ed il suo gruppo dirigente finora non sono riusciti a trasmettere alla base del partito e al proprio elettorato il senso e l’urgenza delle riforme sociali messe in atto negli ultimi mesi. La sensibile riduzione dei sussidi di disoccupazione, l’innalzamento dell’età pensionabile, la limitazione della tutela ai licenziamenti senza giusta causa, l’introduzione del ticket sanitario su visite mediche e ricoveri ospedalieri e l’aumento dei prezzi dei farmaci sono piovuti, uno dopo l’altro, come macigni sulle teste dei lavoratori tedeschi, senza che, assieme ai tagli, giungessero anche adeguate spiegazioni riguardo alla loro pretesa necessità. Se almeno queste misure fossero state accompagnate da qualche provvedimento, anche solo simbolico, a carico delle grandi imprese e dei cittadini più abbienti, gli strati più deboli della popolazione avrebbero ingoiato il rospo nell’illusione di un’equa ripartizione dei sacrifici. Ma così non è stato. Schröder ed il suo ministro dell’economia, Wolfgang Clement, hanno bocciato senza troppi complimenti ogni ipotesi di tassa patrimoniale, di aumento di imposte di successione sui grandi capitali o di tassazione dei profitti derivanti dal mercato azionario avanzata dalla sinistra del partito e dai sindacati. Il risultato di questa politica senza compromessi è stata una serie ininterrotta di sconfitte alle elezioni regionali e comunali nell’ultimo anno e il crollo del numero degli iscritti che, al momento, è sceso sotto il livello precedente all’era Brandt. Un disastro su tutta la linea per un governo eletto nel 1998, e riconfermato nel 2002, sulla base di un programma elettorale dalla decisa impronta sociale e che ora si ritrova a fare il “lavoro sporco” che ci si attenderebbe da una forza politica neoliberista. Il fatto che poi lo smantellamento dello stato sociale venga definito “modernizzazione” non serve certo a renderlo più accettabile agli occhi del proprio elettorato, anzi. In crisi di consensi all’interno e all’esterno, il cancelliere ha deciso, quindi, di lasciare le redini del partito nella consapevolezza di non poterne mantenere ancora a lungo il controllo. Prima che la fronda nei suoi confronti si trasformasse in rivolta aperta, Schröder ha pensato bene di passare la patata bollente della presidenza socialdemocratica a qualcun altro ed avere, così, le mani più libere per la politica di governo. La scelta è caduta, non a caso, su Franz Müntefering, l’attuale capogruppo dell’Spd al Bundestag, un riformatore (nel senso di Schröder e Clement) che però, stranamente, passa per tradizionalista. Una fama che ne ha fatto il personaggio senza dubbio più amato all’interno del partito, almeno dopo il ritiro dalla scena politica di Oskar Lafontaine. Anche se Müntefering, che d’ora in poi raggrupperà in sé le due cariche più importanti dell’Spd, ha fatto sapere da subito che intende sostenere a pieno le riforme del governo rosso-verde, sono in molti tra i tesserati a sperare in un possibile cambiamento di rotta. La contemporanea sostituzione di Olaf Scholz, fedelissimo di Schröder, con Klaus Uwe Benneter, rappresentante della sinistra interna, alla carica di segretario generale del partito (un ruolo più manageriale che direttivo, come, invece, il nome lascerebbe intendere) ha contribuito al diffondersi di voci relative a una svolta imminente in politica socio-economica, o quantomeno all’introduzione di correttivi ai tagli del welfare effettuati finora. La politica del governo, però, cambierà molto difficilmente. Gerhard Schröder, nei suoi interventi pubblici, ha legato più volte il proprio futuro politico al successo delle riforme e minacciato gli oppositori interni (sia nell’Spd che tra i Verdi) di dimettersi, qualora i progetti del governo venissero ostacolati. Qualche piccolo ritocco di facciata seguirà, forse, queste nuove nomine, ma la sostanza del progetto rimarrà invariata. Se le designazioni di Müntefering e Benneter serviranno a calmare, per un po’, le acque all’interno dell’Spd, è, però, difficile immaginarsi che esse possano avere un grande effetto all’esterno. Nei prossimi dodici mesi ben 14 appuntamenti elettorali, tra votazioni regionali e comunali, metteranno alla prova Schröder e l’Spd e non è detto che, se il loro esito dovesse essere disastroso come i sondaggi lasciano prevedere, questo governo sia in grado di giungere alla scadenza naturale del suo mandato. Il primo appuntamento è imminente: il 29 febbraio si vota per il rinnovo del parlamento regionale di Amburgo, tradizionale roccaforte socialdemocratica. Una prova importante da cui si potrà capire se per Schröder è cominciata un’improbabile risalita, oppure se la decisione di abbandonare la presidenza dell’Spd lo ha reso agli occhi degli elettori solo un cancelliere dimezzato.

Pubblicato

Venerdì 20 Febbraio 2004

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