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Mondo del lavoro

Duello tra accademici sullo studio Ire sul mondo del lavoro cantonale

di

Francesco Bonsaver

Studio Ire, confronto accademico doveva essere e così stato. Almeno in parte, come vedremo in seguito. Merito della Supsi che lo ha organizzato questo giovedì nelle sue aule durante la pausa pranzo, dove si sono confrontati il ricercatore della Supsi Fabio Losa e il professor Rico Maggi dell’Ire davanti a una platea di studenti, cittadini curiosi e politici interessati. «Da un punto di vista scientifico i risultati dello studio dell’Ire sono inattendibili» ha esordito Losa, esperto in materia nonché coorealizzatore del rapporto «Libera circolazione, gioie o dolori?» pubblicato nel 2012 dall’Ufficio statistica cantonale.

 

Losa è poi entrato nel vivo, circostanziando le critiche metodologiche allo studio. «Il principio della trasparenza dell’impianto metodologico è imprescindibile. Nello specifico, non vi è trasparenza ma piuttosto una spiegazione ermetica. E senza la trasparenza non è possibile una verifica dei dati» ha commentato Losa, illustrando l’esempio di come lo studio sia opaco sulla modalità di selezione dei campioni usati per la ricerca sulla popolazione attiva e sulle ditte interpellate per il sondaggio. Per semplificare, come siano state scelte le 328 ditte interpellate sull’assunzione di manodopera partendo dalle 33mila aziende presenti nel cantone.

 

Seconda criticità ravvisata da Losa, l’idoneità del metodo. «È stata usata una lente troppo ristretta e monocolore» ha spiegato semplificando. «Il modello si concentra solo sul rischio disoccupazione, dimenticando i molteplici aspetti che entrano in gioco. Ad esempio, la durata dell’inattività lavorativa, il rientro nel mondo del lavoro delle donne dopo la maternità, l’accesso degli studenti, e così via».  Un terzo punto sollevato dal ricercatore della Supsi riguardava le analisi e il sondaggio alle aziende. «Nelle domande poste alle aziende, su 4 domande faccio fatica a capire le differenze». Per spiegare l’approccio limitato dello studio Losa ha fatto il seguente esempio: «il 26% delle imprese ha risposto di aver assunto uno straniero. E il restante 74%, cosa ha fatto? Non s’indaga malgrado da queste informazioni sarebbero potute uscire preziosi informazioni».

 

Infine, Losa ha riscontrato dei difetti sulla qualità di comunicazione dello studio. «Mal bilanciato, la bibliografia difetta di alcuni studi esistenti sul tema e delle formulazioni errate» ha sentenziato.

 

Nella sua replica finale, Losa ha affondato definitivamente il rapporto: «Questo documento non troverebbe pubblicazione nei giornali scientifici», presupponendo che lo studio non supererebbe i rigorosi controlli precedenti a una sua divulgazione. Il ricercatore della Supsi ha poi voluto specificare: «le mie critiche sono rivolte unicamente a questo studio, non ai ricercatori o all’Istituto di ricerche economiche».

 

E il professor Maggi come l’ha presa? Male, osservando il suo volto piuttosto contrito. Nella sua replica dava l’impressione di chiudersi a riccio, dando spiegazioni evasive alle critiche metodologiche, preferendo invece le battute sarcastiche. Nemmeno le brevi spiegazioni di Moreno Baruffini, l’esecutore materiale dello studio Ire, hanno convinto la pur importante parte della platea che ha dimestichezza con l’approccio scientifico di queste ricerche. Insomma, un confronto accademico a metà, perché nell’atteggiamento di Maggi vi era ben poca disponibilità a un confronto, seppur duro, accademico.

 

Le non risposte del Seco

 

Da settimane area sta ponendo le medesime domande al Seco. Queste le nostre mail:

«Esiste un contratto firmato da Seco (mandante), Ire (mandatario). Il Canton Ticino figura nel contrato quale parte interessata, essendo coofinanziatore del contratto e promotore del medesimo studio. Quest’ultimo, per contratto, doveva rispondere a tre quesiti (pressione salari, sostituzione personale e percezione della popolazione ticinese del fenomeno). Lo studio Ire risponde a solo uno dei tre quesiti. Il contratto non è dunque stato rispettato.

 

Chi ha deciso di escludere due punti su tre dei quesiti a cui doveva rispondere lo studio? La Seco, l’Ire oppure il Canton Ticino? E soprattutto, per quale motivo?

 

Alla settima mail di non risposte, la portavoce del Seco Antje Baertschi ha risposto: «il mandato è stato modificato in corso d’opera di comune accordo». Chi si sia accordato e perché non lo specifica. «Non posso dirle di più» è stata la laconica risposta.

 

Eppure i cittadini che hanno finanziato quello studio che ha sollevato un gran dibattito pubblico, meriterebbero di conoscere i fatti. In una precedente mail, la Seco rispondeva di non voler intervenire nel dibattito politico ticinese. Invece, è proprio non rispondendo che fanno politica. Lasciano il dubbio che il risultato finale dello studio sia stato manipolato per far uscire solo le verità che loro interessano. Se realizzassero uno studio sulla credibilità del Seco tra la popolazione ticinese, siamo pronti a scommettere che sarebbe vicina allo zero.

Pubblicato

Giovedì 5 Novembre 2015

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Mondo del lavoro
22.10.2015

di 

Francesco Bonsaver

Studio scientifico o carta straccia? Ha sollevato il classico polverone il rapporto dell’Istituto di ricerche economiche (Ire) dell’Università della Svizzera italiana sull’impatto nel mercato del lavoro cantonale da quando sono entrati in vigore gli accordi bilaterali. In sintesi lo studio afferma che non ci sia stato un impatto sull’occupazione cantonale. Sui salari e condizioni d’impiego, nessun accenno. Eppure erano previsti dal mandato.



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