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Italia

Due possibili opposte vie d'uscita

di

Loris Campetti

Li hanno chiamati Stati generali, anche se Giuseppe Conte per sua fortuna non è Luigi XVI e non è affatto detto che quelli che si sono appena celebrati a Roma debbano essere gli ultimi, come capitò al re della Francia che sarebbe stato detronizzato solo due mesi più tardi dalla rivoluzione del 1789. Una definizione un po’ pomposa per 9 giorni di incontri, comunque utili e necessari, nella stupenda cornice di Villa Pamphili per discutere il futuro di un’Italia ferita gravemente dal Covid-19, insieme ai soggetti dell’economia, cioè le categorie dell’industria, dei servizi, del commercio, dell’agricoltura, della cultura, del turismo. E naturalmente con i sindacati. Assenti per loro unilaterale scelta le opposizioni capitanate da Matteo Salvini.

Lo scontro agli Stati generali
Possiamo dire che si sono scontrate due posizioni: da un lato, pur tra differenze e dubbi, c’è chi cerca di costruire un percorso condiviso guidato dallo Stato per disegnare un domani post-emergenziale, capace di superare le storture del modello liberista palesate dal coronavirus e di sottrarre ai privati la decisione di cosa, come e dove produrre; dall’altro lato gli imprenditori rappresentati dalla peggiore Confindustria del secolo, a guida Carlo Bonomi. Più che imprenditori, prenditori di risorse pubbliche con cui fare quel che vogliono opponendosi all’ingresso dello Stato nei Cda delle aziende finanziate dalla collettività. Privati che succhiano risorse e molti neanche pagano le tasse nel paese da cui vogliono essere foraggiati, essendo fuggiti in paradisi fiscali che un’Europa priva di autorità accoglie nel suo seno. Il caso più clamoroso è quello della Fca italo-americana nonché anglo-olandese che oltre a incamerare benefici e detrazioni bussa a Palazzo Chigi per succhiare garanzie statali per 6,3 miliardi. Durante una manifestazione di braccianti immigrati un africano alzava un cartello: “I criminali non arrivano con il barcone ma con la Mercedes”. Mi è tornato alla mente pensando allo scontro di classe aperto in Italia, dove una classe vuole tutto per sé: quella dei padroni che pretendono la fine del blocco dei licenziamenti decisa per frenare la crisi sociale provocata dal coronavirus.

 

Gli Stati generali dell’economia sono stati preceduti dai lavori di una commissione guidata da Vittorio Colao, talmente segnata dalla cultura liberista che la consulente economica di Conte, Mariana Mazzucato, si è rifiutata di firmarne le conclusioni. Due strade opposte sono possibili. Chi all’opposizione e persino nel governo pensa che tutto dovrà tornare com’era prima. E allora avanti con il Tav Torino-Lione di cui persino la Corte dei conti europea ha denunciato l’insensatezza e lo sperpero di risorse. Avanti con l’Alta velocità fino al cuore della Sicilia, così si fa anche il ponte sullo Stretto. Basta sostegni per ridurre la povertà trasferendo i soldi del reddito di cittadinanza alle aziende, taglio delle tasse e non dell’evasione e dell’elusione, libertà assoluta dei movimenti del capitale, allentamento delle norme antimafia e sulla sicurezza dei lavoratori sospendendo il codice appalti per far partire i cantieri. Con un unico dio: il Pil. In nome del quale i soci di Bonomi hanno strappato ai prefetti di Bergamo e Brescia la deroga al lockdown per produzioni non indispensabili esponendo al virus centinaia di migliaia di operai e dunque milioni di cittadini. Chi ha fatto cassa nell’area più industrializzata e inquinata d’Italia sono i fabbricanti di bare, in tutto il paese ne sono state costruite e sotterrate quasi 35mila, soprattutto in Lombardia.


Dall’altro lato c’è chi pensa che la normalità a cui si vorrebbe tornare per risolvere il problema sia il problema. Perché i tagli alla sanità per sostituire il pubblico con il privato ci hanno lasciati senza posti in ospedale e senza respiratori e mascherine e guanti, nudi di fronte al virus. Servirebbe invece un ruolo centrale dello stato per avviare una rivoluzione verde orientata verso un diverso modello economico, sociale e ambientale, partendo dalla messa in sicurezza di un territorio terremotato, franato, fragile; servirebbe investire nei treni per i pendolari, negli acquedotti che sono colabrodo, nelle scuole cadenti, inadeguate, quando non imbottite di amianto, nella verifica dello stato di ponti e strade, nella bonifica delle aree inquinate. E subito una riforma del fisco, una lotta senza frontiera all’evasione e una battaglia contro egoismi e dumping in Ue. C’è bisogno di mobilità, certo, ma per chi tenta di fuggire da guerre, fame e carestie. Non per i capitali, fin troppo liberi.

Il pericolo scampato
Tra questi due approcci c’è il governo Conte e non è detto che “in medio stat virtus”. Intanto perché, di sicuro, in medio stat virus, ancora oggi, ed è meglio non cedere alle sirene che chiedono un “libera tutti”. Inutile ripetere che senza un accordo Pd-M5S saremmo precipitati nella pandemia con un governo sovranista di estrema destra portatore di ricette micidiali, vedi Trump, Bolsonaro, Johnson. Restano però le contraddizioni nel governo che ne frenano e compromettono l’azione: nel M5S Di Battista in guerra contro Di Maio, Conte e Grillo; nel Pd le quinte colonne renziane contro Zingaretti; e poi gli scontri tra Pd e M5S su Tav, grandi opere, Mes.
I soldi dell’Europa sono indispensabili per qualsivoglia strada si intenda imboccare. Quelli del recovery fund, paesi frugali permettendo. E probabilmente quelli di un Mes corretto rispetto alla versione che ha affondato la Grecia. Tutti gli interventi antivirus del governo sono stati finanziati in deficit, 15 miliardi finora, altri 55 in arrivo. Ma è ancora aperto lo scontro per la loro destinazione: sanità e scuola pubbliche o Alta velocità? Sul versante delle relazioni sociali non fa ben sperare il ministro Pd Roberto Gualtieri che minaccia facilitazioni per i contratti a termine. Nostalgie da jobs act. Gli risponde per le rime la segretaria Fiom Francesca Re David: «Abbiamo scioperato per far chiudere le fabbriche, contrattato le condizioni per riaprirle, imparato a restare connessi con operai e impiegati nel distanziamento, contato su delegati più diligenti di qualsiasi ministro, fatto i conti con la riduzione dei salari e il lavoro fatto fuori da ogni regola a casa. Ora, se pensate che i lavoratori possano essere licenziati dalla crisi Covid, che tocca alle imprese decidere che fare con i soldi delle nostre tasse, che ci accontentiamo della pubblicità ‘andrà tutto bene’ e che la ripartenza possa radicarsi sui licenziamenti e l’impoverimento, beh, non sarà così». E annuncia l’assemblea dei metalmeccanici a piazza del Popolo a Roma con i tre segretari di Fim, Fiom e Uilm.

Pubblicato

Venerdì 26 Giugno 2020

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