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Due mondi in me

di

Fabio Lo Verso
Testimoniare la clandestinità. Nei racconti dei sans-papiers la paura, l’angoscia quotidiana che tutto possa finire da un momento all’altro, in seguito a un semplice controllo di polizia, diventa un’ossessione, per gli adulti, un malessere profondo, a volte un trauma, per gli adolescenti. Lo sguardo che gli «irregolari» portano sulla loro condizione esprime stress, una tensione acuta, insopportabile. «I genitori vivono in generale questo dramma con minore intensità», scrive Boël Sambuc, vice presidente della Commissione federale contro il razzismo. Come lo vivono invece i minorenni, o i giovani adulti? Come tradurre il loro malessere? Al Centro di contatto Svizzeri-Immigrati (Ccsi) di Ginevra, queste domande trovano ogni giorno una risposta nei racconti dei sans-papiers. Nei racconti di Miguel e José, di Blerim e Zana, Oriana e Soledad, Jackeline, Luna, Ana. Nove storie clandestine che il Ccsi ha raccolto in «Histoires de vie, histoires de papiers (1 )», un volume dedicato in primo luogo a chi è appena entrato nell’età adulta e ha vissuto nella clandestinità quando era ancora adolescente. A Ginevra, circa dieci anni or sono, il diritto all’educazione è stato riconosciuto anche a loro, ai figli di «chi non ha statuto». La raccolta di testimonianze curata dall’etnologa Laetitia Carreras e dalla presidentessa del Ccsi, Christiane Perregaux, è servita a capire che l’apertura delle scuole ha contribuito a «valorizzare» la presenza dei sans-papiers, dei figli come dei padri, ma ha anche amplificato un certo malessere. «Gli adolescenti che hanno seguito la scolarità in Svizzera sono diventati bilingue, e anche se il loro statuto rende difficile l’integrazione partecipativa nel tessuto sociale, hanno però tutte le carte in mano per sentirsi inseriti nella società. In realtà, però, anche se fanno parte della gioventù locale, non ne condividono la libertà. L’instabilità che risentono è allora fonte di stress individuale e famigliare e provoca una certa esitazione a intraprendere progetti». Un futuro impossibile Il dramma dei sans-papiers è vissuto come «impossibilità» di crearsi un futuro. Per gli adolescenti che sognano la stessa vita dei loro amici (residenti e con papiers) il malessere è ancora più forte. E questo sentimento della differenza, di trovarsi nell’illegalità, del non-esserci, o dell’esserci, ma di troppo, non resta certo confinato tra le mura della scuola. «Uscivo spesso di sera ma evitavo certi luoghi, racconta Blerim, kosovaro, classe 1974. Non andavo certo a Place Molard, o in riva al lago, dove ci sono gli spacciatori… Per paura di incontrare la polizia». Un timore, quelle delle forze dell’ordine e dell’autorità, che permane anche dopo aver ottenuto un permesso: «In fin dei conti, anche oggi, quando vedo un poliziotto che mi viene incontro, ho paura. Anche se adesso ho una vita normale, mantengo un certo timore. Una sorta di fobia. Molti giovani della mia età vivono questa sensazione». Quando alla frustrazione di non poter fare progetti di vita si aggiunge la limitazione della libertà di movimento, non c’è da sorprendersi se i giovani sans-papiers esprimono «confusione, esitazione, voglia di fuggire, di tornare a casa», come José, spagnolo, oggi in possesso di un permesso C. «Ho vissuto due anni nella clandestinità. Durante questo periodo non siamo andati in Spagna. A causa della frontiera, di tutte le frontiere. Non siamo mai usciti dal territorio, non ci siamo mossi, abbiamo sempre limitato i nostri spostamenti». Il timore di essere scoperti Cosa chiedeva José quando la Svizzera gli ha negato i documenti e ha costretto la sua famiglia a usare tutte le astuzie possibili e immaginabili per stare uniti, stare insieme, obbligandoli a vivere nella paura di essere scoperti, a diventare invisibili, a non parlare, a stare zitti, sempre? Sono richieste semplici, spiega Boël Sambuc: «risiedere nel paese in cui hanno scelto di vivere, andare a scuola, lavorare. Avere il diritto di andare e venire. Insomma la garanzia dei bisogni elementari di ogni essere umano. Il rispetto dei diritti dell’uomo». Frequentando la scuola, interagendo con i compagni, i giovani sans-papiers si trovano in difficoltà anche di fronte ad una banale domanda: «cosa farai da grande»? Non si può raccontare la verità, per paura di essere espulsi. Allora si è costretti a mentire, o a chiedere alla migliore amica, o al migliore amico, di mantenere il segreto. «Nessuno era al corrente della mia situazione, racconta Soledad, colombiana. Lo sapeva soltanto la mia migliore amica e gli amici che erano nella mia situazione. Al liceo invece non lo sapeva nessuno, nessuno. La prima cosa che il direttore mi ha detto, al liceo, era di non dire niente, di comportarsi come tutti gli altri, facendo finta di nulla. Ma a un certo punto sono stata costretta a dirlo all’insegnante, a causa del viaggio di studio». Il sentimento della migrazione è presente in tutte le sfere della vita. Nei giovani si traduce con un senso di instabilità, di incertezza che oscura la visione di un futuro anche prossimo. Per alcuni dei nove testimoni la parabola si è conclusa con l’ottenimento del permesso di dimora. Per altri il cammino è ancora in salita. Oriana, 21 anni, dieci in Svizzera, si trova ad un bivio. Continuare a vivere nella clandestinità o rientrare in Colombia? C’è però una terza via: rientrare comunque in Colombia, richiedere un visto d’entrata in Svizzera e iscriversi all’Università. «Sono cosciente del fatto che corro un rischio, che probabilmente le autorità elvetiche rifiuteranno la mia iscrizione, perché sanno che vivo qui da otto anni, e per loro è un fatto grave. Potrebbero tranquillamente rifiutarmi un visto di entrata perché in fondo ho mentito loro. Se invece ottengo il permesso, potrei fare i miei studi e poi ripartire. Non mi vedo però ritornare in Colombia perché lì non ho vissuto la mia gioventù. Ci sono tornata una volta, due anni fa, con mia madre, e ci siamo sentite come due straniere. Mi dico allora che, se sono stata capace di cambiare vita a tredici anni, quando sono arrivata in Svizzera, sarò ugualmente capace di ricominciarne un’altra altrove, a ventiquattro anni, dopo aver terminato l’Università. Finirò comunque, un giorno, per trovare un posto dove potrò finalmente stabilirmi, integrarmi, vivere con gli altri, senza dover subire quello che ho subito fino ad oggi». Oriana, come Blemir, Luna, Ana, come tutti i sans-papiers, adulti o adolescenti, «vuole vivere normalmente». «Non pensavo fosse così complicato». (1) Histoires de vie, histoires de papiers, Ed. d’en bas, Lausanne, 2002.

Pubblicato

Venerdì 28 Giugno 2002

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