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Commercio bellico

Droni da guerra, tecnologia ticinese

L’Azerbaigian ha utilizzato armi dotate di motori prodotti dalla Faulhaber Minimotor di Croglio. Niente d’illegale, ma per gli antimilitaristi servono criteri d’esportazione più severi

di

Federico Franchini

Sono israeliani, si chiamano Harop e sono subdoli droni di guerra. Non per niente vengono definiti “droni kamikaze”: queste munizioni flottanti possono volare per nove ore prima di gettarsi su un bersaglio ed esplodere. Utilizzati dall’Azerbaigian nel recente conflitto contro l’Armenia, hanno avuto un impatto decisivo nella supremazia militare di Baku. Oggigiorno, grazie ai droni, si può uccidere ovunque e in qualsiasi momento. Senza l’uso di truppe di terra. Paesi come gli Stati Uniti e Israele, leader mondiale dell’industria dei droni, sostengono che utilizzando questi velivoli senza pilota, si possano avere meno vittime civili. In realtà, secondo molti critici, questo tipo di armi abbassa ulteriormente la soglia di inibizione della guerra e sonoquindi molto pericolose.


Ad inizio dicembre, il sito armeno Hetq ha reso pubblico che un motore elettrico “made in Switzerland” è stato trovato nei resti di un drone Harop che l’esercito azero aveva usato nella guerra per il controllo del Nagorno-Karabakh. Un conflitto che, in poche settimane, ha causato almeno 5.000 morti e un esodo massiccio della popolazione armena. Approfondita dalla Srf e dalla Woz, la vicenda ha portato le attenzioni verso una discreta industria ticinese.


Il produttore malcantonese


Basata a Croglio, la Faulhaber Minimotor Sa si presenta sul suo sito come un rinomato produttore di tecnologia di precisione per l’industria medica e orologiera. Una piccola media impresa altamente specializzata: innovativa al punto che la sua tecnologia è finita su Marte. Una ditta, insomma, innocua. Ma sotto questo tappeto lucente, ecco la polvere. Non solo da sparo. Come segnalato da tio.ch, da quando la società è tornata in mani tedesche, presso la fabbrica malcantone-se l’ambiente di lavoro sarebbe “torrido”: clima teso, licenziamenti e sostituzione di personale sarebbero all’ordine del giorno. La società ha smentito, ma il sindacato Unia conferma di avere ricevuto diverse segnalazioni.


Ma l’azienda è finita al centro della cronaca soprattutto per i suoi motorini incorporati sui droni kamikaze utilizzati dall’esercito dell’Azerbaigian.Contattata, la ditta conferma che il motore fotografato sui resti di un drone abbattuto dagli armeni è di loro produzione. La Faulhaber Minimotor specifica però che «tutte le norme di esportazione applicabili sono state rispettate» e che «il prodotto in questione ha potuto essere esportato senza bisogno d’auto-rizzazione». Non vi è dubbio nel considerare vere queste affermazioni.


In effetti, come confermatoci da una portavoce della Segreteria di Stato dell’economia (Seco), questi attuatori meccanici «non sono specificamente concepiti con scopi militari» e che per questo «non sono sottoposti né alla legge sul materiale bellico né a quella sul controllo dei beni a duplice impiego». Questo prodotto non è infatti considerato un bene a duplice uso, ossia quei prodotti che possono essere utilizzati tanto a fini civili che militari e che, per questo, devono sottostare a speciali autorizzazioni per quanto concerne le esportazioni. Secondo la Seco, non è alla Svizzera che compete agire: «Per il controllo delle esportazioni di questi tipi di merci, una decisione corrispondente dovrebbe essere presa a livello internazionale nell’ambito dei regimi internazionali di controllo delle esportazioni per consenso di tutti i paesi membri».

 

Rinforzare i controlli”


La scoperta che delle armi letali equipaggiate da dei motori elvetici sono state utilizzate da un esercito, quello dell’Azerbaigian, accusato da Amnesty International di crimini di guerra ha messo in causa anche la neutralità della Svizzera. Non è certo la prima volta. In passato, ci sono stati dei casi ancor più gravi: dai vari episodi che hanno coinvolto il costruttore aereo Pilatus al ritrovamento, nel 2012 in Siria, di granate prodotte dalla Ruag e vendute agli Emirati Arabi Uniti. Il caso che tocca la Faulhaber è però diverso. Non siamo di fronte a un’arma finita nell’esercito sbagliato, ma a un componente, all’apparenza innocuo, finito su un’arma.


«Questa vicenda mostra che non vi è solo il problema per quanto riguarda i criteri d’esportazione, ma anche a livello dei controlli per verificare minuziosamente che un bene non possa avere un utilizzo militare». Thomas Bruchez, è il co-segretario del Gruppo per una Svizzera senza esercito (Gssa). Dal suo punto di vista, anche se il prodotto ticinese fosse stato inserito nella categoria dei beni a duplice uso, la concessione di un’autorizzazione all'esportazione non sarebbe stata impossibile: «I criteri sono molto larghi ed èper questo che chiediamo che vengano rinforzati per impedire che la tecnologia svizzera possa essere utilizzata in conflitti armati e in violazione dei diritti umani, come è il caso in questa vicenda».


Pmi e armamenti


Non sono percepite come aziende produttrici di armi, ma sempre più aziende svizzere specializzate in tecnologie di precisione ricevono ordini milionari dall’in-dustria dell’armamento. Dopo una controversia durata cinque anni con la Seco, la Woz ha ottenuto nel 2020 i nomi delle società attive in questo commercio. I dati mostrano che nel 2017 le licenze di esportazione per i beni militari delle tre filiali svizzere di Faulhaber ammontavano a circa 4 milioni di franchi.


Da Croglio, nel 2017, sono state esportate in India e in Nuova Zelanda apparecchiature categorizzate come “beni militari speciali”. A fianco di queste esportazioni categorizzate come belliche vanno aggiunte quelle che non rientrano in questa casella, ma che di guerra comunque profumano: come i motorini per i droni.


Pubblicato

Mercoledì 27 Gennaio 2021

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