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Ambiente&Lavoro

Dopo la guerra, tornerà il sole?

La questione energetica è uno dei grandi temi in Svizzera posti dal conflitto in Ucraina. Le risposte determineranno quale società vorremo costruire

di

Francesco Bonsaver

Dalla guerra ne usciremo con le ossa rotte. Il popolo ucraino in modo particolarmente drammatico, ma anche quello russo, europeo e mondiale ne usciranno male. Se il prezzo pagato dagli ucraini sarà altissimo per il dolore di aver perso i parenti e gli amici, le proprie case e gli affetti più cari, le ripercussioni economiche le subiranno tutti i paesi, Svizzera compresa. I popoli non vincono mai le guerre, ma dalle macerie si dovrà ripartire. S’imporranno delle scelte di società fondamentali che delineeranno il futuro.


Tra i tanti temi imposti dall’invasione russa, spicca la questione energetica. I prezzi del gasolio e della benzina schizzati alle stelle hanno subito penalizzato la vita dei cittadini, erodendo in particolare il già scarso potere d’acquisto della classe lavoratrice più povera. Per quel concerne invece il gas, quest'ultimo copre il 15% del consumo energetico elvetico. La metà del gas proviene dalla Russia. Una dipendenza che porta alla ribalta il tema dell'autosufficienza energetica del Paese. Poste le questioni, bisognerà scegliere quali risposte dare. Anche in Svizzera.


Riscommettere sui fossili e il nucleare o decidere per una svolta radicale ambientale? L’alto prezzo dei fossili degli ultimi giorni parrebbe favorire la transizione ecologica, accelerandola. Le richieste dei proprietari di case relative all’autoproduzione di energia rinnovabile sono aumentate, dando un ulteriore impulso a una tendenza già in corso in Svizzera.

 

Negli ultimi dieci anni, la potenza fotovoltaica installata nel Paese è cresciuta del 1.340% arrivando a coprire a fine 2021 il 6,3% del consumo nazionale, equivalente a 880mila economie domestiche. Una percentuale ancora insufficiente per colmare il fabbisogno energetico nazionale in vista del 2050, anno in cui le quattro centrali nucleari ancora attive nel Paese saranno definitivamente spente. Centrali che oggi forniscono quasi un quinto del fabbisogno nazionale.

Una catastrofe, una svolta
All’origine della scelta di chiudere le centrali nucleari vi fu un’altra catastrofe, quella ai reattori di Fukushima nel 2011 travolti da uno tsunami, che portò il governo elvetico a decidere per quel cambio radicale, poi condiviso e approvato dal Parlamento e dall’elettorato in votazione popolare.

 

Ed è per stimolare ulteriormente la svolta nelle rinnovabili che il governo federale, un mese prima dello scoppio della guerra, ha posto in consultazione una revisione di legge che prevede l’obbligo della posa dei pannelli solari sulle nuove costruzioni, oltre allo snellimento delle pratiche per la realizzazione di grandi impianti idroelettrici ed eolici.
Nelle intenzioni del governo, la posa dei pannelli non dovrebbe avere impatto sugli affitti, in quanto il costo per l’installazione potrebbe essere dedotto dalle tasse, come già avviene oggi quando posati su edifici ristrutturati.

Ticino, obbligo solare sui tetti
La proposta federale dell’obbligatorietà dei pannelli fotovoltaici sulle nuove costruzioni segue una tendenza in corso nel Paese, essendo già prevista in una decina di cantoni. A questi si aggiungerà a breve il Ticino.
In una notizia passata un po’ sottotraccia, le nuove costruzioni dovranno autoprodurre energia in una determinata quantità. È scritto nella revisione della legge cantonale sull’energia, approvata dal Parlamento a cui ora manca l’ultimo passaggio della pubblicazione del Regolamento d’applicazione. L’autorità cantonale stima l’entrata in vigore dell’obbligatorietà dal prossimo anno. Meglio tardi che mai per la Sonnenstube elvetica, potranno consolarsi gli ottimisti.

 

Una magra consolazione invece per chi osserva che se nel passato invece dell’imposizione di costruire dei bunker atomici negli edifici, fosse stata obbligatoria la posa dei pannelli solari sui tetti, la questione dell’autosufficienza energetica e rinnovabile forse oggi sarebbe già quasi risolta. Stando ai giovani che protestano per il clima e alla comunità scientifica internazionale a cui si rifanno, di tempo perso ce n’è stato in abbondanza. Ora bisogna recuperare, agendo rapidamente.

14mila posti in due anni
La svolta ecologica energetica può contare su un grande alleato, la velocità delle innovazioni tecnologiche. Nel caso del fotovoltaico, i progressi tecnologici sulla capacità di assorbire, produrre e immagazzinare energia sono stati notevoli negli ultimi anni. Ad esempio, non ci si limita più ai soli tetti. Oggi si possono montare pannelli sulle facciate degli edifici. Le facciate del Centro polifunzionale del quartiere di Pregassona a Lugano, inaugurato lo scorso anno, sono interamente coperte da pannelli fotovoltaici. Al primo sguardo, nemmeno ci si accorge. Oltre alle pareti, ai ripari fonici delle autostrade, alle facciate delle dighe, il potenziale è enorme. Tenendo conto dei progressi tecnici, l’Ufficio federale dell’energia ha stimato il potenziale di produzione di energia solare su tetti e facciate svizzere 40 volte superiore rispetto a quanto era possibile nel 2019, anno dello studio.


La forte accelerazione del fotovoltaico sta generando ottime ricadute economiche per le ditte specializzate e l’indotto correlato. A differenza dell’energia fossile (petrolio, carbone o gas) di cui oltre il 60% dell’indotto va all’estero, l’indotto delle rinnovabili resta quasi tutto sul territorio locale. Vittime del loro successo, oggi le aziende sono confrontate alla penuria di personale qualificato. Chi sta pensando di formarsi professionalmente quale montatore di pannelli solari, sarà quasi certo di garantirsi un lavoro per il futuro a lungo.


L’Università delle scienze applicate di Zurigo (Zhaw) ha stimato quanti posti di lavoro potrebbero essere creati grazie a un maggior sfruttamento del fotovoltaico: cinquemila in un anno, 14mila in due anni. Secondo l’ateneo zurighese, sarebbe possibile formare 12mila operai addetti al montaggio nel brevissimo periodo dato che i corsi nozionistici essenziali possono essere svolti in poche settimane.


Anche nel futuro più lontano il lavoro non mancherà. Nel suo studio, la Zhaw sostiene che a partire dal 2040 sarà necessario sostituire gli impianti fotovoltaici più vecchi e il numero di posti di lavoro nel settore del fotovoltaico si attesterà a livelli decisamente più elevati di oggi. La Fondazione Svizzera dell’energia si spinge oltre, quantificando a 85.000 i nuovi posti di lavoro in Svizzera da oggi al 2035 quando il potenziale di efficienza delle energie rinnovabili sarà pienamente utilizzato.


Il solare riguarda solo uno dei campi delle energie rinnovabili molto promettenti per lavoro e clima. Qualche giorno fa, il Tages Anzeiger riferiva in prima pagina del boom economico che stanno vivendo le aziende elvetiche specializzate nella geotermia. Aziende che non sanno come soddisfare tutte le richieste degli ultimi tempi e sono confrontate alla difficoltà di reperire manodopera qualificata.

 

In Ticino poi vi è una seconda energia rinnovabile dal potenziale enorme sottosfruttata di cui oggi s’intravedono dei timidi sviluppi: il teleriscaldamento alimentato dal legno dei boschi. Con la necessaria premessa dell’indispensabile risanamento energetico di gran parte delle case ticinesi (altro indotto economico e occupazionale), «il legno indigeno garantirebbe l’autosufficienza locale per l’energia del riscaldamento» affermava al nostro giornale il fisico Angelo Bernasconi, direttore per una decina di anni dell’Istituto di sostenibilità applicata della Supsi, aggiungendo: «Non si sarebbe dunque dipendenti da risvolti internazionali, come nel caso del gas proveniente dalla Russia». Era il 2009.

Costo o investimento?
Una svolta radicale e rapida richiede forti investimenti. Le cifre variano a seconda delle fonti. L’Ufficio federale dell’energia la valuta attorno ai 40 miliardi di franchi, l’Associazione delle aziende elettriche svizzere a 100 miliardi. Su quarant’anni, equivale a una spesa di uno o 2,5 miliardi di franchi l’anno.

 

A titolo di paragone, oggi la Confederazione spende annualmente 5 miliardi l’anno per l’esercito. In questi giorni in Parlamento e in Governo federale, più voci si sono alzate per portare la spesa dell’esercito svizzero al 2% del Pil, equivalente a 14 miliardi l’anno. Ai quali vanno aggiunti i nuovi aerei da combattimento F-35 (6 miliardi) e il nuovo sistema di difesa terra-aria (2 miliardi). Armi o energia verde sono esempi di scelte politiche che determineranno il futuro della nostra società post-pandemica e post-bellica.

Pubblicato

Giovedì 24 Marzo 2022

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