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Dopo l'illusione

di

Maria Pirisi
«Sono qui per fame. Per lo stesso motivo per cui i nostri nonni e bisnonni emigravano cento anni fa. Con una differenza: che loro venivano accolti, discriminati forse, ma accolti. Oggi invece noi scacciamo persone che non hanno niente, scacciamo questi equadoregni e non ci preoccupiamo della loro sorte. Non ci preoccupiamo se da un giorno all’altro, potrebbero ritrovarsi a dormire e vivere all’addiaccio, con i loro neonati, i loro figli. Abbiamo rimosso presto la storia dei nostri avi. Abbiamo raggiunto un livello di degrado morale da farci dimenticare che siamo di fronte a persone con i nostri stessi umani bisogni». Parole chiare e forti, quelle di Maria Invernizzi del Movimento dei Senza Voce (Mdsv). Monta intanto la protesta del Movimento per l’annunciata espulsione dal Ticino del gruppo di equadoregni, ospitati durante le feste al Centro della Croce Rossa di Cadro. Un gesto di “buona volontà” che, ha dichiarato, oggi rivela tutta la sua valenza di opportunismo politico. Un’ipocrisia al limite della crudeltà che crea l’illusione di una porta aperta a chi da tempo la sta cercando. Preoccupati e rammaricati, i membri del Mdsv chiedono al Consiglio di Stato (in una lettera spedita negli scorsi giorni) di fare un passo indietro, di non irrigidirsi sulle proprie decisioni e di non mandare allo sbaraglio intere famiglie nel pieno di un inverno sempre più rigido. Il fatto poi che il Governo abbia deciso di fare un’eccezione per i casi umanitari (ammalati e due donne incinta) non è affatto tranquillizzante. «Troviamo – afferma il Mdsv – comunque inammissibile come non vengano da voi presi in considerazione i nuclei famigliari con bambini in tenera età, che sono anch’essi da ritenere tra le persone a rischio». E di bambini in tenera età al Centro la scorsa settimana se ne son visti diversi. C’era un clima di smarrimento di fronte a quello che si preannunciava come uno sgombro imminente e al contempo la speranza che quell’improvviso interessamento dei media alla loro sorte potesse aiutarli in qualche modo. Ma niente ad oggigiorno sembra essere cambiato in loro favore. Ora diventa sempre più certa l’ipotesi di un lancio di una petizione per la revoca dell’ordine di espulsione degli equadoregni e a favore dell’apertura di un Centro di prima accoglienza per i senza tetto e i sans-papiers. Dopo il presidio di sabato 11 gennaio, organizzato sempre dal Mdsv, in Piazza Collegiata a Bellinzona, i parlamentari Ps Raoul Ghisletta e Marina Carobbio Guscetti (membro, tra l’altro del neocostituito Mdsv) hanno inoltrato un’interrogazione parlamentare sul problema. Facendo propria la richiesta del Mdsv, che già da tempo ribadiscono l’importanza di un Centro permanente di prima accoglienza per i senzatetto e per i “sans-papiers” in Ticino, chiedono al Consiglio di Stato «quali misure intende adottare per risolvere nell’immediato il problema urgente dell’alloggio dei senzatetto, in particolare equadoregni, in questi mesi invernali». Il Mdsv aveva chiesto inoltre al Governo di concedere al gruppo degli equadoregni di stare in Ticino fino al prossimo marzo “in modo da poter svolgere le loro attività di musicisti e di venditori ambulanti e consentire loro e alle loro famiglie di sopravvivere autonomamente”. E la risposta è stato un niet, ossia l’immediato ritiro del permesso di suonare in luoghi pubblici. Ora per loro e i loro congiunti in Ecuador si apre uno scenario di già conosciute privazioni. «La decisione d’allontanamento – scrive il Mdsv – dalla Svizzera significherà per queste persone tornare a dormire in macchina e perdere quei pochi diritti umani garantiti in un centro d’accoglienza, lontano dai nostri occhi e dalle nostre responsabilità, perpetuando un continuo scarica-barile con i paesi confinanti di persone che vivono una condizione umana intollerabile. Quest’affanno alla burocrazia legale degli Stati legata ai permessi degli stranieri annulla, di fatto, i diritti umani e l’esistenza stessa di ogni individuo». Ritorneranno comunque, ricorda ancora il Mdsv, perché non hanno niente da perdere, perché l’alternativa è ripercorrere la strada dalla quale hanno cercato di allontanarsi con ogni mezzo. L’alternativa è la miseria. Intanto la mobilitazione continua. Per domenica 19, ore 15.30, all’Hotel Pestalozzi di Lugano, il Movimento dei Senza Voce ha organizzato un incontro-scambio col gruppo di equadoregni: una festa per conoscersi. "Umiliati per un tozzo di pane" di Maria Pirisi Fame. Un termine che racchiude tutta una condizione disperata, la condizione che spinge le persone a lasciare il loro paese, i loro cari verso l’ignoto. La condizione che anche gli equadoregni ospitati al Centro della Croce Rossa di Cadro (vedi articolo) hanno tentato di lasciarsi alle spalle. È la condizione di Simon, uno di loro, partito con una speranza ed oggi trafitto dalla disillusione e dalla paura di dover tornare a ciò che ha tentato di lasciarsi alle spalle: una vita di miseria. Facevano sacchi a pelo a mano, lui e la maggior parte dei membri del suo gruppo e tutti provengono dallo stesso posto, Otavalo della Comunidad de Caravuela. Un giorno per ogni sacco a pelo con un lavoro interminabile e un guadagno irrisorio, indebitandosi sempre più per i materiali fino ad essere ingoiati in un circolo vizioso. Il gesto di umanità del Governo, passate le feste natalizie, si è trasformato in pugno di ferro, corazzato dalla fredda asetticità di leggi che il Movimento dei Senza Voce definisce “disumane”. «Siamo ancora frastornati e addolorati per la decisione del Governo di espellerci immediatamente dal Ticino e rimandarci in Ecuador. Ho un’auto con targhe spagnole e vorrei ritornare in Spagna dove siamo approdati con un visto turistico e da dove proveniamo. Chiediamo solo questo ultimo favore: di raggiungere i nostri parenti che sono già là». Ci dice Simon, sposato, con una bambina di dieci mesi. E con l’incognita che tra qualche giorno, se non verrà trovata alcuna struttura disponibile, l’unico tetto per la notte potrebbe tornare ad essere quello della propria auto. «Di colpo le mie illusioni sono volate via. Siamo qui a trattenere il fiato ed io non riesco neanche a parlare apertamente con mia moglie della realtà che ci si sta prospettando davanti. Nascondo, invece, la verità ai miei genitori e fratelli in Ecuador: non voglio che si preoccupino. La loro vita è già troppo dura così com’è e il sapermi scacciato e senza un posto aggiungerebbe dolore al dolore». Gruppo pacifico, così definito dalla stessa polizia locale, gli equadoregni presenti sul nostro territorio si guadagnano da vivere suonando per strada o vendendo prodotti artigianali tipici del proprio Paese. «È l’unica possibilità che abbiamo per sopravvivere nella nostra condizione di clandestinità. Le persone in genere sono gentili molto più di quelle incontrate in Francia e in Germania dove abbiamo sofferto per un razzismo molto diffuso. Anche qui, fortuna di rado, ad alcuni di noi succede di essere insultati senza motivo e questo ci fa soffrire. Alla fine della giornata, quel disprezzo ci pesa e ci riporta la paura». Quella paura che li accompagna in ogni momento, perché ogni momento è buono per essere scoperti ed essere scacciati. «Non posso dire che la polizia ci perseguiti. Però c’è stato qualche episodio di intolleranza, in cui siamo stati maltrattati e insultati». Essere umiliato è il dolore più grande per Simon che non chiede altro che avere una possibilità di dare un futuro alla sua piccola. «C’è voluta molta distanza e molto tempo per dimenticare tutta la sofferenza della mia vita. Anni fa ho avuto un incidente e per pagare le cure mi sono dovuto indebitare fino al collo, la mia vita era diventata invivibile e non ho avuto altra scelta se non quella di lasciare l’Ecuador. Ma ci tornerei se avessi la possibilità di vivere dignitosamente laggiù». Insomma, come nella maggior parte dei casi, l’emigrazione appare come l’ultima spiaggia. «Certo. Se, come dicono quelli del Movimento dei Senza Voce, potessimo essere aiutati a mettere in piedi un’attività nel nostro paese, io vorrei tornare e riunirmi alla famiglia. Questa è la soluzione che tutti noi desideriamo, ciò che cerchiamo ma che non riusciamo a trovare». Di fronte alla probabile ipotesi di un ritorno in Ecuador forzato, Simon non nasconde il suo smarrimento. «Sarebbe per me, per noi, un fallimento totale. Con quale coraggio posso ritornare a casa mia e dir loro che qui niente di quello che immaginano è reale? Che per un tozzo di pane qui si rischiano ogni giorno umiliazioni e la propria salute? Chi aiuterà i miei genitori che ora vanno avanti proprio grazie a quel poco che cerco di mandar loro? E come spiegar loro che quella casetta in cui speravo di vivere con mia moglie e la mia piccola non è altro che un’automobile?» La sua è una tristezza amara e ora le parole escono quasi a fatica. «Senza raccontare tutta la verità, cerco di far capire ai miei fratelli che vorrebbero ripercorrere le mie stesse orme che è meglio che non partano. E dentro di me intanto penso che in realtà l’arrivo in Europa ha significato nuova sofferenza, che si è aggiunta a vecchie ferite. Penso alla mia bambina, vorrei darle un futuro, come qualsiasi padre lo vorrebbe per suo figlio, e l’idea di non poterglielo assicurare mi fa male». Ed è soprattutto per lei, per sua figlia, che Simon non vuole arrendersi. La solidarietà del Movimento dei Senza Voce e di chi appoggia la loro azione lo conforta. «Vorrei che i ticinesi sapessero che siamo loro grati per quanto stanno facendo per noi. Ma soprattutto vorrei che sapessero che senza il Movimento dei Senza Voce non avremmo avuto dove andare in questo periodo. Non avremmo mai avuto un volto. Ci avrebbero scacciati senza che mai nessuno avesse saputo della nostra esistenza, delle nostre vite».

Pubblicato

Venerdì 17 Gennaio 2003

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