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"Dopo Jenin vivo in un incubo"

di

Gianfranco Helbling
Mohammed Bakri, israeliano di origini arabe, è uno degli attori di teatro più apprezzati del suo paese. Contemporaneamente ha una carriera cinematografica internazionale di tutto rispetto: dopo aver lavorato fra gli altri per registi come Costa Gavras, Khleifi, Riklis, Gitai e Kollek, lo scorso anno ha vinto il Pardo d’argento al Festival di Locarno per la sua impressionante interpretazione in “Private”, il film di Saverio Costanzo da qualche giorno in programmazione in Ticino. All’inizio di ottobre poi Bakri comincerà le riprese sul set del nuovo film dei fratelli Taviani. Ma Bakri è anche cineasta: e proprio il suo ultimo film uscito, “Jenin Jenin” del 2002, gli ha causato non pochi problemi. Perché in quel film Bakri ha fatto una ricostruzione totalmente unilaterale dell’attacco dell’esercito israeliano al campo profughi palestinese di Jenin, dando voce solo ai palestinesi. Di quel film avevamo già parlato con Bakri in un’intervista di due anni e mezzo fa. Lo abbiamo di nuovo incontrato tre settimane fa a Locarno, dove era ospite del Festival quale membro della giuria Human Rights, per sentirlo parlare, fra un violento colpo di tosse e l’altro, delle conseguenze di “Jenin Jenin” sulla sua vita, di “Private” e del suo nuovo film, che sta ultimando proprio in questi giorni. Mohammed Bakri, il suo film “Jenin Jenin” le ha procurato molti problemi in Israele. Se li aspettava? No. Quando giravo “Jenin Jenin” non pensavo alle possibili conseguenze. L’unica cosa che m’interessava era raccontare la storia di quella gente dal loro punto di vista, per toccare le molte persone che in Israele hanno un lato umano. Sono stato ingenuo a ritenere che quel film avrebbe potuto contribuire a far cessare l’occupazione israeliana. Perché questo era il mio obiettivo. Che cosa è successo esattamente? Finite le riprese, ho fatto un mese di montaggio in Israele poi, nel giugno del 2002, sono andato in Italia per terminare il montaggio. Poco prima che rientrassi, nell’agosto del 2002, ci fu l’attentato di Meron (vedi box sotto). Purtroppo due delle persone arrestate con l’accusa di aver dato aiuto all’attentatore erano miei parenti, un mio cugino e un mio nipote. Al mio ritorno in Israele trovai una serie di articoli di giornale che definivano la famiglia Bakri un clan di terroristi. Ero molto deluso. Convocai allora una conferenza stampa a casa mia e annunciai che avrei querelato i giornali che definivano terrorista la mia famiglia, aggiungendo stupidamente che non credevo che i due ragazzi fossero davvero coinvolti nell’attentato. E non lo credevo, dissi, perché non credo nel Mossad e nella polizia israeliana. Tre mesi dopo i due ragazzi confessarono e ammisero le loro responsabilità nell’attentato dell’agosto 2002. L’8 ottobre del 2002, due mesi dopo l’attentato, a Gerusalemme vi fu poi la prima proiezione di “Jenin Jenin” e fui duramente attaccato: la destra israeliana e gran parte dei media fecero un tutt’uno fra l’attentato dell’agosto 2002 e quel film. Si disse addirittura che non era strano che i due ragazzi avessero deciso di appoggiare gli attentatori dopo aver visto “Jenin Jenin”, tacendo che il film fu finito dopo l’attentato: questa leggenda però si diffuse, perché per la gente non era possibile ricordare la successione dei fatti. “Jenin Jenin” fu proibito quasi subito dalla censura su istanza di un gruppo di soldati reduci da Jenin. Dopo una lunga battaglia giudiziaria la Corte suprema ha revocato il divieto. Lei ha dunque vinto. Ho vinto sì, ma dopo due anni: è una vittoria tardiva, perché nel frattempo ho dovuto sopportare un linciaggio mediatico contro di me e la mia famiglia che dura tuttora, perché agli israeliani è stato fatto un lavaggio del cervello convincendoli che il mio film è propaganda per cui nessuno lo vuole programmare né vedere, e perché queste voci poi sono uscite all’estero, per cui il mio film ha potuto soltanto girare in qualche festival coraggioso, come Friburgo o Locarno. È uno smacco che mi ferisce molto, non sono riuscito a dire ciò che più mi premeva. Che conseguenze hanno avuto queste vicende sulla sua carriera? Per me lavorare in Israele è diventato impossibile. In particolare nei teatri israeliani nessuno ha il coraggio di ingaggiarmi. Ma nessuno mi dice il perché. Ero impegnato con uno spettacolo al Teatro nazionale di Tel Aviv, allestito proprio nell’autunno del 2002, con il quale venimmo anche al Piccolo di Milano: ebbene, benché fosse un grosso successo lo spettacolo è stato tolto dal cartellone all’improvviso e senza spiegazioni, né a me, né al pubblico. Le manca il rapporto con il pubblico israeliano? Sì. In realtà non m’importa chi ci sia nel pubblico, per me ogni pubblico è uguale. Ma mi manca perché lavoravo regolarmente nei teatri israeliani e si era istaurata una ottima relazione. Certo dal 2002 ad oggi ho ricevuto più lettere negative che d’incoraggiamento, ma c’è comunque chi mi ha scritto per dirmi di tenere duro. La gente è sensibile, onesta. Nel contempo però è facilmente manovrabile, e questo accade specialmente in una situazione infuocata e confusa com’è quella che si vive attualmente in Israele. Lei in Israele è una star. Anche prima di “Jenin Jenin” la gente conosceva la sua opinione: ha mai avuto problemi per questo? No, non ho mai avuto problemi, sono sempre stato rispettato. Anche adesso in fondo. Chi mi conosceva e ha visto il mio film è in un conflitto con sé stesso: sanno che sono una persona per bene, ma attorno a sé sentono tutti che dicono il contrario. Al contempo però incontro persone che mi dicono che le ho deluse con “Jenin Jenin”. Chiedo loro se hanno visto il film e mi rispondono di no. Ma non le posso più convincere, perché hanno subito un lavaggio del cervello da parte dei media israeliani: “Jenin Jenin” e l’attentato di Meron per loro sono correlati. Come vive oggi in Israele? Male. Ho incubi ogni notte, non riesco a dormire. Di giorno ho paura, temo per la mia vita e per quella dei miei figli. So che in Israele c’è molta gente per bene, ma non mi possono proteggere. Perché se la destra è riuscita ad uccidere Rabin, chi sono io per essere difeso? In Israele specialmente adesso ci sono troppi pazzi. Viaggio normalmente con la mia macchina o in treno e cammino per le strade senza guardie del corpo: se qualcuno ha deciso di uccidermi, deve soltanto farsi avanti. Spero che le cose cambino in fretta, mi illudo che ciò possa succedere da un giorno all’altro. Ma intanto non sono affatto tranquillo, sono sempre nervoso, teso, fumo molto. Sto male. Vivo in un incubo, un incubo incessante, che sembra non aver mai fine. Ma continua a vivere in Israele… Se ne avessi i mezzi me ne andrei, non per me ma per i miei figli. Per noi Israele è diventato un posto impossibile da vivere. La sua vita di oggi assomiglia molto a quella del personaggio del padre che lei interpreta in “Private”. È vero. La differenza è che in “Private” i figli vogliono andarsene mentre il padre preferisce rimanere, nel mio caso concreto è l’esatto contrario: sono i miei figli a non voler lasciare Israele. È stato difficile interpretare il ruolo del padre? No, per nulla. Ho semplicemente pensato che io stesso ero quell’uomo: non ho recitato, ero me stesso. Il protagonista di “Private” è Mohammed Bakri, colui che ha girato “Jenin Jenin”. E com’è andata con gli attori israeliani che interpretavano i soldati? Molto bene. Sono buoni attori e persone molto umane. Per loro non è stato un lavoro facile, ma lo abbiamo svolto in un contesto produttivo ed emotivo, con dei sentimenti molto positivi. Anche loro, che pure in alcuni casi sono molto giovani, sanno che l’occupazione è un vero disastro, ed è questo il motivo per cui hanno accettato di lavorare in quel film. Rifarebbe oggi “Jenin Jenin”? Sì, allo stesso modo. Perché credo in me stesso e nelle storie della gente di Jenin che ho raccolto. Sarei disposto di nuovo a pagare lo stesso prezzo. Ora lei sta ultimando un film sulla sua vita dal 1996 ad oggi, in particolare sul periodo successivo a “Jenin Jenin”. Con quale scopo? Per spiegare la mia storia alla gente e indicare chi dice la verità e chi mente. Non ho avuto nessun produttore, soltanto un amico israeliano che mi ha aiutato a realizzarlo: senza di lui non ce l’avrei mai fatta. Inoltre ho avuto il sostegno di una fondazione israeliana. Ho girato per due anni e mezzo, raccogliendo circa cento ore di materiale. Ora sto finendo il montaggio. Credo che funziona dal punto di vista artistico e umano: mi attaccheranno di nuovo, ma so anche che chi vedrà questo film capirà molte cose che finora gli erano sfuggite. È un film molto personale, nel quale compaiono le persone che più mi sono vicine, ma è soprattutto un film su una situazione comune, diffusa. È molto importante per me. Due anni e mezzo fa terminammo l’intervista con la domanda “c’è ancora speranza?”: lei rispose di sì, che ce n’è molta. Oggi come risponde? Allo stesso modo, perché credo nell’umanità e in me stesso. Credo nell’amore che ho da dare e nel lavoro che faccio. Non vorrei apparire ingenuo o arrogante, ma credo che anche il cinema possa cambiare un po’ la storia. Ci devo credere, altrimenti perderei la mia motivazione, e senza motivazione la mia vita non avrebbe più alcun senso. Il 4 agosto 2002 Jihad Hamada, un attentatore suicida palestinese, si fece esplodere su un bus della linea 361 a Meron, nei pressi di Safed: i morti furono 9, i feriti una cinquantina. L’attentato, certo non unico nel suo genere, destò notevole scalpore quando, pochi giorni dopo, si venne a sapere che Hamada aveva ricevuto sostegno pratico e aiuto logistico da alcuni abitanti del villaggio a maggioranza araba di Bina, situato nel nord di Israele, dove l’attentatore suicida lavorava: era infatti la prima volta che degli arabi israeliani risultavano così pesantemente coinvolti in un attacco diretto contro obiettivi israeliani. Un fatto che preoccupava molto il governo Sharon non meno che i cittadini israeliani di origine araba, storicamente assai leali nei confronti dello Stato ebraico e che ne costituiscono circa il 20 per cento dei cittadini. Non solo: tutti e sette gli arrestati appartengono alla famiglia Bakri, erano perfettamente integrati nella società israeliana, avevano un lavoro o andavano ancora a scuola. Quelli con il coinvolgimento più pesante sono cugino e nipote dell’attore e regista Mohammed Bakri, diventato quasi per forza portavoce della sua famiglia. Malgrado la ferma condanna del terrorismo da lui stessa espressa, alcuni abitanti arabi di Bina hanno addirittura chiesto l’espulsione di tutti i Bakri, che nel villaggio sono circa 1’200: «chi fa queste cose deve andare a vivere con i palestinesi», hanno detto. I più moderati invece hanno cercato di mantenere chiare le distanze dal terrorismo palestinese: «devono lasciarci in pace e combattere la loro propria lotta per l’indipendenza. Noi non vogliamo l’indipendenza. Noi siamo cittadini dello Stato di Israele e tali vogliamo rimanere».

Pubblicato

Venerdì 2 Settembre 2005

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