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Donne russe in cerca di diritti

di

Gianfranco Helbling
Mercoledì prossimo 10 dicembre ricorre la giornata mondiale dei diritti umani. Un’occasione per riflettere su quanto fatto e su ciò che ancora rimane da fare per garantire ad ogni essere umano la tutela della propria dignità e il pieno rispetto dei suoi diritti. Nel corso del 2003 molte campagne di sensibilizzazione hanno posto al centro dell’attenzione internazionale la Russia e, in particolare, le donne dei Paesi appartenenti all’ex blocco comunista. Ed è di queste donne che parliamo con Anastasia Posadskaya-Vanderbeck, direttrice del “Network Women’s Program” dell’Open Society Institute, incontrata la scorsa estate in occasione del Festival del film di Locarno. L’Open Society Institute, che dispone di 500 milioni di dollari all’anno da investire nella promozione della democrazia e dei diritti umani in quei Paesi che stanno imparando ad agire come società aperte, è stato creato da George Soros, un ungherese sopravvissuto alle persecuzioni naziste e fortemente influenzato dall’opera del filosofo Karl Popper (cfr. ). Anastasia Posadskaya-Vanderbeck, il crollo dell’Unione sovietica ha comportato un miglioramento o un peggioramento della situazione dei diritti umani delle donne dell’ex Urss? È una domanda difficile, non ci sono risposte univoche. Nella Russia di oggi è largamente diffusa la tesi che se le donne dovevano lavorare all’epoca dell’Urss è perché il regime non ne rispettava la predisposizione naturale, per cui la loro situazione odierna non può che essere migliorata. Io sono più prudente. Non voglio dipingere un quadro idilliaco dell’ex Urss, anche perché non si può ignorare quanto repressivo fosse il regime comunista per tutti, donne e uomini. Ho però svolto un’inchiesta sulla percezione che le donne nell’ex Urss avevano dei loro diritti in epoca sovietica, e tutte hanno sottolineato l’importanza che hanno avuto nelle loro vite individuali il diritto ad una buona formazione, la possibilità di lavorare fuori casa, le numerose conquiste fatte nella sfera riproduttiva, e così via. Anche se il potere sovietico aveva delle ragioni sue per dare questo ed altri diritti alle donne, credo però che le donne sovietiche, anche senza considerarle femministe, avessero preso molto sul serio quest’impegno dello Stato. E ancora oggi, a quasi 15 anni dal crollo dell’impero, e nonostante l’ideologia neoliberista che domina ormai il mondo, le donne russe sono rimaste molto attaccate e quei valori e non sono disposte a rinunciare alle conquiste fatte allora. Che priorità vi sono ora per la promozione dei diritti delle donne nell’ex Unione sovietica? È assolutamente necessario lottare contro l’esclusione degli uomini dalla sfera dell’intimità, degli affetti, della cura. Se non si risolve la questione dell’accesso degli uomini a tutte le esperienze emotive della vita non si troverà mai una soluzione al problema della discriminazione sessuale. La questione della mascolinità è oggi un problema ben noto in Occidente ma ancora del tutto ignorato nell’Est europeo. In Occidente è molto nota l’associazione delle "Madri dei soldati", attivamente impegnata contro la guerra in Cecenia. Com’è cambiato dai tempi dell’Urss ad oggi il lavoro in prima linea delle donne russe in favore dei diritti umani? Se in Occidente il movimento per i diritti umani ha impiegato molto tempo prima di capire l’importanza della questione femminile, anche in Russia nella dissidenza il tema dei diritti delle donne era quasi del tutto ignorato. La dissidenza in tutti i Paesi del blocco comunista era infatti impostata come una guerra di uomini contro il regime, e alle donne rimaneva soltanto il ruolo di supporto in questa guerra. Oggi la situazione è molto diversa, le donne russe si esprimono pubblicamente, ad esempio contro la guerra in Cecenia, e costituiscono organizzazioni direttamente attive sul campo per la tutela dei diritti umani. C’è ad esempio un’organizzazione mista di donne russe e cecene che si occupano dell’identificazione dei cadaveri dei soldati e del loro scambio. Il problema però è che le donne impegnate ad esempio per limitare le sofferenze della guerra in Cecenia non hanno mai accesso al tavolo dei negoziati. E questo perché porterebbero una visione del problema che interromperebbe la catena di sangue su cui sono costruiti i rapporti fra gli Stati: ciò che oggi fa sì che siano considerate più o meno alla stregua di traditrici della loro rispettiva comunità. Dai Paesi dell’ex blocco comunista arrivano in Europa occidentale molte donne costrette alla prostituzione. Come valuta l’impegno degli Stati occidentali nel combattere la tratta di esseri umani? Non posso dire nulla di specifico della Svizzera perché non ho trovato molte informazioni che la riguardano. Il problema però è come l’Europa occidentale in generale intende affrontare la questione. Perché per ora, esattamente come gli Stati Uniti, sta soltanto erigendo attorno a sé un muro fatto di norme più severe contro l’entrata illegale, e questo usando come pretesto anche la tratta delle donne. Queste norme però non impediscono il traffico ma ne rendono soltanto molto più costosa l’attuazione: e questi costi vengono di nuovo riversati sulle donne costrette a prostituirsi. In termini più generali, e analogamente con le politiche attuate in materia di droga, c’è anche chi sostiene la necessità di ridurre il danno, considerando la prostituzione soltanto come una professione legata al sesso e il suo esercizio come un diritto individuale. Dunque da sottomettere alle norme che concernono l’emigrazione delle lavoratrici e dei lavoratori. Ma è un dibattito questo che deve ancora svilupparsi e nel quale le posizioni sono molto diverse e lontane. D’altro canto si deve evitare approcci al problema che possono risultare dannosi per le stesse donne. Bisogna ad esempio stare attenti nel rimpatrio di donne costrette con la forza a prostituirsi, perché nel Paese d’origine potrebbero essere vittime di una pesante se non violenta emarginazione sociale. Ma non si deve nemmeno incutere nelle donne dell’Est europeo la paura di viaggiare: la libertà di movimento è stata una delle conquiste ottenute con il crollo del muro di Berlino, bisogna fare in modo che anche le donne dell’Est europeo ne possano godere. Nell’ex Urss assume toni drammatici il problema delle violenze domestiche contro le donne. Se ne parla pubblicamente? Sì, è in atto una vera e propria guerra occulta, migliaia di donne ne muoiono ogni anno, ma le dimensioni sono difficilmente valutabili. C’è stato un grosso progresso in questo campo negli ultimi dieci anni: si sono attivate delle hot-line, si sono aperti centri d’accoglienza e consultori per donne maltrattate e questo anche in Stati periferici dell’ex Urss, come il Kazakhstan, il Turkmenistan e così via. La questione quindi è ben presente. Ora però è il momento di passare dalla sensibilizzazione all’elaborazione di norme legislative specifiche e alla loro implementazione. Da parte delle forze di polizia c’è molta resistenza perché sostengono non realistico pretendere di perseguire e punire tutti gli autori di maltrattamenti in famiglia. E di fronte a questo atteggiamento sufficiente delle autorità sempre più donne rinunciano a denunciare i loro mariti: anche perché spesso se il marito va in prigione la moglie e i figli perdono l’unica fonte di sostentamento. In una cittadina del Minnesota si sta sperimentando un modello di risposta collettiva alla violenza privata che coinvolge polizia, giudici e organizzazioni di donne. Esso consente di allontanare momentaneamente l’uomo dalla famiglia senza imprigionarlo, permettendogli dunque di rimanere agganciato al suo contesto sociale e nel contempo di avviare un processo di presa di coscienza. Lo scopo è quello di dare una seconda opportunità sia all’uomo che alla famiglia. È un’esperienza significativa, che speriamo di poter portare col tempo anche in Russia. Può spiegare, signora Posadskaya-Vanderbeck, il lavoro a favore dei diritti delle donne del programma che dirige, il “Network Women’s Program” dell’Open Society Institute? Il programma che dirigo dispone di circa 7 milioni di dollari all’anno da investire in quei Paesi che stanno imparando ad agire come società aperte. Quando questo programma ha preso il via, 7 anni fa, concentrava la sua attenzione soprattutto sui Paesi nati dallo scioglimento dell’ex Unione sovietica, ma nel frattempo l’abbiamo allargato ad altri Stati molto sensibili dal punto di vista dei diritti delle donne, come la Turchia, l’Indonesia e numerosi Paesi africani. Ci stiamo riorientando anche perché molte Organizzazioni non governative (Ong) concentrano ora i loro sforzi sugli Stati dell’ex blocco comunista; e molti di loro stanno per aderire all’Unione europea (Ue), per cui le loro società civili non avranno più alcun bisogno di aiuto da parte nostra. Questo non significa che nei Paesi in procinto di entrare nell’Ue non vi sia bisogno di interventi esterni, in particolare di aiuti materiali, ma il nostro compito sta per esaurirsi. Attualmente operiamo in modo tale da permettere alle nuove Ong locali che lavorano in favore dei diritti umani, in particolare dei diritti delle donne, di emanciparsi da ogni aiuto esterno e di lavorare autonomamente entro pochi anni. Nel dibattito sui diritti umani delle donne molte attiviste sono prudenti nel parlare di “diritti delle donne”, perché temono una marginalizzazione di tutta questa categoria: in altre parole, ci sarebbe il rischio di considerarli diritti di secondaria importanza in quanto non pertinenti a tutti gli esseri umani, ma solo ad una parte di loro. Lei come si pone di fronte a questa contraddizione? È una contraddizione che esiste sia a livello teorico che nella pratica. Il movimento globale delle donne, che si è manifestato in modo evidente alla Conferenza internazionale sui diritti delle donne di Pechino del ’95, ha dimostrato la necessità di rendere visibile i problemi specifici delle donne in ogni ambito di pertinenza dei diritti umani: i diritti delle donne non devono essere un tema da trattare separatamente rispetto agli altri diritti, ma devono esservi pienamente integrati. È dunque chiaro che se si fanno categorie separate si finisce con l’essere marginalizzati: e ciò vale anche per i programmi di promozione dei diritti delle donne. Questo a livello teorico. Dal punto di vista pratico invece la categoria dei "diritti delle donne" funziona? Sì, dal punto di vista pratico spesso sono necessari programmi distinti di promozione dei diritti delle donne, perché solo questi riescono ad ottenere il sostegno necessario, anche finanziario. Si è osservato spesso che la tutela dei diritti ad esempio delle minoranze o delle donne in programmi generici non ottiene né i soldi, né le capacità professionali di cui avrebbe bisogno. Lo constatiamo anche nell’Ue: ci sono 9 direttive che obbligano gli Stati membri a promuovere la parità fra donne e uomini, ma, mancando la necessaria pressione da parte dei vertici dell’Unione e non essendoci quindi programmi specifici, gli Stati membri non investono né mezzi né capacità umane nella loro attuazione. Credo quindi nella necessità in questo momento di un doppio approccio: da un lato l’integrazione dei diritti delle donne nel complesso dei diritti umani, dall’altro l’attuazione di programmi separati per la loro implementazione, almeno fino a quando questa non sarà un dato di fatto acquisito, per mobilitare velocemente le risorse necessarie e far emergere con chiarezza i temi più sensibili. L’ultima grande campagna internazionale condotta da autorità statali a tutela dei diritti delle donne riguardava la situazione in Afghanistan. Che bilancio ne trae a due anni di distanza? Dopo l’11 settembre 2001, e soprattutto nell’imminenza dell’inizio dei bombardamenti americani sull’Afghanistan del 6 ottobre successivo, c’è stata una campagna di stampa mediatica impressionante sulle donne afghane sotto il regime dei Talebani proprio per giustificare l’attacco degli Usa. Ma dov’erano prima tutti questi media coraggiosi, a cominciare dalla Cnn, dal New York Times e dal Washington Post? Attualmente la situazione delle donne afghane non è molto diversa da quella che vivevano prima dell’11 settembre, anzi. L’apparato amministrativo-repressivo dei Talebani nella sostanza è rimasto intatto. Bisogna quindi arrivare alla triste conclusione che se la questione dei diritti delle donne non è marginalizzata, c’è il rischio concreto che venga manipolata. Nel XX° secolo i cittadini e la comunità internazionale sono diventati coscienti dei pericoli insiti nella discriminazione razziale o religiosa. Lo stesso non è capitato per la discriminazione basata sul sesso. Eppure i loro meccanismi sono simili. Come mai? È vero, molti meccanismi di esclusione sono simili. Credo che buona parte della risposta la si trovi nelle strutture di potere delle diverse società. È anche vero però che la questione della religione o della razza non tocca tutte le famiglie e tutti gli individui come la questione del sesso. In altri termini la questione dell’identità sessuale e quindi della discriminazione di genere è così radicata nell’esperienza quotidiana di ognuno di noi e nelle strutture non ufficiali di potere (famiglia, scuola, amici) che risulta poi molto difficile venirne a capo: la discriminazione sessuale non è solo una questione politica, ma è per tutti anche un problema personale, individuale, intimo. Per questo si fa così fatica a superarla.

Pubblicato

Venerdì 5 Dicembre 2003

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