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Spazio Amnesty

Donne nel mirino in Polonia

di

Manon Schick

Le donne polacche sono preoccupate. Un anno dopo aver fatto fallire un progetto di legge il cui scopo era limitare l’accesso all’aborto, sono nuovamente scese per strada a decine di migliaia per contestare una nuova legislazione. Il governo ultraconservatore polacco ha infatti proposto nuovi inasprimenti di una delle leggi più restrittive d’Europa: vuole vietare l’interruzione della gravidanza in caso di malformazioni gravi o mortali del feto.


Nessuno sa quando questo progetto sarà discusso in Parlamento, ma sull’esito del voto ci sono pochi dubbi. La proposta del governo è sostenuta dalla Chiesa cattolica, molto potente in Polonia. E il Parlamento ha già accettato, lo scorso anno, che la contraccezione d’emergenza sia disponibile solo su ricetta medica, contrariamente a quanto avviene per esempio in Svizzera. Ancora una volta i diritti sessuali e riproduttivi delle donne sono al cuore di una battaglia politica. La possibilità per le donne di decidere se vogliono interrompere o proseguire una gravidanza viene regolarmente messa in dubbio. In Polonia, dopo quarant’anni di accesso libero e gratuito all’interruzione della gravidanza nel periodo comunista, ora la legge autorizza l’aborto solo in caso di gravidanza conseguenza di uno stupro o di incesto, di messa in pericolo della vita della madre o di gravi malformazioni del feto.


È proprio quest’ultima possibilità che il governo attuale vuole sopprimere, fatto che avrebbe delle gravi conseguenze sulla salute delle donne: non avrebbero infatti altra scelta che ricorrere a un aborto clandestino, praticato in condizioni che potrebbero metterne in pericolo la vita. Le cittadine svizzere più in là con gli anni ricorderanno sicuramente l’epoca in cui l’interruzione della gravidanza era vietata nel nostro paese, fatto che spingeva le donne a scegliere dei metodi rischiosi per mettere fine a una gravidanza non desiderata.
In Polonia fin dalle prime discussioni sul tema, nel 2016, centinaia di migliaia di donne si sono mobilitate, lanciando tra l’altro lo Sciopero nazionale delle donne e sfilando di nero vestite. Sono riuscite, in un primo tempo, a mettere in scacco il progetto di legge, che è stato ritirato. La loro mobilitazione registrerà un secondo successo?


Questo tentativo di vietare l’aborto si iscrive in una politica di repressione più ampia contro i diritti umani: il potere esecutivo cerca di esercitare un controllo politico sul sistema giudiziario, le Ong e i media. Inoltre il Parlamento ha accettato diverse modifiche legislative che compromettono in modo grave l’indipendenza della giustizia e il diritto di manifestare.

Pubblicato

Giovedì 3 Maggio 2018

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