< Ritorna

Stampa

 

Donne in nero contro l'occupazione

di

Dina Ben Ezra
Venerdì, 12 in punto, piazza Parigi, Gerusalemme. Un gruppo di circa cinquanta donne vestite di nero sono pronte per la settimanale manifestazione silenziosa. Ognuna innalza lo stesso slogan: “stop all'occupazione” (*) – scritto in ebraico, arabo e inglese su cartelli a forma di mano, anche loro neri. La manifestazione dura un’ora, sorvegliata da una decina di poliziotti responsabili di mantenere l’ordine e prevenire conflitti con manifestanti di destra che fanno capolino sui marciapiedi adiacenti. «Per più di dieci anni, tutti i venerdì, manifesto in piazza contro l’occupazione. Tutti i venerdì, con la pioggia o con il caldo. Tutti i venerdì, contro l’occupazione» racconta Ilana, 72 enne, una delle partecipanti. «Sono arrivata in questo paese perché non avevo altro luogo dove andare. Ero e sono ancora una sionista. Credo ancora nel sogno di un mondo migliore, e questo paese è mio nel bene e nel male. Sarà a causa del mio passato in Olanda, quando, da bambina piccola, sono stata costretta a nascondermi per scappare allo sterminio? Sarà a causa di quest’esperienza che sta ancora influenzando la mia vita che cerco sempre di aiutare coloro che sono meno fortunati di me?» si interroga Ilana. Il movimento delle “Donne in nero” nacque a Gerusalemme, quando un piccolo gruppo di donne, nel gennaio del 1988, un mese dopo lo scoppio della prima Intifada, iniziò a manifestare contro l’occupazione, tutti i venerdì, prima nella capitale e poi nelle principali città del paese. Nel 1994, a seguito del processo di pace, le donne in nero decisero di disperdere la loro protesta, tornando a manifestare sporadicamente quando succedevano avvenimenti che a loro parere potevano mettere in pericolo l’avanzata del processo di pace. Nel 2000, dopo lo scoppio della seconda Intifada, le donne in nero ripresero a manifestare assiduamente, questa volta con l’aggiunta di qualche uomo. Tra le donne in nero si possono trovare marxiste, anarchiche, femministe, semplicemente cittadine o promotrici dei diritti dell’uomo, anti-sioniste o sioniste come Ilana. Ed è proprio l’assidua ripetizione di un rituale minimalista che dà forza a questo movimento. I vestiti neri simboleggiano la doppia tragedia di due popoli, quello palestinese e quello israeliano. La semplicità e l’unicità dello slogan permettono a donne appartenenti a diverse correnti politiche di immedesimarsi e partecipare, malgrado le divergenze interne. Comunque il profilo della “donna in nero” si delinea assai chiaramente: si tratta di una donna per lo più di mezza età, ebrea ashkenazita, colta, appartenente al ceto sociale medio alto. La pratica di protesta delle donne in nero è un fenomeno che mette in discussione l’ordine pubblico e ne propone un’alternativa. Per la prima volta donne manifestano apertamente e in pubblico la loro opinione su questioni di pace e sicurezza, in un paese che riserva questi problemi unicamente a uomini e generali. Nonostante le donne ebree in Israele servano nell’esercito, il loro ruolo principale è ancora sempre quello di essere brave madri e mogli dei soldati che si sacrificano per la patria. In questo contesto, le donne non hanno diritto di avere idee politiche e il dissenso che rappresentano con la loro protesta viene interpretato come vigliaccheria o tradimento. E questo si riflette nelle molte calunnie che le manifestanti ricevono da passanti o guidatori. «Prostitute degli arabi, traditrici!»; «Non fate che nuocere allo Stato, vergognatevi immondizie!» o ancora «Spero proprio che ti facciano saltare in aria nel prossimo attentato suicida». E gli incoraggiamenti sono rari, timidi sorrisi o brevi suoni di claxon. Le “Donne in nero” hanno spianato la strada ad altri gruppi di donne che manifestano pubblicamente le loro opinioni, come le “Quattro madri”, madri che richiesero il ritiro dell’esercito dal sud del Libano, gruppi simili all’estero, o il recente gruppo “Machsom Watch”, donne che si recano volontarie presso i posti di controllo che dividono Israele dai territori occupati per osservare e riportare quello che succede. Ore 13. È terminata un’altra ora nella realtà di un paese in conflitto e pieno di contraddizioni. E già il prossimo gruppo di manifestanti è pronto a reagire alla protesta delle donne in nero. Il loro slogan: “Espellere gli Arabi, fuori!” Questa volta si tratta delle “Donne in bianco-blu” (colori della bandiera dello Stato d’Israele). * Per “occupazione” si intende l’occupazione dell’esercito israeliano nei territori palestinesi – Cisgiordania e Gaza – conquistati da Israele nel 1967 durante la guerra chiamata dei “Sei giorni”.

Pubblicato

Venerdì 13 Dicembre 2002

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 65.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Giovedì 15 Settembre 2022