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Donne e lavoro: il valore della diversità

di

Tiziana Filippi
In un articolo precedente (pubblicato sulle pagine di questo giornale il 29 giugno 2001) ho cercato di evidenziare la crescita dell’occupazione femminile e ho messo in dubbio che si possa ancora parlare di uno svantaggio femminile nell’accesso al mercato del lavoro. Gli studi e le ricerche improntate sull’idea di parità ci dicono però anche che la discriminazione continua a caratterizzare la condizione lavorativa delle donne, sia nella forma di una segregazione orizzontale (le donne sarebbero richieste solo per determinati impieghi), sia nella forma di una segregazione verticale (a parità di formazione occupano funzioni inferiori a quelle occupate dagli uomini e sono scarsamente presenti nei quadri dirigenti). Evidentemente se è un’ottica di parità e di omologazione al modello di lavoro maschile a funzionare da punto di riferimento allora tutte le specificità della situazione lavorativa femminile non possono che apparire come un dato negativo, ed ogni comportamento delle donne, diverso da quello degli uomini, come il risultato di un senso di inferiorità interiorizzato (per esempio la tendenza delle ragazze nella scelta degli studi). Un nuovo panorama Questa è però una possibile chiave di lettura della realtà la cui legittimità si fonda su un principio astratto e sull’idea implicita di insignificanza del desiderio femminile. Qui vorrei invece riflettere tenendo in conto il senso differente del lavoro per le persone in carne e ossa, per uomini e donne. Pensiamo ad esempio al lavoro a tempo parziale. Questo è malvisto dalle sostenitrici della parità perché poco remunerativo e perché dà poche possibilità di carriera. Eppure molte donne dimostrano di volerlo con determinazione perché vogliono conciliare il desiderio di indipendenza economica con il lavoro di cura, senza rischiare di penalizzare le esigenze affettive e relazionali della famiglia. Rispetto al tempo, che è una questione centrale nel lavoro, le donne hanno un atteggiamento diverso dagli uomini. Questo emerge ancora una volta da una ricerca della sociologa Marina Piazza e di altre sulla progettazione degli orari di lavoro. Le donne sono sempre state dei soggetti atipici nel mercato del lavoro per le loro variegate richieste di flessibilità, che vanno messe in relazione con i loro diversi progetti di vita, progetti, sovente, che non mettono avanti a tutto l’ideale di dedizione al lavoro in un posto fisso e sicuro, e che spesso hanno fatto loro preferire la contrattazione individuale. (E in ciò c’è qualcosa in comune con tanti giovani uomini che recentemente sembrano avere anche loro progetti di vita ed esigenze di tempo molto diversi dagli uomini delle generazioni precedenti). Esigenze diverse da quelle maschili Il numero crescente di donne occupate, insieme con le qualificazioni che portano con sé, stanno man mano determinando una posizione delle donne nel mercato del lavoro che è tutt’altro che marginale, e quindi anche le esigenze femminili in materia di tempo stanno diventando sempre meno atipiche. Il gruppo di ricerca-ascolto di Milano fondato alcuni anni fa da Lia Cigarini e da altre donne, lavoratrici autonome e dipendenti, tra cui alcune sindacaliste, è riuscito a esaminare la collocazione delle donne in alcune importanti aziende (come la Ibm, La Nielsen e la Italtel): le donne tendono a collocarsi nei settori di progettazione e di ricerca, che richiedono saperi e competenze professionali, piuttosto che nei settori dell’organizzazione e della vendita, che danno maggiori possibilità di carriera e sono maggiormente remunerativi, ma che sono anche più competitivi e logoranti. Per molte donne il lavoro ha un senso quando consente relazioni con le altre e gli altri, quando permette di valorizzare al meglio le proprie capacità e professionalità. Questo si può leggere tra le righe anche nelle pubblicazioni che promuovono la parità e che fanno enormi sforzi per costruire un’immagine del mondo delle donne come delle eterne bisognose e discriminate. Per esempio nell’inchiesta «Donne, lavoro, come ?», commissionata dalla Commissione consultiva del Consiglio di Stato per la condizione femminile, metà delle intervistate hanno detto di lavorare per mantenere i contatti sociali e per altri motivi – tra i quali emerge il piacere del proprio lavoro – . I curatori della ricerca si dichiarano perplessi del fatto che soltanto la metà delle intervistate ha dichiarato di lavorare per dei bisogni finanziari, al punto che dubitano in parte della veridicità delle risposte. Dunque le donne direbbero il vero soltanto quando dicono ciò che si vorrebbe che dicessero. Lavoro indipendente: sempre più donne Negli ultimi anni molte donne si sono impegnate nel lavoro indipendente dando vita sia a piccole imprese di sole donne, (nel settore dei servizi alle persone e recentemente dei servizi alle imprese), sia a studi professionali. Possiamo supporre, come alcune di esse sostengono, che questa scelta è stata fatta anche per evitare le forme gerarchiche e le modalità competitive maschili nel posto di lavoro. (Dai dati a mia disposizione è possibile dedurre che le donne impegnate nel lavoro indipendente sono attualmente in Ticino circa il 12,5 % delle donne occupate). Le donne continuano a essere la maggioranza nei servizi sociali e di assistenza, nei lavori di cura e nella scuola, (in questi ultimi anni le insegnanti sono aumentate anche in Svizzera e in Ticino) in tutti quei lavori incentrati – o che lo dovrebbero essere – sul benessere e sui bisogni umani. Inoltre le donne sono entrate in modo massiccio nei cosiddetti nuovi lavori dove si cerca di mettere all’opera quei saperi e quelle competenze comunicative e relazionali che sono notoriamente riconosciuti propri del sesso femminile. Non rinunciare alla differenza In questi anni si è andata così configurando una nuova e diversa divisione sessuata del lavoro che non è certo definibile come una forma di segregazione. Credo che si possa piuttosto affermare che sia anche il risultato della volontà di molte donne di essere nel mercato del lavoro ma, utilizzando in parte le trasformazioni recenti delle forme del lavoro, di cercare di esserci senza dover rinunciare alla propria differenza. «La nostra esperienza – ha detto Maria Marangelli, sindacalista a Sesto San Giovanni, nel corso di un intervento alla Lumhi – ci dice che le donne non si consegnano interamente alla misura del denaro né a quella della carriera ma portano al mercato tutto, cioè anche la qualità delle relazioni sul posto di lavoro, la risposta degli altri e delle altre alla propria presenza, i risultati qualitativi del proprio lavoro. E la compatibilità dell’impegno di lavoro con le esigenze affettive e familiari». Io mi riconosco in queste parole. E ritengo che segnalino chiaramente quanto sia poco fondato sul desiderio femminile il denunciare sempre e comunque discriminazioni nei salari e nelle possibilità di carriera delle donne, a tutela e a nome delle altre. Per molte il denaro è secondario Certo che il denaro è fondamentale per la sopravvivenza ed è importante per l’indipendenza economica. Sono anche ingiuste le discriminazioni salariali, ma per molte il denaro è secondario nel definire il senso e la qualità del lavoro. E il denaro, tra l’altro, non dovrebbe mai costituire la contropartita di qualsivoglia lavoro che comprometta la qualità dell’esistenza. La storica Cristina Borderias attraverso i racconti di molte donne e basandosi sugli studi di altre ricercatrici ha messo in evidenza che c’è un disagio diffuso delle donne nel mondo del lavoro che non ha nulla a che fare con le scarse remunerazioni (che pure sono una realtà per molte). In particolare le donne vivono su di sé un conflitto profondo: quello tra una logica produttivistica e competitiva del lavoro in condizioni capitalistiche e una propria logica, non strumentale, che ha le sue radici nei lavori femminili orientati alla cura e ai bisogni delle persone. Lia Cigarini, per parte sua, ha sottolineato che oltre alla fatica e allo sfruttamento delle donne nel lavoro «c’è una sofferenza più precisa e forse più sentita, dovuta al modo di lavorare, al modo di concepire il lavoro e alla codificazione scientifica di questi modi». (Di tutto ciò non ho trovato il minimo accenno nei discorsi del femminismo di stato che invita le donne a liberarsi dagli stereotipi e a entrare, senza riserve, in tutti gli ambiti del mondo del lavoro). Ripensare l’occupazione Se a fare da punto di riferimento è il modello maschile del lavoro a tempo pieno, con il suo corollario che il senso del lavoro lo danno denaro e carriera, l’aumento dell’occupazione femminile si trasforma in un problema di assimilazione e di parificazione. Se viceversa prestiamo attenzione alle mille strategie che le donne mettono a punto per salvaguardare la propria differenza, che è un salvaguardare la propria stessa esistenza, allora la presenza diffusa delle donne nel mercato del lavoro potrebbe essere il punto da cui partire per ripensare l’attuale organizzazione del lavoro.

Pubblicato

Venerdì 28 Settembre 2001

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