«Dobbiamo reagire collettivamente»

La raccolta di dati personali nella società e sul lavoro pone nuove questioni. Intervista all'esperto di fama mondiale Paul-Olivier Dehaye, uno dei massimi esperti del fenomeno.

Dieci anni fa, Paul-Olivier Dehaye (1981), allora ricercatore di Matematica del Politecnico di Zurigo, è stato bloccato in aeroporto dalla polizia statunitense per alcuni controlli. Durante l’attesa di ore, nasce in lui il sospetto di essere stato fermato a causa di un suo messaggio virtuale di sostegno, rivolto a uno dei fondatori della piattaforma Wikileaks.

Il motivo del fermo in realtà era un altro: Dehaye è stato fermato perché dieci anni prima, ancora studente, era stato trovato dalla polizia statunitense in stato d’ebbrezza e arrestato perché troppo giovane per il consumo di alcol. Il dossier che gli aveva creato dei grattacapi non dipendeva da sue tracce lasciate in rete, ma da una leggerezza compiuta nel “mondo reale” che, ancora oggi, comporta per lui controlli più lunghi della norma in entrata negli Stati Uniti.

Quell’episodio lo ha fatto riflettere. Oggi Dehaye, che nel frattempo ha abbandonato la carriera accademica, si batte contro la sorveglianza digitale. Dehaye è infatti diventato uno dei massimi esperti mondiali nell’ambito della protezione dei dati. La sua notorietà è dovuta soprattutto al ruolo che ha giocato nell’ambito dell’affare Cambridge Analytica. È stato sempre lui ad aiutare la giovane giornalista Judith Duportail a ottenere 800 pagine di dati molto intimi da parte della popolare app di incontri Tinder.

Per Dehaye la raccolta di dati non è un problema in sé, ma lo diventa nel momento in cui questa collezione non è sotto il nostro controllo ed è utilizzata per scopi di mero profitto o addirittura di repressione del dissenso. Il mondo del lavoro non è immune dal fenomeno della raccolta di dati personali e Dehaye è impegnato anche in questo ambito: è proprio lui, insieme al suo gruppo di HestiaLabs, che sta cercando di aiutare individualmente gli autisti e le autiste di Uber a rivalersi in tribunale contro il colosso statunitense. Le vicende sono abbastanza note ai nostri lettori: lo scorso anno Uber è stato dichiarato datore di lavoro in via definitiva dal Tribunale federale e condannato a risarcire salari e contributi arretrati ai lavoratori. L’offerta di Uber del novembre scorso, 20 milioni di franchi, è stata ritenuta insufficiente da lavoratori e sindacati, mentre le autorità cantonali, che si sono basate su dati forniti da Uber stesso, hanno dichiarato la cifra come appropriata. Il gruppo di Dehaye sta istruendo i lavoratori decisi ad andare fino in fondo a recuperare i dati reali della piattaforma.

Lo abbiamo intervistato.

 

Paul-Olivier Dehaye, l’episodio in aeroporto è stato decisivo per le decisioni che ha preso in seguito?

Ero già consapevole delle possibilità di spionaggio offerte dalla tecnologia. Il mio è stato un “imprevisto” di poco conto che mi ha fatto però intravedere un futuro molto probabile per tutti noi. La sorveglianza può essere effettuata in maniera molto precisa, meticolosa, alla maniera descritta da George Orwell in 1984, oppure può essere totalmente irrazionale, come quella che descrive Kafka ne Il processo, dove il protagonista non è a conoscenza della natura del suo presunto crimine.

 

Viviamo in un mondo orwelliano o kafkiano?

Viviamo in un mondo sia orwelliano sia kafkiano che si alternano e non sappiamo di volta in volta se ci troviamo nell’uno, nell’altro o in entrambi. Il dispositivo di sorveglianza può variare da persona a persona e può diventare un autentico incubo da cui è impossibile uscirne.

 

Perché una persona brillante come lei, destinata a una grande carriera accademica, ha abbondonato l’università?

L’accademia è un sistema rigido che per certi aspetti non riesce a stare al passo con i tempi. In molti ambiti di ricerca è necessario lavorare con una mole di dati enorme. Per avere accesso a questi dati le piattaforme sono indispensabili. Sono loro a fornire i dati ma lo fanno, o lo possono fare, in maniera arbitraria. Questo crea ovviamente dei grandi problemi in rapporto all’obiettività della ricerca e crea degli squilibri di potere. Questo problema in accademia non è ancora preso seriamente in considerazione.

 

La sua società offre consulenze gratuite nell’ambito della raccolta dei dati. Cosa fate esattamente e come vi guadagnate da vivere?

Cerchiamo di far comprendere i problemi connessi alla raccolta dati personali da parte delle piattaforme e di far agire le persone individualmente e collettivamente. Offriamo consulenza, sviluppo tecnico e ci occupiamo di alfabetizzazione digitale, di piattaforme d’incontri, di circolazione delle informazioni e del rapporto tra dati e mobilità. Siamo finanziati soprattutto dal Fondo pionieristico Migros che incoraggia il cambiamento in determinati ambiti della società.

 

Cosa è necessario fare per riprendere il controllo dei dati legati alle nostre vite?

La politica e l’economia devono cambiare, ma non solo. Noi lavoriamo con i sindacati e con le associazioni dei consumatori per aumentare la consapevolezza sul tema in questi contesti e per mettere insieme le forze che possano portare al cambiamento in questo ambito. È importante agire collettivamente anche se i nostri dati sono raccolti individualmente.

Perché la questione dei dati è così importante per il mondo del lavoro?

Perché abbiamo dirigenti senz’anima che controllano perennemente ogni nostra azione. Sto parlando ovviamente degli algoritmi con cui non è possibile andare a parlare per cambiare le cose, su cui non è possibile agire, che non sono contestabili.

 

In che modo state aiutando gli autisti di Uber a rivalersi contro il colosso statunitense?

Li stiamo aiutando a costruire dei buoni dossier da presentare al Tribunale del lavoro contro Uber. Si tratta in sostanza di aiutarli a recuperare i dati reali raccolti da Uber negli anni e di interagire con i sindacati e gli esperti in legge per capire come presentare al meglio questi stessi dati. Non è un’impresa facile, i lavoratori ci mettono ore per recuperare questi dati.

 

La collaborazione tra organizzazioni dei lavoratori ed esperti nel campo dei dati apparterrà al futuro dell’attività sindacale?

Assolutamente sì. Attorno a ogni singolo lavoratore delle piattaforme esiste un processo complesso che occorre comprendere, spiegare e, in ultima istanza, cambiare a vantaggio del lavoratore stesso. Le organizzazioni poi dovrebbero occuparsi anche di raccolta di dati alternativa a quella delle piattaforme per difendere al meglio i propri associati.

 

In Spagna la questione della raccolta dati e delle decisioni algoritmiche è stata inserita in un Contratto collettivo firmato tra JustEat e i sindacati Ccoo e Ugt. È la strada giusta?

Non sono sicuro, occorre restare prudenti. Esistono già regole in questo senso al di fuori dei Ccl. Un esempio su tutti: il regolamento generale dell'Ue sulla protezione dei dati. Se inseriamo queste regole nei Ccl ne indeboliamo la portata universale. Inoltre, i Ccl non coprono tutti i casi. Lo vediamo sempre più spesso, ad esempio, con i produttori di contenuti: le persone dipendono dalle piattaforme nel loro contesto lavorativo, ma allo stesso tempo non sono impiegate da esse.

Pubblicato il

10.02.2023 15:56
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