Esteri

Divorzio alla amatriciana

Per quanto Giorgia Meloni faccia l’impossibile per apparire “normale”, cioè europea e atlantica, donna madre e cristiana, il mondo che la circonda continua a grondare immondizia che si scarica sulla prima presidente donna della storia italiana. Il suo mondo: quello della famigerata sezione Msi di Colle Oppio, dei picchiatori fascisti milanesi assurti ad alte cariche dello stato, il mondo dei negazionisti e riduzionisti, degli amici di Putin.

 

E poi c’è il suo cortile di casa, la sorella che comanda le strategie di FdI, il cognato che ne spara una al giorno (beati i poveri che mangiano meglio dei ricchi), per arrivare al suo compagno Andrea Giambruno. Veste in smoking quando la accompagna alle serate di gala, rutta schifezze quando conduce una trasmissione nella tv berlusconiana. A parte il fatto che chiama transumanze le migrazioni ritenendo bestie i migranti, è stato rilanciato da un altro programma berlusconiano mentre tratta le sue ospiti da oggetti del piacere, avanza proposte oscene, chiede sesso per l’ospitalità e allunga le mani, indica alla plebe televisiva i suoi naturalmente potenti genitali.


È troppo, reagisce la premier, la nostra storia era già finita e questa ultima performance ci mette il lucchetto. Il privato è politico, dicono le femministe? Allora la separazione deve avvenire in pubblico, sui social addirittura. Scomodare la categoria del femminismo, come fa la stampa anche progressista per una storia da caserma – un divorzio alla amatriciana – è veramente troppo. Ma Giorgia Meloni, ancorché circondata da fascisti, razzisti e sporcaccioni, è furba e riesce a utilizzare anche le più intime figuracce per alzare il velo sulle sue politiche disastrose.

 

Più si parla di Giambruno e meno spazio si dà alla protesta per la bocciatura del salario minimo, per i tagli alla sanità, i condoni ai ricchi, l’esplosione del debito pubblico, l’assenza di visione strategica, la resistenza alla transizione ecologica, l’uso e il non uso sciagurati dei fondi europei, il ponte di Messina e il costoso riarmo. Sperando di frenare il fastidio dell’Ue e dei mercati con un totale, innaturale appiattimento sui voleri della Nato e degli Stati Uniti. Meglio parlare delle volgarità di Giambruno, o delle picconate dei comuni di destra sulla nostra storia antifascista, come a Lucca dove il sindaco si rifiuta di intitolare a Sandro Pertini una strada cittadina, colpevole di aver fatto il partigiano.


E le opposizioni? Fino alle elezioni europee del prossimo anno si daranno la mano e si faranno lo sgambetto a giorni alterni, l’unica battaglia che conducono insieme è sul salario minimo, per il resto giù botte per sgraffignarsi l’un l’altro un punto in percentuale nei sondaggi. Nel turno parzialissimo di elezioni amministrative hanno conquistato insieme Foggia e hanno perso il seggio di Monza che fu di Berlusconi. Nessuno si è scandalizzato per il fatto più importante e scandaloso del voto brianzolo: alle urne si è recato il 19% dei cittadini, meno di uno su quattro. Siamo in piena post-democrazia. L’unica luce in fondo al tunnel è accesa dai sindacati (Cgil e Uil) e dal probabile sciopero generale.

Pubblicato il

26.10.2023 09:35
Loris Campetti