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Diversità, e Kossi se la ride

di

Maria Pirisi
Con la forza della risata, della sua ironia, lo scrittore italo-togolese Kossi Komla-Ebri – definito il più lombardo fra i nuovi autori africani – ha attraversato, e attraversa, nei suoi scritti i numerosi episodi che punteggiano la convivenza, o intolleranza quotidiana, fra autoctoni e migranti. Situazioni in bilico fra imbarazzi e razzismi, o “Imbarazzismi”, secondo il neologismo coniato da Kossi e posto a titolo di una sua raccolta di aneddoti (a cui ha fatto seguito la pubblicazione di “Nuovi imbarazzismi”), specchio multiforme dell’incontro-scontro fra culture diverse. Un modo divertente e leggero, il suo, di parlare delle conseguenze del pregiudizio e che porta ognuno di noi a interrogarsi su quanto siamo permeabili o immuni da quel tipo di virus. Una raccolta di aneddoti diventato vero e proprio caso letterario nel suo genere. Lui, il dottore che il camice rende un po’ più bianco, ci racconta di come il colore della pelle diventi la cartina di tornasole dei pregiudizi, se non dei razzismi, latenti in ognuno di noi. Kossi sarà in Ticino il 17 ottobre, ospite della rassegna “Trasguardi” Kossi Komla-Ebri, le sta bene essere definito “scrittore migrante”? La definizione può essere vista sotto due angolature: quella negativa, che cela il rischio della ghettizzazione, quasi che “scrittore migrante” delimiti una categoria del tipo “scrittore andicappato”; quella positiva, che abbraccia il concetto secondo cui siamo un po’ tutti scrittori migranti e che si riferisce a persone che vivono a cavallo di più lingue e culture, a persone con più identità. Ecco, in questa seconda accezione, sì mi sta bene. È un’identità che permette di passare in modo fluido da una cultura all’altra, com’è accaduto a lei… Certo, perché chi vive con un’identità plurima, mosaica, non ha più confini rigidi. Al contrario, i suoi confini sono porosi, permeabili e gli permettono di accogliere quanto di nuovo gli sta intorno. E sono convinto che il futuro delle culture apparterrà al meticciato, perché nessuna cultura vive nell’isolamento. Quali sono i limiti e i vantaggi di un’identità plurima come la sua? Inizialmente il trovarmi in bilico fra diverse culture mi ha messo in crisi. Ho avuto, come altri nella mia stessa condizione, la sensazione di non appartenere più né a una cultura né ad un’altra, poi ho capito che quella mescolanza di elementi diversi erano la mia forza e la mia ricchezza. Come in altri paesi ora si parla anche in Italia di “Letteratura migrante”: è un fenomeno diffuso? Più che altro la letteratura migrante deve ancora crescere. Ha comunque superato la fase autobiografica e testimoniale per spiegare le sue ali verso la creatività pura e semplice, che non ha bisogno per esistere di fare per forza riferimento alla cultura d’origine. E che ha abbandonato quella funzione taumaturgica contro la nostalgia degli esordi. Allo stesso tempo subisce ancora una pressione sia da coloro che vorrebbero ancora vedere nei nostri scritti degli elementi folcloristici, così come da coloro che pretendono che noi, nel giro di una generazione, possiamo sconvolgere la lingua italiana e coniare su due piedi un nuovo linguaggio. A tutto ciò si aggiunge la forte pressione del giudizio dei cattedratici, i quali si fermano alla forma trascurando i contenuti di questa “letteratura nascente” com’è stata definita. A cosa mira la sua scrittura e che valore ha nella sua vita? Vorrei trasporre nella mia scrittura il valore dell’oralità della tradizione africana, l’ “oralitura” – per dirla con una parola caraibica – riuscendo a fondere nella parola scritta il ritmo della parola orale. Se l’educazione, l’ambiente, il tipo di lavoro che faccio mi obbliga a vivere determinati schemi, la scrittura mi libera, mi permette di comunicare, di entrare in contatto virtualmente con le vite degli altri. Mi piace raccontare, condurre il lettore per mano dentro quelle vite che io descrivo; mi piace viverle quelle vite, anche al femminile, tanto che quando premiarono il mio libro “Mal di” la giuria rimase di stucco nel constatare che la “scrittrice” aveva la barba ed un aspetto tutt’altro che femminile! [esplode in una fragorosa risata, ndr]. Sono vite che permettono di al lettore di conoscere le sue radici, la sua terra. Certo, e senza bisogno di prendere un aereo. Quanti vanno magari a Malindi, soggiornano in un albergo italiano, mangiano i piatti italiani e poi ritornano a casa raccontando di aver conosciuto l’Africa. Per tanto così, è meglio che vadano a Rimini. Come mai i suoi libri spesso sono distribuiti dai venditori ambulanti? Mi piace l’idea che il libro migri per la strada. È stata una scelta oculata e anche se inizialmente ero restio, perché un libro non è una merce come un accendino o dei calzini, ecc. Mi sono perciò adoprato affinché chi lo vendeva fosse consapevole di ciò che distribuiva. Col tempo, mi sono reso conto che stavo contribuendo all’evolversi di un fenomeno nuovo di distribuzione che poteva acquisire un suo spazio dignitoso. E come ha reagito il mondo della grande editoria al fenomeno della letteratura migrante? È un mondo ancora molto chiuso e diffidente nei confronti di questo nuovo fenomeno, che punta più sul romanzo che sul racconto. Lei predilige il racconto al romanzo, come mai? Perché sono pigro! [altra risata, ndr] Mi sto comunque trascinando un romanzo che ha come sfondo l’interculturalità, che tratta di una coppia mista, del mondo del volontariato, di quanti partono con l’idea di salvare l’Africa e di come realmente si comportano quando sono giù. Tratto il tema del ritorno del migrante, del suo confrontare la cultura che si è lasciato alle spalle, con quella che ha acquisito emigrando e con quella che ritrova a distanza di anni nel suo paese natio. Racconto insomma della condizione di chi ritorna a casa e si ritrova estraneo. Veniamo al suo “Imbarazzismi”: che volto ha il razzismo oggi? Credo che il razzismo attualmente sia sempre più una questione di classismo. Io stesso, come medico, non subisco forme di razzismo perché la mia condizione sociale mi mette al riparo, è una corteccia: il mio camice bianco (lo ripeto spesso) mi rende più bianco. Ma non appena lo tolgo ed esco fuori dall’ospedale, ecco che agli occhi della gente appaio come un “vu cumprà”, in virtù della mia faccia negroide. E da qui nascono equivoci e quotidiane situazioni a metà strada fra l’imbarazzo ed il razzismo. Un imbarazzo legato alla differenza, ai fraintendimenti ed ai pregiudizi. Ciò che io definisco, con una parola ibrida, “imbarazzismi”. “Imbarazzismi” visti con uno sguardo nuovo. È la novità della letteratura migrante che opera un rovesciamento di punti d’osservazione: non è più il solito “civilizzato” che descrive il selvaggio, ma è quest’ultimo a descrivere i cosiddetti civilizzati. Nella letteratura migrante francofona molti altri scrittori l’hanno già fatto, lasciando trapelare una certa rabbia e violenza. Io che scrivo in un contesto storico diverso, preferisco usare l’ironia che, a mio parere, è un’arma molto più tagliente di quanto non si creda ma che, al contempo, lascia spazio al dialogo e alla comunicazione. E la cosa divertente è che nessuno riconosce se stesso ma riconosce gli altri, tant’è che spesso mi dicono: “ma guarda! È mai possibilie che la gente faccia così! Cosa desidera che il lettore colga quando la legge? Che si senta coinvolto. Non m’importa che si riconosca “pubblicamente” nei miei “imbarazzismi”, ma perlomeno davanti allo specchio. È buffo vedere come ora i miei colleghi ponderano ogni termine davanti a me; tanti di loro mi dicono: “Devo stare attento a come mi esprimo: non vorrei finire nei tuoi imbarazzismi!” Si parla tanto d’integrazione, ma lo scontro fra culture diverse sembra acuirsi. Perché oggi si punta tutto sulle differenze mentre credo che bisognere puntare sulle similitudini. I sentimenti sono un punto fondamentale di partenza, il capire che il sentire ci accomuna, che tutti abbiamo le stesse speranze, sogni e aspirazioni. Ritrovare le similitudini significa conoscere e accettare l’altro essenzialmente come essere umano e significa ridare respiro alla “fratellanza”, termine che andrebbe ripristinato. Perché in questa dimensione i rapporti con gli altri non sarebbero più basati sul territorio d’appartenenza ma sulle affinità, sulle similitudini appunto. Sostiene che l’integrazione passa attraverso l’interculturalità e non la multiculturalità. Sarebbe a dire? La multiculturalità descrive una situazione staticamente, mentre l’interculturalità include l’interazione fra le culture, un processo dinamico fatto anche di conflitti. L’interculturalità – per dirla in termini culinari – significa diversificare il proprio menu, ampliarlo con piatti nuovi che arricchiscono la gamma di sapori da sperimentare. Ho notato che le persone accettano facilmente l’interculturalità con i sensi, assaporando piatti esotici, ascoltando la world music o vestendo etnico ma non l’accettano nella loro mente e nel loro cuore. E senza questo passaggio tutto si riduce a folclorismo. Educare all’integrazione è diventata un’urgenza in un’epoca in cui i movimenti migratori straripano scontrandosi con l’intolleranza e il razzismo. Ciò che si dovrebbe capire è che nessuno e niente potranno fermare la marea di “dannati della terra” che affluisce verso il ricco Nord. Sono persone stanche di stare sotto il tavolo ad elemosinare gli ossicini e che ora osano e pretendono a pieno titolo di partecipare, anche se commensali non graditi, al banchetto mondiale. L’Europa dovrebbe capire che è nel suo proprio interesse far sì che il Sud si sviluppi. Ma credo che in fondo il fenomeno dell’immigrazione non venga risolto perché fa comodo. Fa comodo la manodopera malleabile, ricattabile, perché toglie potere ai sindacalisti e permette di abbassare il costo del lavoro, di far pagare meno anche i lavoratori locali, permette di far funzionare il sistema liberista. Mentre il Sud continua ad essere vampirizzato economicamente. E al contempo aiutato con interventi che hanno del paradosso. Un amico congolese, il giornalista Jean-Léonard Touadi, parlando in un incontro con i giovani ad Erba ha detto: “La cosa che ci mette a disagio è vedere scendere dagli stessi aerei i piromani e i pompieri. Sarebbe meglio che i pompieri riuscissero a fermare a casa loro i piromani.” È un’immagine che riassume in modo emblematico il dramma del sentimento di ambivalenza che noi africani proviamo nei confronti del Nord. Ammiriamo i giovani che partono volontari per il Sud ma ci chiediamo: come mai pur avendo la libertà di poter scegliere i loro governanti non scelgono le persone che rispecchiano le loro idee? Per i paesi poveri c’è anche il problema della fuga dei cosiddetti cervelli, di persone colte e preparate professionalmente che emigrano verso lidi più promettenti. Anche a me è stato chiesto come mai non sono andato in Africa a fare il chirurgo. Ebbene io rispondo che solo il ricco può fare la scelta della povertà. Chi è povero ha solo un pensiero: uscire fuori da questa sua condizione e non ritornarci più. Dei ragazzi mi hanno chiesto in che modo l’Africa potrebbe essere una risorsa per l’Italia e per se stessa. Ho risposto loro: a condizione che gli immigrati vengano “impiegati” nel loro paese d’origine come agenti di sviluppo con lo stesso stipendio che percepivano in Italia. Le banche, gli industriali, le multinazionali dovrebbero capire l’importanza d’investire non solo sull’Africa ma anche sugli stessi africani. In Svizzera di recente sono state inasprite le leggi sull’asilo e sugli stranieri e in Italia le cose non vanno meglio. Lei vive in Italia dal 1974, e in Europa dal 1965. Com’è cambiato nel tempo l’atteggiamento dei suoi compatrioti italiani nei confronti degli stranieri? C’è un peggioramento palpabile. L’Italia è il paese del papa dove un tempo il prossimo, se lontano, suscitava compassione e generosità d’offerte. Ma ora il prossimo è solo quel “prossimo padano” contemplato nel “vangelo” del cattolico fervente Mario Borghezio [parlamentare italiano leghista che per frenare il flusso migratorio ha proposto di “sparare agli scafisti”, ndr], tutti gli altri sono nemici da combattere. Cosa pensa dei massmedia in rapporto al tema della migrazione e dell’integrazione? Nel ‘74 appartenevo ad un ristretto gruppo di giovani studenti, rappresentavamo un’immigrazione intellettuale e la gente era curiosa di conoscerci, di parlare con noi. Dagli anni ‘70 agli anni 90, il flusso è aumentato e l’atteggiamento ha cominciato a cambiare nei nostri confronti. Un atteggiamento condizionato anche dai media che non parlavano degli africani come studenti o turisti bensì come la marea invadente. All’improvviso tutti noi eravamo diventati coloro che erano giunti per rubare il posto di lavoro, per delinquere: eravamo quelli che occupavano le colonne della cronaca nera. E da allora sui media non si parla mai degli immigrati in positivo. Faccio un esempio: non capisco perché un giornale debba titolare “Extracomunitario violenta una ragazza”, piuttosto che scrivere “Francesco x… violenta…” come accadrebbe per un criminale italiano. Questo è il punto: si colpevolizza tutta una comunità per il crimine di uno. È il peccato dell’omologazione. "Certo, in genere gli stessi media parlano di Africa e non di Afriche, quasi che tutto l’immenso continente fosse omogeneo, e quest’idea è passata attraverso romanzi come “Cuore di tenebra” di Conrad, “La mia Africa” di Blixen, le omelie, Tarzan e così via… Un processo che ha trasfuso negli italiani l’idea che la presenza straniera fosse sempre più oppressiva, un’idea diventata ossessione e paura, tanto che li ha spinti a rinchiudere i “diversi” nei ghetti. Ora non dobbiamo meravigliarci se la delinquenza prolifica soprattutto fra gli stranieri: il mettere assieme tante povertà produce tensioni e violenze. Non è il fatto di essere extracomunitari che li fa diventare violenti, è piuttosto la condizione in cui vivono che li rende tali. Quali sono a suo parere le tappe prioritarie attraverso cui si realizza il processo d’integrazione fra migranti e autoctoni in un paese e che cosa dovrebbe fare un governo per favorire tale processo e scongiurare il dilagare del razzismo e dell’intolleranza? Bisogna imparare a decostruire il linguaggio verbale e non verbale. Ricordo che un giorno una "sciura" [l’aneddoto è riportato negli “Imbarazzismi”, ndr] salendo sul Metro, non appena mi scorge, di scatto, si stringe la borsetta. Non mi dice apertamente “tu sei un ladro” ma col suo atteggiamento mi fa capire che teme che io possa esserlo per via del colore della mia pelle. Bisogna cominciare ad educare i bambini fin dalla scuola materna come normale. Io stesso mi reco dai bambini piccoli e attraverso le favole e dei semplici esperimenti cerco d’instillare in loro il seme dell’accoglienza alla diversità in modo tale che questa diventi parte integrante della loro quotidianità. Ha qualche aneddoto in proposito? C’è un nuovo imbarazzismo che vorrei raccontarle. Una mia amica insegnante di Cantù stava spiegando ai ragazzi che non bisogna giudicare un’intera comunità per l’errore di uno, che non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, che bisogna conoscere le persone, ecc. quando un suo alunno si alza alla fine della lezione e le dice: “Però mia mamma mi ha detto che i marocchini sono tutti cattivi e ladri. La mia amica è andata in crisi, poi ha pensato al compagno di banco di quest’alunno e gli ha chiesto: “Anche Hamed lo è?” e sa qual è stata la risposta del ragazzino?: “Cosa c’entra Hamed, Hamed è il mio amico!” Faccio per dire che la conoscenza diretta di questo ragazzo italiano del suo amico “diverso” ha superato i pregiudizi inculcati dai genitori. Nessuno nasce intollerante, lo si diventa perché condizionati dalla non conoscenza. È questa la mia speranza: è che le nuove generazioni superino il pregiudizio grazie al confronto e alla vicinanza. Anche se realisticamente penso che ciò sia difficile. Perché? Temo che quest’integrazione si infranga sulle soglie del mondo del lavoro oggi sempre più competitivo e discriminante già di per sé. Tanto che si arriverà come in Francia a chiedere che nei Curriculum vitae si riportino solo le iniziali del nome e cognome di una persona, così da evitare che venga discriminata solo perché ha un nome straniero. Pensi a me, vivo da trent’anni in Italia, ho la cittadinanza, ma per molti sono ancora un extracomunitario, il diverso. Per questo chiedo alle istituzioni di avere un’attenzione particolare soprattutto per le nuove generazioni, che sono nate nel paese e sono italiane a tutti gli effetti. Se verranno marginalizzate, daranno vita ad un ripiegamento identitario che li porterà a mettersi contro la società che li rifiuta, ad abbracciare gli aspetti estremi della cultura dei loro genitori, col rischio che poi succeda quanto è successo a Londra o altrove. Il mio non è pessimismo ma un invito a non trascurare l’urgenza dell’integrazione. Anche se in Italia non c’è una volontà politica che vada in questo senso. Si arriverà a trovare una piattaforma di valori di convivenza fra nativi e immigrati? Non sarà facile fino a quando saranno solo i nativi ad imporre il proprio punto di vista e fino a quando anche i nuovi cittadini non potranno dire la loro. E questo potrà succedere solo quando verrà concesso loro il diritto di voto, quando anche gli stranieri diventeranno soggetto politico. Ed in questo critico anche gli stessi immigrati che non s’interessano delle loro cose, che delegano. Quando li incontro dico loro: entrate negli organi di rappresentanza quando potete, iscrivetevi ai sindacati e ai partiti [Kossi Komla-Ebri è stato candidato per l’Ulivo nel 2001, ndr] perché nessuno vi darà niente dall’alto. Anche perché ciò che viene dato può essere tolto facilmente, mentre una conquista è più difficile da espropriare." Ha raccontato che nel suo paese la risata è larga, aperta, mentre in Europa la maggior parte delle persone sorride ma non ride. Che valore ha per lei la risata? Del mio paese mi manca proprio lo stare tra la gente e il ridere a squarciagola, a crepapelle. Quella risata che fa ballare il corpo, la pancia, scatenata magari da un’inezia. Perché la risata è apertura verso gli altri, scioglie le tensioni e predispone all’accoglienza.

Pubblicato

Mercoledì 14 Settembre 2005

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