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Diversi, uguali

di

Françoise Gehring Amato
È frustrante constatare che il tema del razzismo, dell’intolleranza e della xenofobia sia il bersaglio delle reticenze degli Stati Uniti che decideranno all’ultimo momento se prendere parte alla Conferenza mondiale contro il razzismo, che si apre oggi a Durban (Sudafrica), o se inviare una delegazione «pro forma» (il segretario di Stato Colin Powel ha già annunciato la sua desistenza facendo felice gli ambienti ebraici americani). Un’occasione persa e un affronto se si pensa che la Conferenza mondiale dell’Onu si tiene proprio nel paese che ha da pochissimo eliminato la vergogna dell’apartheid. A creare tensione alla viglia dell’apertuta del Vertice anche le domande di risarcimento formulate dagli africani a favore dei discendenti delle vittime della schiavitù e del colonialismo. Perché un vertice? Ma perché una conferenza, dalla quale non ci si può oggettivamente attendere grandi cambiamenti? Per denunciare, in sostanza, un mondo in cui i diritti dell’essere umano trovano sempre meno spazio. «Il nostro mondo – ha affermato Mary Robinson, Alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti dell’essere umano – è testimone di gravi conflitti etnici, di discriminazioni nei confronti delle minoranze, dei popoli indigeni e dei lavoratori emigarti. Il nostro mondo è testimone del razzismo istituzionalizzato di cui le forze di polizia vengono accusate; è testimone di rigide politiche relative all’immigrazione e all’asilo, dell’odio diffuso». All’ordine del giorno della Conferenza l’esame delle origini, delle cause e delle forme di razzismo; sarà dato anche ampio spazio alla definizione delle vittime del razzismo, alle misure di prevenzione e alla delicatissima questione del risarcimento delle vittime. La dimensione del problema è enorme. Nel mondo milioni di essere umani continuano ad essere discriminati in base al colore della pelle o in base ad altre caratteristiche etniche. Minoranze e immigrazione Minoranze, immigrati, richiedenti l’asilo, sono bersaglio di atti di intolleranza. Non dobbiamo andare tanto lontano per vedere con i nostri occhi: basta aprirli in Svizzera, Italia, Francia, Spagna per renderci conto della dimensione assunta dalla xenofobia e dall’intolleranza spesso coltivate ad arte dalle stesse istituzioni. Purtroppo e sempre più di frequente le denunce delle organizzazioni umanitarie sono come tante voci nel deserto che faticano a trovare eco presso gli Stati-fortezza sempre più chiusi e sordi ai richiami di chi ha bisogno. Alludiamo alla questione delle migrazioni che a Durban sarà affrontata proprio come una delle possibili conseguenze dell’intolleranza e del razzismo. Così come l’esclusione politica, sociale ed economica. Le persone, infatti, possono essere spinte a lasciare il loro paese di origine per fuggire dalla povertà, dalla discriminazione razziale e sessuale. Ma molto spesso si ritrovano a dovere affrontare gli stessi problemi nel paese di accoglienza. È un catena senza fine. «La circolazione di persone provenienti da culture e orizzonti diversi – leggiamo nei documenti preparatori della Conferenza – può a sua volta esacerbare il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza ad essi associati. In casi estremi è all’origine di nuove forme di schiavitù e di tratta di esseri umani. Nei paesi di destinazione – constata l’Onu – numerosi lavoratori migranti vivono in zone urbane dove non esiste alcun servizio pubblico di base». I migranti, insomma, si trovano spesso marginalizzati sul mercato del lavoro e si muovono in settori economici dove la loro salute, la loro sicurezza e i loro diritti non sono minimamente garantiti. Come non pensare ai «sans papiers» a cui il testo dell’Onu fa esplicito riferimento come categoria particolarmente esposta ad ogni sorta di abuso.Che dire poi deibambini e delle donne vittime di loschi traffici di esseri umani? Il traffico di persone è un fenomeno, sottolinea l’Onu, che colpisce e coinvolge tutte le regioni. Ma mentre le vie del traffico cambiano in continuazione, un fattore rimane invariabile: il divario economico tra paesi di origine e paese di destinazione. E in questi traffici l’impronta dell’intolleranza e del razzismo è come un marchio d’infamia che non può essere cancellato. Diritti proclamati e diritti calpestati «Per ogni diritto che noi proclamiamo – aveva detto il segertario generale dell’Onu Kofi Annan – centinaia di abusi vengono commessi ogni giorno. per ogni voce a cui garantiamo la libertà, molte ancora vengono minacciate. Per ogni donna o ragazza di cui tuteliamo il diritto all’uguaglianza, migliaia soffrono a causa delle discrimazione o della violenza. Per ogni bambino al quale cerchiamo di garantire il diritto all’educazione e ad un’infanzia serena, ce ne sono molti altri destinati a rimanere fuori». È contro questo scenario avvilente e in netto contrasto con i più elementari principi di giustizia, che il mondo deve combattere. Ma non basterà certo una Conferenza mondiale, che si apre come detto sotto un cielo pieno di incognite, a cancellare l’impronta del razzismo che la mondializzazione ha contribuito, in qualche modo, ad estendere arribuendogli diverse forme. Il tentativo della Conferenza di Durban – nessuna dubita della buona volontà dell’Alto commisarrio per i Diritti dell’essere umano Mary Robinson – è di creare una nuova consapevolezza del problema a livello mondiale. E, soprattutto, di darsi dei mezzi concreti ed efficaci per combattere quotidianamente ogni forma di discriminazione razziale, etnica e sessuale. Il primo passo è di dare finalmente un valore alla diversità di razza e di cultura come fonte di arricchimento e non di ostacolo agli scambi umani e allo sviluppo di una società dove la dignità delle persone, bambini, donne e uomini sia al centro di tutto.

Pubblicato

Venerdì 31 Agosto 2001

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