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Disordine mondiale

di

Sarah Nemo
Né “giustizia infinita” né “libertà duratura”, per l’Afghanistan è “guerra perenne”. A dircelo non è solo, come vedremo, la cronaca quotidiana, prima, durante e dopo, l’intervento “alleato”. Gli attentati di Kandahar (contro il presidente Karzai) e di Kabul (l’esplosione di un’autobomba) sono stati preceduti da tutta una serie di atti di violenza mirata che hanno causato, fra l’altro, la morte di due ministri e del vice-presidente. Sparatorie, esplosioni, bombardamenti sono all’ordine del giorno nelle varie regioni del paese. Quando non vengono messi in conto ai talebani e ai superstiti di Al-Qaida (in genere senza prova alcuna), sono sbrigativamente definiti d’origine “tribale”. Ma resta il fatto che le divisioni all’interno delle forze vincitrici dell’Alleanza del Nord e fra queste e i Paschtun (l’etnia dominante) sono la causa prima della violenza. I rastrellamenti e i bombardamenti degli americani, spesso con esiti letali per innocenti civili, sempre alla ricerca di “terroristi” e di talebani (nessuno più parla di Bin Laden e del mullah Omar!), alimentano la violenza. Anche perché se gli afghani accettano la caccia agli “stranieri” di Al-Qaida (arabi, ceceni, pakistani) ben altro atteggiamento hanno quando a essere presi di mira sono i talebani e le loro famiglie. Ma al di là di tutto ciò, oltre le reticenze, l’ipocrisia e le menzogne, il destino dell’Afghanistan era segnato. Esso si inserisce nella visione di un conflitto senza fine per la supremazia americana nel XXI secolo. Basti andarsi a rileggere quanto scriveva nel 1997 l’ex-consigliere della sicurezza nazionale americano, Zbigniew Brezinsky, lo stesso che aveva predicato fra gli afghani l’insurrezione contro i sovietici al grido di “Dio lo vuole”, versione cristiana dell’islamico “Jihad”, guerra santa. Secondo Brezinsky, per gli Stati Uniti era imperativo avere un ruolo fondamentale nella regione dell’Eurasia, da poco indipendente da Mosca. Un imperativo ben noto, visto che gli Stati Uniti hanno appoggiato sin dall’inizio la guerra dei talebani, negoziando con loro sino alla vigilia dell’11 settembre. Due almeno i motivi della primaria importanza di questa regione. In primo luogo l’Afghanistan confina con il mare di petrolio che si estende nel sottosuolo delle vicine repubbliche del Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan. Controllare quel petrolio significa per gli USA non dipendere più dagli arabi del Golfo e quindi maggiore libertà d’azione. Specie ora che si avvicina (2005) la scadenza dell’accordo firmato nel 1945 fra il presidente Roosevelt e il sovrano saudita Ibn Saud. Ma c’è anche un’altra motivazione strategica alla base della politica americana. L’Eurasia (l’Afghanistan e le vicine Repubbliche i cui dirigenti, per autoritari che siano, vedono in Washington un interessato e quindi sicuro protettore) si erge fra la Russia e la Cina. Il suo controllo permette agli americani di mantenere un avamposto di straordinaria importanza. Perché la Russia resta la seconda potenza mondiale in fatto di armamenti, ma ancor di più perché è opinione di numerosi strateghi che il prossimo conflitto, tempo due-tre decenni, sarà quello cino-statunitense. Nel frattempo fanno testo le parole di Condoleeza Rice, attuale consigliere per la sicurezza nazionale: «L’11 settembre costituisce una formidabile occasione per gli Stati Uniti di ridisegnare il mondo».

Pubblicato

Venerdì 13 Settembre 2002

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