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Discorsi diabolici

di

Giuseppe Dunghi
Tra le favole che una volta le nonne raccontavano ai nipotini ce n’è una leggermente conturbante. Un uomo si trovava nel suo campo intento a zappare, quando sul limitare del terreno (fii ben i cavedée, che pasa i viandée!) vede passare due persone. Erano san Pietro e Gesù travestiti da viandanti che giravano il mondo per vedere come si comportava la gente. Hanno sete e gli chiedono da bere. Giuanin Pipéta, così si chiamava l’uomo, offre loro il secchiello d’acqua che teneva in un angolo fresco. I due viandanti gli sono riconoscenti e gli regalano in cambio un sacco dalle proprietà miracolose. Terminato di zappare, Giuanin si avvia verso casa e passa davanti alla bottega del macellaio dove è esposto un bel pezzo di carne. Recita una formula (musìn musàia, solta denta pa la mia musàia!) e il pezzo di carne si infila da solo nel sacco. Poi passa davanti alla bottega del vinaio dove sono esposti fiaschi e bottiglie e anche lì, dopo la medesima formula, un fiasco del miglior vino entra da solo nel sacco miracoloso. Tornato a casa, Giuanin mette in pentola la carne per preparare uno stufato da leccarsi i baffi, e il fiasco è già sulla tavola. Ad un tratto ode una voce proveniente dall’alto del camino: “Ora getto giù!” (a büti!). Giuanin risponde: “Getta quello che vuoi, ma non toccare la mia pentola!” (büta quell che ta vöö, ma lasa stà ’l mè lavigiöö!). Con gran rumore, dal camino scende una gamba. Giuanin la prende e la getta dietro l’uscio. Passa un po’ di tempo e si ode ancora la voce: “Ora getto giù!”, “Getta quello che vuoi ma non toccare la mia pentola!” ed ecco scende un’altra gamba, che Giuanin prende e getta dietro l’uscio. E così, allo stesso modo, scendono dal camino tutte le parti del corpo, e Giuanin le getta ogni volta dietro la porta con le altre. Fino a quando arriva la testa, e finisce anch’essa nel mucchio. Dopo un po’ di tempo le diverse parti si uniscono e formano un corpo: è il diavolo, invidioso del premio toccato a Giuanin, che vuole ghermirlo. Ma Giuanin è più svelto di lui: afferra il sacco, recita la formula e il diavolo è costretto a entrarvi. Poi lo chiude ben stretto con una corda. Ci sono parole di uso comune oggi dalle caratteristiche simili alle membra separate che scendevano dal camino di Giuanin Pipeta. Si contorcono, assumono significati diversi da quello originario e così modificate si trasformano in concetti che si impongono nei discorsi e nel pensiero. Prendiamone alcune. Il termine economia oggi non significa più “governo della casa” ossia del mondo, e lo sforzo di assicurare a tutti i mezzi materiali per vivere. Ha assunto un’accezione più ristretta: ora designa soltanto i padroni dell’economia, chi dispone dei mezzi per procurarsi la ricchezza. L’economia è diventata una tecnica per arricchirsi, e “ambienti economici” è un’espressione pudica per dire “i ricchi”. Il lavoro: non è più l’attività normale per procurarsi i beni che servono alla vita. È soltanto un costo, una voce tra le altre, come le materie prime e l’energia, per determinare il prezzo di un prodotto. La concorrenza: all’origine era solo un’ipotesi nella teoria dell’evoluzione. Ora il darwinismo è stato esteso al campo morale e viene accettato come teoria fondante dell’agire economico. Il mercato: non è un sistema economico scelto dalla società in un determinato momento storico; è il sistema che esiste in sé prima di ogni scelta. Non è sottoponibile a critiche, si può solo descriverlo. La morale: non è più la scienza delle scelte, la riflessione sulle opzioni che si presentano alla società, ma è un aggettivo che si appiccica a qualcosa di impresentabile per migliorarne un po’ l’immagine, come la gemma bio applicata a un prodotto scadente. E così via: tutto il linguaggio è coinvolto in questa metamorfosi. Ma non è tutto. I nuovi concetti non rimangono isolati, ma si uniscono in modo diabolico a formare una teoria di interpretazione del mondo che si può riassumere così: il mercato è l’unica forma di organizzazione sociale possibile e coincide con la democrazia; i comportamenti in contrasto con le leggi del mercato sono antidemocratici; nel mercato vige la regola della concorrenza: il più forte sopprime il più debole; per essere forti occorre produrre a costi bassi, dunque con lavoratori pagati il meno possibile e nel minor numero possibile; un altro fattore di abbassamento dei costi è la diminuzione della pressione fiscale sui produttori di ricchezza, cioè sui ricchi; in questo modo diminuiscono le entrate dello Stato, e siccome vi sono meno soldi a disposizione, bisogna impedire l’esplosione incontrollata della spesa pubblica, perciò è necessaria una revisione dei compiti dello Stato. Domenica 8 maggio non siamo riusciti a mettere in un sacco questo discorso e a legarlo ben bene. Continuerà ad aggirarsi in Ticino e nel mondo e farà purtroppo ancora molti danni.

Pubblicato

Venerdì 13 Maggio 2005

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