Vi sono degli enti che tentano di dare voce concretamente al processo integrativo delle persone disabili inserendoli in piccole imprese – imprese sociali – che permettano loro di essere parte integrante dei processi produttivi della società. La Fondazione Diamante (Fd) è da tempo impegnata in questo processo d’integrazione. Finora ha potuto portare avanti con successo le esperienze intraprese ma da qualche anno, due dei suoi laboratori, rispettivamente quello inserito nelle Officine Ffs di Bellinzona (Gruppo Ffs) e il Cabla di Locarno che produce per la Schindler pezzi per gli ascensori, si trovano in difficoltà. Motivo: concorrenzialità ed esigenze di mercato rischiano di minarne l’esistenza. A lanciare l’allarme è proprio Mario Ferrari, direttore della Fondazione Diamante, che spiega ad area le ragioni della sua preoccupazione. L’esempio dei laboratori Fd porta alla luce il problema della sopravvivenza di queste esperienze lavorative incoraggiate, da un lato, dalla Legge sull’integrazione sociale e professionale degli invalidi (del 1979) ma osteggiate, dall’altro, da una visione imprenditoriale sempre più insensibile alla valenza sociale dell’economia. La Fondazione Diamante (Fd) ha quattro servizi di integrazione lavorativa: uno nel Mendrisiotto, uno nel Luganese, uno nel Bellinzonese e uno nel Locarnese che seguono, in totale, una settantina di persone coordinate da un responsabile all’80 per cento. Un altro modello d’integrazione è quello d’inserire delle aziende in realtà produttive. Fra queste, l’esempio molto collaudato e positivo del laboratorio presso Migros Ticino con otto persone che lavorano all’interno della struttura. Il secondo esempio significativo e interessante è quello elaborato presso le Officine Ffs. Fra le sue imprese due negli ultimi tempi si stanno scontrando con i diktat della concorrenzialità e con le esigenze di mercato che rischiano di metterle alle strette. Uno è il laboratorio Cabla di Locarno, alle dipendenze della Schindler Ag di Ebikon (vedi riquadro). L’altro laboratorio in difficoltà è il Gruppo Ffs, una struttura inserita all’interno dell’Officina delle Ferrovie federali svizzere di Bellinzona in cui gli utenti gestiscono il servizio di lavanderia dell’officina e svolgono lavori di manutenzione delle carrozze. Nel 1996, la Fondazione Diamante aveva sottoscritto una convenzione con le Officine Ffs valida per 10 anni portando avanti un’esperienza lavorativa che nei primi anni si era rivelata valida, non solo dal punto di vista dell’integrazione degli utenti impiegati al suo interno, ma anche sotto il profilo economico. Col tempo però i lavori di manutenzione, che non comportavano per la Fondazione costi di produzione, sono diminuiti. Anche la lavanderia – per la quale invece i costi erano stati piuttosto impegnativi per la Fondazione – comincia ad accusare i colpi della diminuzione del volume di lavoro che le Ffs avevano assicurato al laboratorio per gli anni a venire. Le Officine Ffs, il 14 marzo 2003 sollecitano la Fondazione Diamante per la sottoscrizione di quattro contratti per il lavaggio del vestiario di servizio (le tute degli operai) degli stabilimenti industriali di Bellinzona e Biasca. Così la Fondazione Diamante per poter onorare il nuovi contratti sottoscritti s’impegna nell’acquisto di nuovi macchinari per la lavanderia per un importo di circa 83 mila franchi. Un onere finanziario consistente e che purtroppo non porterà i frutti sperati. E questo perché, dopo questo investimento, della mole di lavoro promessa soltanto una minima parte verrà affidata al Laboratorio (il 4 per cento nel 2003 e il 7 per cento nel 2004). «Lo scorso anno – spiega ad area Mario Ferrari, direttore della Fondazione Diamante – questo rapporto con la direzione delle Officine Ffs si è incrinato, sia per esigenze budgetarie che di contabilità delle stesse Officine, ormai confluite nella Cargo Sa dopo la divisione delle Ffs in tre tronconi (Cargo, settore viaggiatori e settore infrastrutture). Dalla spartizione dei compiti tra queste tre grandi aziende delle Ffs sono scaturite logiche di contenimento o di addebitamento dei costi tra un’azienda e l’altra. Noi ci siamo trovati stretti dentro la morsa di queste logiche che hanno avuto come conseguenza pratica la richiesta da parte della direzione della Cargo Sa alla Fd di un contributo sia per le spese di depurazione che per le spese d’affitto». Una richiesta insostenibile per la Fd che si ritrova con una commessa di lavoro non sufficiente neanche a coprire i costi di produzione e i salari delle persone disabili. «Le Officine Ffs – afferma Ferrari – ci avevano messo a disposizione i locali in cambio dell’assunzione da parte nostra dei costi d’investimento per i macchinari della lavanderia. Riguardo le spese per la depurazione, invece, bisogna precisare che noi laviamo le tute degli operai delle Officine Ffs, quindi non comprendiamo perché dovremmo accollarci i costi di depurazione delle acque. Queste nuove richieste di contributi comunque rischiano di mettere completamente in discussione la nostra presenza in quel settore perché usciamo da ogni parametro di compatibilità finanziaria. Ed ora non ci resta che sperare di trovare un punto d’accordo con la direzione Ffs Cargo Sa che proprio di recente si è detta disponibile a riesaminare il nostro caso.» «Siamo sempre interessati – dice ad area Stephan Appenzeller, portavoce della Ffs Cargo Sa – ad una collaborazione a lungo termine con la Fondazione Diamante. Attualmente sono in corso contatti e trattative per stabilire le modalità e le condizioni di un eventuale accordo». box Un altro laboratorio della Fondazione Diamante, il Cabla di Locarno – specializzato in attività industriali di carattere meccanico ed elettromeccanico – rischia la chiusura. Motivi? Di mercato. «Presso questo laboratorio – spiega Mario Ferrari, direttore della Fondazione Diamante – svolgiamo dei compiti importanti per la Schindler di Ebikon costruendo pezzi (dittatori) per gli ascensori. Ebbene, la ditta improvvisamente e senza neanche un contatto preliminare, ha soppresso nel 2004 le consuete ordinazioni e si è rivolta ad un altro fornitore (sicuramente non in Svizzera) che realizza le componenti a prezzi molto inferiori rispetto a quelli che noi possiamo offrire. Abbiamo fatto di tutto per garantire una buona qualità dei prodotti offerti ad un prezzo onesto, giudicato comunque dalla Schindler ancora troppo alto.» Ma non è normale che la ditta cerchi di avere i prodotti di cui ha bisogno al prezzo che più le conviene? «Abbiamo fatto dei grossi sforzi – risponde Ferrari – per offrire i pezzi al prezzo di 43 franchi di cui, se sottraiamo il costo del materiale che è di 41.60, rimarrebbe ben poco, tanto poco che non basta neanche a coprire i costi salariali dei nostri utenti. Venderli a 40 franchi, come impone la Schindler è per noi impossibile. Abbiamo fatto notare alla direzione di Ebikon che dispiace constatare come nelle loro lettere non vi siano altre considerazioni oltre quelle finanziarie e di mercato. E abbiamo sottolineato come la collaborazione fra enti come il nostro e la realtà industriale porta sempre un valore sociale alle aziende stesse, ed è anche un mezzo per contenere quei costi dell’assicurazione invalidità che alla fine ricadono su tutti». Mario Ferrari, che ne è oggi dello spirito della Lispi, della Legge sull’integrazione sociale e professionale degli invalidi (del 1979) che ha aperto le porte, tra l’altro, all’esperienza dei Laboratori? I segnali non sono incoraggianti. Le aziende sembra stiano lasciando cadere nel vuoto gli appelli lanciati lo scorso anno dal ministro Couchepin e dall’Ufficio federale assicurazioni sociali (Ufas) affinché venissero promosse nuove e più ardite forme di integrazione (è stato fatto un concorso a livello nazionale esteso ad aziende pubbliche e private per promuovere progetti pilota d’integrazione aziendale delle persone invalide). Oppure le aziende ignorano lo sforzo portato avanti dall’ente pubblico per migliorare la qualità di vita degli invalidi e diminuire il deficit dell’Assicurazione invalidità che ormai ammonta a 4,5 miliardi di franchi. Ciò che preoccupa è che a seguire questa logica poco lungimirante siano anche due interlocutori come la Ffs Cargo e la Schindler, ossia un’azienda pubblica e una privata che in Svizzera gode di un certo prestigio. A parole dunque s’incoraggiano le esperienze di integrazione ma poi non si offrono le opportunità concrete per realizzarle? Sì, nella pratica si incontrano grosse difficoltà. Credo che tutte le aziende dovrebbero ricominciare a fare una riflessione su cosa significhi assumere al proprio interno anche una dimensione sociale. Dimensione sociale che potrebbe diventare un fiore all’occhiello dell’azienda stessa, un marchio interessante attraverso cui potersi qualificare non solo nell’ambito nazionale ma anche in quello internazionale. Credo che oggi sperimentazioni politiche più aperte sul piano sociale in questo campo – come quelle realizzate da parecchie ditte sul piano ambientale – rappresentino un marchio di qualità che può essere utile all’azienda stessa, anche dal profilo commerciale. Lei fa anche riferimento all’aspetto del contenimento dei costi delle assicurazioni sociali. È un aspetto non secondario. Se vogliamo contenere i costi delle assicurazioni sociali e quindi se vogliamo contenere gli oneri sociali del personale delle aziende stesse, io credo che la politica dell’integrazione professionale sia quella da seguire. È una politica che incontra difficoltà a radicarsi solo qui in Ticino o in generale? Direi in generale perché deve far fronte alla costante pressione della concorrenza, di un mercato sempre più teso. È una tendenza generale che manca di lungimiranza , di cui pagheremo – in modo sempre più incisivo – le conseguenze, sia da un punto di vista economico che sociale.

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04.02.05

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